Se guardiamo indietro alla Storia e ai suoi avvenimenti più drammatici e significativi ci accorgiamo che il nostro destino è il frutto di una serie di svolte brucianti.
Non è certo fatta tutta di attimi, la Storia. Ma è innegabile che una serie di fatti, se fossero andati diversamente, avrebbero potuto modificare il corso del nostro tempo, in Europa e nel mondo.

Elezioni politiche vinte d’un soffio da questa o quella coalizione, referendum dalle conseguenze determinanti passati per una manciata di voti, accordi di pace raggiunti sul filo di lana oppure rimasti in un cassetto a confermare l’ineluttabilità di una guerra.
La Storia non si fa certo con i se e con i ma, con le rivendicazioni o i pentimenti. La Storia accade. A volte, tuttavia, produce una generale sensazione di frustrazione collettiva: se si fosse agito diversamente, se gli elettori avessero saputo di più, se il risultato fosse stato diverso. Come avvenuto di recente in Gran Bretagna per la Brexit. Ma troppo tardi.

Le testimonianze presenti nei nostri archivi, nei documenti originali, nelle lettere, nei manifesti ci dicono proprio questo: la Storia è una lunga serie di possibilità alternative, alcune vincenti altre perdenti.
Europa 2018/2019, un fatto epocale si sta consumando sotto i nostri occhi, e sta avvenendo proprio in questi mesi: ci stiamo preparando ad accogliere il primo parlamento europeo dominato dalle destre. Non da movimenti centristi o conservatori alternativi alla socialdemocrazia ma da destre d’ispirazione autoritaria e illiberale, dove il leaderismo carismatico diventa assunzione di tutti i poteri dello Stato.

Se qualcosa di molto sorprendente non avviene da oggi alle elezioni della primavera del 2019, stiamo consegnando agli strateghi della propaganda populista l’utopia di un continente nato con l’intento di superare i nazionalismi, nato per garantire progresso e pace a chi aveva conosciuto guerre e disperazioni. E lo stiamo facendo democraticamente: con il voto di decine di milioni
di europei convinti che sia possibile costruire muri per fronteggiare i fenomeni migratori o che l’Europa sia il problema e non la risposta sulla quale investire per uno stato sociale più equo e migliori condizioni di vita per tutti.
Nella stessa epoca gli Stati Uniti d’America sono chiamati a confermare con le elezioni di Midterm il loro Presidente palazzinaro senza scrupoli, ispiratore delle nuove destre
europee. I Democratici americani si affidano ancora una volta al carisma di Barack Obama che nei suoi discorsi pubblici spiega che “non è cominciato tutto con Trump,
egli è solo il sintomo e non la causa”. Di cosa? Della crisi di un capitalismo neoliberista che non ha saputo generare altro che una forma di globalizzazione avida, predatoria e iniqua? Della trasformazione digitale che ha consegnato l’illusione della conoscenza a intere generazioni rendendole soggette alle strategie delle multinazionali del consenso?

Di una povertà economica, alimentare ed emotiva sempre più diffusa che rende violenta e feroce la reazione della maggioranza degli abitanti di questo
pianeta verso le élite?
Di questi temi intende occuparsi la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli durante la sua Stagione Capitale 2018/2019: è necessario ripensare il Capitalismo ed è necessario farlo in maniera organica, pragmatica, anche radicale. Guardando alla realtà per quella che è e non per quella che vorremmo che fosse, e alle soluzioni economiche, culturali e sociali che ci devono ispirare per costruire tutti assieme un’alternativa.

Non si tratta di auspicare il migliore dei mondi possibili, ma di assumere responsabilmente le domande che questa crisi ci consegna e di pensare soluzioni e percorsi condivisi per un suo superamento.
Prima che sia troppo tardi.

Massimiliano Tarantino
Segretario Generale Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

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