“Nemici dell’Italia”.
Capitalismo, inclusione condizionata e governo del sospetto


Articolo tratto dal N. 74 di Ma quali nemici della patria Immagine copertina della newsletter

Capitalismo flessibile, ma insicuro

Il capitalismo non ha mai funzionato senza produrre riserva, o meglio eccedenza.

Quello che chiamavamo esercito industriale, di riserva appunto, non è un residuo del sistema: è una sua condizione di possibilità, addirittura di esistenza.

Senza una quota di forza lavoro disponibile, sostituibile, comprimibile, non c’è disciplina salariale, né stabilità – o almeno prevedibilità – dei profitti. Gli esclusi non sono l’errore del meccanismo, sono il meccanismo.

Nel fordismo questa struttura era evidente. La grande fabbrica includeva stabilmente una parte della forza lavoro, garantendo salario e cittadinanza sociale.

Ma quell’inclusione era condizionata e selettiva. Fuori dai cancelli restava una massa pronta a entrare o a sostituire. La minaccia e il meccanismo erano espliciti.

In un vecchio documentario della BBC sulla classe operaia a Detroit, alla Ford, ex operai bianchi, neri e orientali lo ricordavano con grande chiarezza: “Nel caos, nel caldo e nel rumore della fabbrica, i capi venivano da noi operai neri e ci dicevano: se non volete lavorare così, e per questo salario, là fuori c’è una fila di polacchi che non vedono l’ora di sostituirvi. Poi andavano dai bianchi e gli dicevano che là fuori c’era la fila di negri”. La disciplina era verticale, organizzativa. L’esercito di riserva svolgeva una funzione chiara: contenere il conflitto e regolare il costo del lavoro.

Con il passaggio al modello della produzione snella e alla riorganizzazione flessibile del ciclo produttivo, che per molti analisti non è altro che una forma di iper-fordismo, questa funzione non scompare. Si riorganizza.

Revelli, nella sua introduzione a Lo spirito Toyota, lo ha mostrato chiaramente. Il toyotismo non elimina l’eccedenza umana: la redistribuisce e la riscrive simbolicamente e ideologicamente.

L’impresa si alleggerisce, esternalizza, segmenta. Esternalizza ancora l’eccedenza. La soglia fra dentro e fuori diventa più mobile, più fluida. Non cambia la logica di fondo, cambiano la sua intensità e la sua diffusione.

Dentro alla fabbrica, dentro al luogo produttivo c’è il salario, c’è il riconoscimento, c’è il welfare. Fuori dalla fabbrica, se ti va bene, trovi quel che rimane dell’assistenza sociale. Esattamente come alla Ford, ma nel fordismo l’esclusione era in larga parte esterna alla grande impresa.

Nel capitalismo flessibile, invece, l’eccedenza attraversa anche chi è formalmente incluso. La stabilità si riduce, la prova diventa continua.

La qualità totale, la responsabilizzazione, la valutazione permanente non sono soltanto strumenti organizzativi. Sono dispositivi di disciplinamento, dispositivi di interiorizzazione della disciplina, dispositivi ideologici.

L’eventualità dell’espulsione è meno episodica: è sempre presente. La flessibilità è insieme paradigma organizzativo e retorica sociale.

L’insicurezza non riguarda più soltanto chi è fuori. Diventa una condizione di tutti. E quando l’eccedenza diventa permanente, cambia il modo in cui viene narrata.

Nemmeno questa è una novità dell’epoca attuale, ma l’insicurezza oggi è un dato strutturale, la spada di Damocle sulla testa di intere società.

Tratta dalla locandina del film Detroit (2017. Regia di Kathryn Bigelow)

Eccedenza: da questione aziendale a questione sociale

Nella stagione fordista, l’operaio in esubero era una conseguenza della crisi. Nel capitalismo flessibile, l’esclusione tende a essere moralizzata.

Se non sei competitivo, è perché non ti sei aggiornato; se resti ai margini, è perché non hai investito su te stesso. Oppure, perché non ti sei dimostrato abbastanza bravo.

È come se l’onere della prova si spostasse dall’organizzazione economica all’individuo. La responsabilità diventa personale: di essere sano/a, di essere all’altezza, di essere utile.

Questa torsione ha effetti che superano il mercato del lavoro. Quando interi territori vengono colpiti dalla deindustrializzazione, l’eccedenza non è più soltanto aziendale: è sociale.

Città e quartieri si svuotano delle loro fabbriche, dei loro laboratori, delle loro case, della loro umanità produttiva. Comunità un tempo centrali nel ciclo produttivo diventano periferiche.

Il problema non è soltanto la perdita di reddito, ma la perdita di riconoscimento. D’identità. E dove il riconoscimento si indebolisce, si apre lo spazio per la costruzione del sospetto, oltre che per la produzione del rancore e dell’odio sociale.

L’escluso non è soltanto improduttivo. Può essere rappresentato come peso, come costo, come minaccia. Soprattutto se protesta.

O, semplicemente, se si ostina a essere vivo, presente allo sguardo degli inclusi. Vale per gli ex operai, per gli ex contadini, per i migranti.

La sicurezza, in questo quadro, non interviene per reprimere un’eccezione. Diventa una funzione ordinaria di governo dell’instabilità.

Se l’eccedenza è strutturale e permanente, occorre amministrarla e reprimerla in quanto tale.

Il confine fra questione sociale e questione di ordine pubblico si assottiglia. Soprattutto in epoche in cui la crescita frena, fare profitti è più problematico, scarseggiano le risorse da destinare al welfare.

Si reprimono gli spazi per l’assistenza, o anche soltanto per pietà e compassione.  E così, medici fedeli al Giuramento di Ippocrate diventano cospiratori da perquisire e punire.

Si moltiplicano le manifestazioni in Columbia (South Carolina, Stati Uniti) sulla libertà d’espressione e metodi delle forze dell’ordine. Fonte: CarolinaReporter

Cosa ci rende “nemici dell’Italia”?

Non si tratta di una deriva improvvisa. È l’esito di una lunga trasformazione.

Quando l’inclusione è condizionata alla performance continua, e all’ordine continuo del just-in-time, la non conformità può essere letta come devianza.

Il dissenso, in questo contesto, rischia di essere interpretato non come conflitto fisiologico, come essenza della democrazia, ma come disturbo dell’ordine economico, oltre che di quello pubblico.

Come tollerare un blocco stradale, pur pacifico, pur se i manifestanti stanno seduti per terra e con le mani alzate, se l’epoca è quella dell’approvvigionamento continuo, del pezzo giusto al momento giusto? Della logistica priva di intoppi?

La cosiddetta inversione dell’onere della prova, dunque, affonda qui le sue radici: chi contesta deve dimostrare di non essere una minaccia.

Nemici dell’Italia”, ha detto la premier Meloni delle manifestanti e dei manifestanti contro le Olimpiadi.

La distinzione fra inclusi ed esclusi non è mai definitiva. È una linea mobile che attraversa l’intera società. Anche chi è incluso lo è a tempo, sotto condizione.

L’eccedenza non è più, soltanto, una categoria economica. È una possibilità sempre attiva, che disciplina comportamenti, linguaggi, aspettative.

Dal fordismo al capitalismo cosiddetto flessibile, la funzione dell’esercito industriale di riserva resta intatta, ma la sua presenza si fa più pervasiva.

Non è più solo fuori dai cancelli. È nella precarietà diffusa, nella valutazione costante, nella richiesta permanente di dimostrare il proprio valore, e di rispettare l’ordine sociale. E di dimostrare la propria innocenza, pena il fermo preventivo.

Comprendere questa continuità è decisivo per leggere il presente. L’esclusione non è un’anomalia da correggere. È una leva di governo.

E se vogliamo discutere di dissenso, di sicurezza, di criminalizzazione della partecipazione pubblica, dobbiamo riconoscere che queste dinamiche non nascono fuori dall’economia. Sono inscritte nella sua forma attuale, ma secolare.

In questi termini, l’allarme sicurezza appare per quello che è. Il sentimento di insicurezza che pervade la società è dovuto non tanto o non solo alla criminalità, ma all’insicurezza sociale molto più in generale.

Una legittima risposta a tale legittima richiesta, così impostata soltanto nei termini dell’ordine pubblico, è una distorsione propagandistica, e i suoi risultati in termini di politiche non servono ad avere più sicurezza. Ma a garantire che resti l’insicurezza sociale come base su cui garantire l’ordine economico, e lucrare sulle paure dal punto di vista politico.

“Durante un controllo di polizia non avete nessun diritto”. Le forze dell’ordine ai manifestanti fuori dal Teatro Ariston (Festival di Sanremo 2026). Fonte: Il Fatto Quotidiano

 

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