Come accogliere le trasformazioni salvaguardando le culture locali e senza rifiutare la trasformazione?

Nel tentativo di uscire da una dimensione di dipendenza economica e di impoverimento progressivo, lo sviluppo possibile dell’America Latina teorizzato dalla fine degli anni Sessanta metteva al centro i bisogni delle popolazioni locali come i servizi, l’educazione, la salvaguardia dei consumi e incentivava forme di intervento pubblico.

Guardando alla dimensione umana dello sviluppo lo scopo era quello di mettere in moto un’economia basata sulla cooperazione, per scardinare la dimensione centro/periferia tra paesi “supersviluppati” e paesi “sottosviluppati” generata dal sistema capitalistico e dal liberismo.

Questo opuscolo del CENDAC di Pistoia del 1973, conservato nel patrimonio della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, racconta un “Terzo Mondo” di possibilità e di trasformazione.


Lo «Sviluppo del Sottosviluppo» in America Latina


La storia dell’America Latina, dalla conquista coloniale ai nostri giorni, è anche la storia dell’instaurazione e del consolidamento, nel corso dei secoli, delle strutture di dipendenza esterna e di dominio interno che hanno generato il fenomeno del sottosviluppo.

I legami formali di dipendenza politica delle colonie latino-americane rispetto alle metropoli europee – Spagna e Portogallo – furono spezzati nel corso del secondo decennio del XIX secolo, in un momento di indebolimento dei paesi iberici, entrambi occupati dalle armate napoleoniche. Questa formale indipendenza fu subito sostenuta, contro i tentativi di ricolonizzazione intrapresi poco dopo dalla Spagna e dal Portogallo, dalle nuove potenze in ascesa – Inghilterra e Stati Uniti – che vedevano nei nuovi paesi latino-americani un fertile terreno per la loro espansione economica e commerciale.

L’indipendenza, tuttavia, è stata solamente formale: i paesi latino-americani sventolavano ormai una bandiera nazionale, ma le loro ricchezze continuavano ad appartenere all’estero. Vi è stato un cambiamento solo nella forma di sfruttamento (paesaggio dal saccheggio coloniale diretto alla dominazione economica e commerciale) e una costituzione delle potenze dominanti (rimpiazzo dei decadenti paesi iberici da parte dei pionieri della rivoluzione industriale: Inghilterra e Stati Uniti). In effetti, un secolo dopo le vittorie ottenute nelle «guerre di indipendenza», l’economia dei paesi latino-americani continuava a seguire un modello neo-coloniale: da una parte, l’esportazione delle materie prime (oro, argento, rame, stagno, ferro e petrolio) e dei beni alimentari (caffè, cacao, tabacco, zucchero, frutti tropicali) verso i paesi industrializzati; d’altra parte l’importazione dei manufatti (in special modo dei prodotti di lusso destinati al consumo delle locali classi dominanti) provenienti da queste stesse metropoli industrializzate.

 

Dal punto di vista della struttura economica interna ad ogni paese, c’era coesistenza fra un piccolo settore agricolo o minerario, dedito all’esportazione e spesso controllato direttamente da imprese straniere, e un immenso settore agricolo dedito all’economia di sussistenza (cioè alla produzione di alimenti necessari a nutrire la popolazione del paese) e controllato politicamente da una oligarchia di grandi proprietari terrieri . Ogni dinamismo economico proveniva da quel settore esportatore, in genere specializzato nella produzione di un singolo prodotto alimentare o nell’estrazione di una singola ricchezza mineraria. Si trattava di vere «enclaves» straniere localizzate nel territorio nazionale, che erano integrate in un sistema di produzione ed in un circuito commerciale controllato dai paesi industrializzati, sotto due aspetti:

 

  • lo sfruttamento di questi «enclaves» si fondava su un rapporto di capitale e di tecnologie esterne;
  • di mercato consumatore per i prodotti di piantagioni tropicali o per i giacimenti minerari si trovava anche all’estero.

 

In queste condizioni, l’impatto di queste «enclaves» nell’economia nazionale era estremamente ridotto. L’unico contatto di queste isole straniere con il paese in cui essi si trovavano consisteva nell’utilizzazione intensiva della locale mano d’opera, sempre abbondante e pronta a lavorare per un compenso spesse volte inferiore a quello che ricevevano gli operai delle metropoli, già organizzati politicamente in sindacati o gruppi di pressione.

 

Dal punto di vista politico, il governo era monopolio della classe dei grandi proprietari terrieri, in questa società in cui la stasi economica andava al passo con una paralisi sociale e politica. Dato che il dinamismo economico proveniva unicamente dal settore dedito all’estero, le società latino-americane sembravano congelate nel tempo. In effetti, è solo conseguenza di due avvenimenti esterni ai paesi latino-americani – la grande crisi economica mondiale degli anni trenta e in seguito la seconda guerra mondiale – che questo schema neo-coloniale di dipendenza e questo equilibrio politico e sociale fondato sulla stati verrà messo in discussione.

Di seguito le fonti digitalizzate tratte dal patrimonio di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, clicca sull’immagine per scaricare il documento.


 

 

 

 

 

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