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Milano e dintorni:
nuovi soggetti per una nuova storia


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Alberto Arbasino autore di Fratelli d’Italia, romanzo sulle vicende culturali del paese, pubblicato presso Feltrinelli nel 1963.


Milano, 1956-1968, dal XX Congresso del PCUS alla rivolta studentesca

La figura di Giangiacomo Feltrinelli va vista nell’ambiente politico-culturale di quel tempo e la sua attività valutata nel quadro dell’assetto internazionale di allora, quando il mondo era diviso in tre blocchi: quello occidentale, quello comunista e quello dei paesi cosiddetti “non allineati”.

Quest’ultimo contava sempre di più all’ONU, man mano che i movimenti di liberazione e d’indipendenza del cosiddetto Terzo Mondo si sbarazzavano delle vecchie élites coloniali e formavano nuovi stati indipendenti.

Si creava in tal modo un’area che rappresentava un grande mercato potenziale per le industrie e gli investimenti dei paesi occidentali. Farsi amici questi paesi significava aprire nuove prospettive per la propria economia.

L’Italia, a differenza di paesi come la Gran Bretagna, la Francia, l’Olanda, il Belgio, il Portogallo, non si portava addosso il marchio di paese ex coloniale, potendo quindi contare su un vantaggio competitivo.

Se si pensa all’azione di uomini come Enrico Mattei che finanziava, con i soldi di una società pubblica, la guerriglia algerina (e forse è stato questo a costargli la vita) si ha la sensazione di come una parte della classe dirigente italiana fosse favorevole ad una politica molto spregiudicata. Questo si rifletteva nel clima culturale del tempo e nei comportamenti di strati dell’alta borghesia.

Quando si dice che Giangiacomo Feltrinelli guardava con simpatia ai guerriglieri dei movimenti di liberazione e ci si meraviglia che una persona appartenente alla classe dei più abbienti fosse disposta ad appoggiare azioni che violavano la legalità, non dimentichiamo che un altro esponente di quella classe, Giovanni Pirelli, fratello del maggiore azionista di una delle più importanti industrie del Paese, forniva un supporto anche organizzativo a quei movimenti.

Emissari dei movimenti di liberazione

Esponenti di rilievo della sinistra socialista con forti legami coi movimenti di liberazione, come Lelio Basso, appartenevano alla upper middle class. Poteva capitare che insospettabili signore di buona borghesia fossero disponibili a fare da ”corrieri”, per consegnare valigie piene di soldi a sconosciuti emissari dei movimenti di liberazione in qualche città sudamericana.

Passavano da Milano personaggi che sarebbero diventati qualche anno dopo capi di stato di paesi africani dalle enormi risorse minerarie e ti chiedevano magari ospitalità per una notte. Quando insegnavo a Trento tra i miei studenti c’era uno che sarebbe diventato ministro nel Mozambico liberato.

Fosse andato a studiare in Portogallo o magari in Francia lo avrebbero arrestato.

L’Italia quindi era diventata un paese dove molti esponenti dei movimenti di liberazione cercavano rifugio e possibilità di studio, era un paese che offriva protezione a chi, con le armi in pugno, lottava per liberare il proprio paese dal giogo coloniale.

Ci si può chiedere se ciò fosse possibile grazie all’influenza che il PCI esercitava nella società e alla sua nutrita rappresentanza in Parlamento. Può essere, ma non è questo che spiega il clima del tempo.

Occorre tenere presente infatti che dalla fine degli anni 50 si era formata spontaneamente un’area che verrà chiamata di “nuova sinistra”, composta da iscritti o fuoriusciti da partiti di sinistra, del tutto indipendente e addirittura conflittuale con la politica del PCI.

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Pagina di ‘Paese Sera’ del 2 dicembre 1962

Una prospettiva di trasformazione: una nuova sinistra

Questa è l’area in cui si sono sviluppate ideologie e pratiche che vedevano nei movimenti di liberazione una prospettiva di trasformazione del comunismo stesso, svincolato dall’egemonia sovietica.

Questa “nuova sinistra” – di cui ho fatto parte come militante dell’ala “operaista” – sarà una delle tante componenti del Sessantotto, radicale e libertaria al tempo stesso, distante dai partiti comunisti dell’Europa occidentale, considerati ormai sclerotizzati e moderati, e critica verso i regimi comunisti dell’est.

Solo a quel punto la vicenda di Giangiacomo Feltrinelli incrocia quella dei movimenti di protesta.

I suoi rapporti editoriali con la Germania – si pensi alla collaborazione con il Fischer Verlag – gli consentono di cogliere per tempo l’aria nuova che si respira nelle Università tedesche.

Sarà uno dei finanziatori del cosiddetto Vietnam-Kongress, che si tiene alla Technische Hochschule di Berlino Ovest il 17/18 febbraio 1968, un evento caratterizzato dalla personalità di Rudy Dutschke. In quella occasione anche Feltrinelli prende la parola, in un buon tedesco.

Due mesi dopo, di ritorno da Praga, dove si era recato a portare solidarietà ai protagonisti della “primavera di Praga”, Dutschke veniva colpito alla testa da tre proiettili sparati da un estremista di destra.

Innovazione nell’industria culturale

Vista in questa prospettiva, con dei governi italiani interessati a stabilire buoni rapporti coi paesi “non allineati”, a fornire asilo ai rivoluzionari dell’Africa e dell’America Latina, in una società italiana in profondo sommovimento, con fenomeni di migrazioni interne di proporzione mai vista, sulla spinta di un’industrializzazione che non aveva esitato a sfidare gli Stati Uniti nel campo delle alte tecnologie (si pensi all’esperienza di Olivetti nel campo dell’elettronica), la figura di Giangiacomo Feltrinelli perde completamente la sua aura di “estremista”, tale da rappresentare un’”anomalia”.

La sua attività e il ruolo che tale attività svolge in quel periodo vanno valutate quindi non per le sue simpatie o idiosincrasie politiche ma solo ed esclusivamente nel quadro dell’innovazione che, con la casa editrice e con l’Istituto, egli ha saputo introdurre nell’industria culturale.

E’ quindi un innovatore, come Fedele Cova che progetta l’Autostrada del Sole, come Livio Zanussi che con l’elettrodomestico bianco contribuisce in maniera determinante al made in Italy, come Giuseppe Luraghi che fa dell’Alfa Romeo un mito o Enrico Piaggio che fa della Vespa un’icona. Come Cesare Burzio, inventore – con Albe Steiner – del “compasso d’oro” e come tanti altri, che hanno contribuito al “miracolo italiano”.

L’innovazione nel campo editoriale salta agli occhi se facciamo il paragone con Einaudi, che allontana Raniero Panzieri senza capire che quel sistema di pensiero che poi fu chiamato, più o meno impropriamente, “operaismo”, avrebbe intriso la cultura sindacale per un decennio.

Einaudi che si rifiuta di pubblicare “Immigrati a Torino” di Goffredo Fofi, poi pubblicato da Feltrinelli, assieme a “Milano Corea” di Alasia e Montaldi.

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“Milano, Corea”: saggio pubblicato da Feltrinelli sulle voci delle periferie milanesi

Libri che mettevano a nudo un’Italia in trasformazione

Libri che mettevano a nudo un’Italia in trasformazione, un’Italia del domani, libri di gente che andava nelle stazioni a intervistare quelli con le valigie di cartone o nei sottotetti dei centri storici dove dormivano in dieci in una mansarda. Libri che non erano fatti per essere presentati nei salotti letterari.

Einaudi, con quel bel po’ di storia alle spalle, con i grandi nomi di consulenti di cui poteva disporre, non aveva colto il nuovo vento che soffiava nella società.

Sono queste le cose importanti di Feltrinelli, più dei “colpi” alla “Gattopardo” o alla “Dottor Zivago”.

Solo Feltrinelli avrebbe potuto pubblicare un libro come Vogliamo tutto di Balestrini (1971).

“Il ponte della Ghisolfa”, romanzo di Testori pubblicato per Feltrinelli nel 1958

Un patrimonio inestimabile

In via Andegari si formava tra l’altro una nuova generazione di manager dell’industria editoriale, che poi passavano ad altre case editrici per occupare ruoli dirigenziali.

E poi la costituzione dell’Istituto e della Biblioteca.

Con le sue collezioni la storiografia italiana del movimento operaio veniva indotta a uscire dal provincialismo, da una visione nazionale, e poteva spaziare dalla Germania alla Russia.

Le collezioni complete di “Der Arbeiterrat” o della “Inprekorr” (Internationale Presse Korrespondenz) erano a portata di mano, così come quella della “New York Daily Tribune” con gli articoli di Marx sulla crisi del 1857.

Un patrimonio inestimabile quello della Biblioteca, paragonabile all’Istituut for social geschiedenis di Amsterdam.

Ecco, l’uomo che verrà trovato dilaniato da un esplosivo sotto il traliccio di Segrate è quello che ha creato le condizioni perché potesse operare una parte, piccola o grande che sia, dell’Italia migliore.

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