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Milano alla prova del futuro: stagnazione, giovani e citta dei saperi


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A Milano stia già succedendo qualcosa: si stanno costruendo alleanze importanti, quelle che possiamo definire alleanze prossime: alleanze dei “prossimi”. È un segnale di buon auspicio per tornare a guardare Milano nella sua prospettiva lunga, superando una certa stanchezza da “fiato corto” che ci costringe a restare schiacciati sull’attualità. 

Questa premessa mi permette ora di concentrarmi sul mercato del lavoro milanese, per rovesciarne la lettura abituale. Non possiamo continuare a considerarlo solo come un sistema in cui si incrociano domanda e offerta. Il mercato del lavoro è in realtà una parte strutturale e profonda dell’economia milanese, ed è proprio lì che, per chi si occupa di lavoro, va condotta l’analisi.

Dalla retorica della crescita alla realtà della stagnazione

Noi ereditiamo una narrazione tutta basata sulla crescita di Milano. Su questo punto sarò spietato, come sono spietati i dati della Camera di Commercio degli ultimi due trimestri: non c’è crescita, siamo in stagnazione. Tutta l’area metropolitana è in una condizione di profonda stagnazione.

Le cause di questa stagnazione sono molteplici. In primo luogo, la crisi dell’economia tedesca, una recessione che incide direttamente su segmenti rilevanti della produzione industriale locale. A ciò si aggiunge il persistente livello elevato dei costi energetici, che non ha registrato un rientro significativo dopo la crisi internazionale innescata dal conflitto in Ucraina.

Un ulteriore fattore è rappresentato dalla politica dei dazi, o più precisamente dall’annuncio di un loro possibile inasprimento, che negli ultimi due trimestri ha determinato un incremento sia delle importazioni sia delle esportazioni verso gli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti figurano tra i partner commerciali delle imprese del territorio; l’aumento dei flussi di scambio va pertanto interpretato come una reazione preventiva rispetto al rischio di una futura chiusura dei mercati, più che come un segnale strutturale di rafforzamento delle relazioni commerciali.

Un’analisi approfondita di questi dati è indispensabile, considerando che il territorio milanese ospita il 36% delle imprese italiane a totale capitale estero: quasi la metà delle imprese a partecipazione estera ha sede nell’area metropolitana. Ne deriva un’elevata esposizione ai cicli e alle decisioni dell’economia internazionale. In questo contesto si osserva un marcato calo degli ordini esteri, in particolare nei settori tessile e metalmeccanico, a fronte di una crescita degli ordinativi nei comparti farmaceutico e chimico, un elemento che assume rilievo nella lettura complessiva della trasformazione economica in atto.

Il territorio è inoltre caratterizzato da una debolezza della domanda interna, che limita la capacità di innovazione delle imprese e comprime gli investimenti in formazione. I segnali recessivi emergono anche dall’analisi dei dati sulla cassa integrazione: dopo un aumento registrato nel penultimo trimestre, nell’ultimo si osserva una riduzione significativa. Tuttavia, tale andamento non indica un superamento della crisi. A differenza di quanto avvenuto nel 2008, quando la cassa integrazione costituiva un indicatore anticipatore della difficoltà economica, oggi questo strumento viene utilizzato con minore frequenza.

Come evidenziato anche dagli osservatori di crisi della Città metropolitana, le imprese tendono sempre più spesso a cessare direttamente l’attività quando gli investitori ritengono che l’investimento non garantisca un ritorno adeguato, in particolare nei casi in cui la proprietà è riconducibile a fondi di investimento. Anche questo fenomeno va letto come un effetto diretto dell’elevato grado di internazionalizzazione dell’economia milanese.

Parliamo poi di un territorio che registra un tasso di inflazione più alto della media nazionale e che si concentra in particolare su casa e beni alimentari. Ma Milano è anche un territorio straordinariamente giovane. E se vogliamo capire il futuro del suo mercato del lavoro, dobbiamo partire da qui.

Un mercato del lavoro fragile tra precarietà e crisi dell’innovazione

Nel 2024 si sono registrati 303 mila avviamenti al lavoro di giovani under 30: il doppio rispetto al 2014. Apparentemente, potrebbe sembrare un dato positivo. Ma la domanda decisiva è: quale lavoro viene riservato a questi giovani? I dati parlano chiaro: lavoro precario, crescente intermittenza, discontinuità.

Abbiamo condotto un esperimento: abbiamo messo in relazione l’incremento dei posti di lavoro under 30 con il numero di brevetti depositati. Lo abbiamo fatto nel 2015 e lo abbiamo ripetuto quest’anno. Il risultato è impressionante: quando diminuiscono i brevetti, inizia anche la curva di discesa dell’ingresso delle giovani generazioni nel mercato del lavoro. Negli ultimi due anni i brevetti sono diminuiti del 40%. Milano è una città che inventa meno. E la crisi della produzione industriale indebolisce anche il rapporto con i centri di ricerca.

Questo racconto idilliaco di Milano, dunque, non funziona più. Non spiega più la realtà. La Camera di Commercio lo ha scritto nero su bianco nel suo ultimo rapporto, lanciando un monito chiaro: serve una nuova politica economica che promuova gli investimenti, sostenga l’aumento della produttività e apra una nuova stagione di alleanze, mettendo al centro lo sviluppo del capitale umano.

L’economia dei saperi come nuovo motore di Milano

Milano ha cinque motori economici. Il primo è l’industria: tessile, farmaceutica, metalmeccanica, oggi in difficoltà per molte ragioni. Il secondo è commercio e turismo. Il terzo è l’edilizia. Il quarto è il sistema finanziario: banche, assicurazioni, fondi di investimento. Questi ultimi tre sono fortemente segnati dalla presenza di investitori internazionali, il che rende questi settori strutturalmente instabili: una decisione esterna può “staccare la spina” da un momento all’altro.

C’è però un quinto motore, interamente territoriale, su cui stiamo lavorando e che vorremmo approfondire insieme alla Fondazione Feltrinelli. È il motore che, a nostro avviso, deve orientare le scelte future: l’economia dei saperi.

Il 25% del PIL italiano prodotto da un’economia fondata sui saperi e sull’innovazione nasce a Milano. Non parliamo solo dei 220 mila studenti universitari, dei nove poli universitari o dei centri di ricerca e delle fondazioni pubbliche e private. Parliamo anche dei grandi centri di produzione culturale e televisiva, delle istituzioni culturali, di un sistema che complessivamente genera oltre 350 mila posti di lavoro.

Negli ultimi anni questo settore è stato contraddistinto da due fenomeni fondamentali. Il primo è la qualità del lavoro: stabilizzazione dei contratti, capacità di trattenere persone e competenze sul territorio, mentre 70 mila giovani hanno lasciato la Lombardia per ragioni salariali. Il secondo è l’aggregazione industriale: imprese e istituzioni che, negli ultimi dieci anni, sono cresciute dimensionalmente e si sono strutturate.

In controluce si intravede la possibilità che nascano start-up capaci di guardare al futuro dell’area metropolitana e di restituire energia a un mercato del lavoro sano.

In questo scenario è inevitabile il ruolo della politica: una politica capace di leggere dove stanno andando il lavoro, la produzione, il mercato del lavoro, e di orientare in quella direzione bandi, reti territoriali, alleanze. Senza la presunzione di pensare che il mondo cambi perché qualcuno lo decide. Il mondo vive. La questione è se lo si attraversa e lo si rende più giusto. Vale per il mondo in generale, e vale anche per il mondo del lavoro.

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