Negli ultimi dieci anni Milano è cambiata profondamente. Non si tratta soltanto di una trasformazione urbanistica o economica: è cambiato il modo in cui la città immagina sé stessa e si racconta nel mondo. In questo processo la cultura ha avuto un ruolo decisivo. Non come semplice settore produttivo o come insieme di eventi, ma come uno dei dispositivi attraverso cui Milano ha ridefinito la propria identità pubblica.
La crescita dell’offerta culturale, il rafforzamento delle istituzioni, la vitalità di festival, fondazioni, teatri, musei e case editrici hanno contribuito a consolidare l’immagine di Milano come capitale culturale del paese e come città europea capace di attrarre energie, talenti e investimenti. Ma proprio per questo oggi è necessario porsi una domanda più esigente: quale ruolo vogliamo che la cultura abbia nel futuro della città?
Negli ultimi anni la cultura è stata spesso interpretata come fattore di attrattività urbana, come leva di sviluppo economico o come elemento identitario del brand Milano. Tutti aspetti reali, che non vanno sottovalutati. Ma se ci fermiamo qui rischiamo di perdere il punto essenziale: la cultura non è soltanto una risorsa economica o un elemento di posizionamento competitivo tra città. È una infrastruttura civile, uno spazio in cui una comunità elabora linguaggi comuni, interpreta i propri conflitti e costruisce le forme della convivenza.
Milano offre alcuni segnali molto chiari di questa centralità culturale. La città rappresenta oggi circa il 20% del mercato italiano dell’editoria: un lettore su cinque, tra coloro che leggono libri nel nostro paese, vive nella grande Milano. È un dato che racconta molto più di una semplice concentrazione di mercato. Significa che qui esiste un ecosistema culturale capace di produrre, diffondere e alimentare pratiche di lettura su larga scala.
Anche le dinamiche generazionali indicano trasformazioni significative. Il 2025 si è chiuso con i libri più venduti appartenenti al genere fantasy e romance, un genere che intercetta soprattutto lettrici giovanissime: il pubblico under 20 che lo frequenta è composto per il 98% da ragazze. Più in generale, il 65% di chi acquista libri e frequenta le librerie è costituito da donne. Questo significa che si stanno formando nuove comunità di lettori e lettrici, con effetti rilevanti non solo sull’industria editoriale ma sul modo in cui la cultura continua a produrre immaginari, competenze e partecipazione.
Accanto ai dati di mercato emerge però una questione più ampia, che riguarda direttamente la politica culturale. Milano è oggi una città ricca di operatori culturali: teatri, musei, fondazioni, centri di ricerca, istituzioni pubbliche e iniziative private contribuiscono a una straordinaria pluralità di offerta. Il contributo del privato è fondamentale e rappresenta una componente decisiva dell’ecosistema culturale cittadino.
Ma proprio osservando questo scenario in prospettiva europea appare con chiarezza un limite strutturale: l’Italia continua a investire nella cultura meno di molti paesi comparabili. Il rischio è evidente. Se le risorse pubbliche diminuiscono o si ritirano, la produzione culturale tende inevitabilmente a concentrarsi dove esistono già capitale economico, visibilità e capacità organizzativa. In altre parole, le disuguaglianze culturali finiscono per riflettere e amplificare le disuguaglianze sociali e territoriali.
Il settore pubblico non può disinvestire in cultura. Farlo significherebbe accettare che l’accesso alla cultura diventi sempre più selettivo: negli spazi disponibili, nelle opportunità di partecipazione, nella distribuzione delle risorse e delle infrastrutture. In una città come Milano questo tema riguarda direttamente la qualità della democrazia urbana. Chi può accedere ai luoghi della cultura? Chi può produrla? Chi può partecipare alla sua costruzione?
Per questa ragione la cultura, come la formazione, deve essere considerata parte di una visione complessiva di cittadinanza. Non un ambito separato o accessorio, ma uno dei terreni su cui si costruiscono responsabilità pubblica, partecipazione e senso di appartenenza. Le risorse destinate alla cultura sono risorse collettive e devono rispondere a una scelta politica esplicita: riconoscere la cultura come un servizio essenziale, capace di incidere sullo sviluppo civile, sociale ed economico della città.
Il contributo dei privati rimane indispensabile. Senza di esso la qualità complessiva dell’offerta culturale italiana sarebbe sensibilmente più fragile. Ma la collaborazione tra pubblico e privato non può trasformarsi in una progressiva ritirata delle istituzioni pubbliche. Al contrario, richiede un rafforzamento della capacità pubblica di orientare, sostenere e rendere accessibile la produzione culturale.
La questione non riguarda una regia centralizzata o una direzione politica della cultura. Riguarda piuttosto la responsabilità delle istituzioni nel garantire che la cultura resti un bene pubblico: accessibile, diffuso, capace di attraversare i quartieri e le diverse realtà sociali della città.
Da qui nascono alcune domande decisive per il futuro di Milano. È possibile immaginare una politica culturale che non si limiti a gestire l’esistente, ma contribuisca a orientare il futuro della città? E soprattutto: quale idea di Milano si esprime attraverso le scelte culturali che compiamo oggi?
Perché, in fondo, decidere quale posto assegnare alla cultura significa decidere quale città vogliamo costruire. Una città che considera la cultura un fattore accessorio di attrattività oppure una che la riconosce come infrastruttura democratica, spazio di confronto e strumento per immaginare collettivamente il proprio futuro?
