Il “livornese” Edgar Morin e i “livornesi” di Salonicco


Articolo tratto dal N. 97 di Immagine copertina della newsletter

Qualche tempo fa, dopo aver avuto l’opportunità di ascoltare una lezione magistrale di Edgar Morin sul “pensiero complesso”, e dopo averci scambiato qualche parola di saluto, saputa la mia città di provenienza, registrai sul suo volto un velo di commozione.

Le ragioni stanno nel fatto che il romanzo di formazione di questo intellettuale atipico, che ha vissuto con tutto sé stesso la storia del ventesimo secolo, traendo insegnamenti da esperienze più diverse e a volte contrastanti, ha radici “livornesi” che ci ha raccontato in un bel libro, Vidal mio padre, edito da Sperling & Kupfer nel 1995. 

“E la matria a cui penserà di più nei suoi giorni da vecchio, quella in cui si augurerà di terminare la vita, è Livorno, la città in cui sente come per istinto che si è formata l’identità moderna dei Nahum”.

Infatti, come probabilmente pochi sanno, è Nahum il vero cognome di Morin. Nahum è una parola ebraica che significa “consolazione”, una parola che è anche un nome, ma che fra gli ebrei sefarditi è diventato un cognome.

Morin è il cognome, naturalizzato francese, che assume durante la Resistenza contro i nazisti, mutuandolo dalla sua compagna, che poi sposerà nel 1945. 

Già in queste poche righe si intravede l’identità complessa di Morin dove si intreccia vita privata, esperienze politiche, riflessioni intellettuali.

Un’identità che si è formata nel tempo attraverso un itinerario di “caminante”, attraverso una ricerca continua (Il metodo), insomma un viaggio alla scoperta della conoscenza dei “suoi demoni”, quelle forze potenti che nel bene e nel male costituiscono la sua più intima vitalità.

Ecco allora la ricerca delle sue origini familiari livornesi, la scoperta che i nonni paterni e materni vengono tutti da Livorno dove vivono sino alla fine del diciottesimo secolo. Poi insieme ad altre famiglie di origine sefardita (gli ebrei fuggiti dalla Spagna alla fine del Quattrocento) – i Frances, i Beressi, i Mosseri – si stabiliscono in un’altra città portuale dell’impero ottomano: Salonicco

I lumi toscani sbarcano a Salonicco 

Qui inizia una storia singolare. I “livornesi” di Salonicco sono imbevuti del pensiero laico e delle nuove idee di cui la Toscana è un centro nella seconda metà del Settecento. È qui che Cesare Beccaria pubblica la prima edizione di Dei delitti e delle pene, l’opera che confuta la tesi del castigo come forma di repressione.

Il granduca Pietro Leopoldo, un “despota illuminato”, nel 1786 promulga un codice penale che si ispira alle idee di Beccaria e, per la prima volta in Europa, abolisce la pena di morte, la tortura e il delitto di lesa maestà essendo favorevole alle idee dei fisiocratici. È in questo clima che si formano gli ebrei livornesi che si trasferiscono poi a Salonicco. 

È attraverso loro che l’Occidente moderno, laico, penetra nella Salonicco sefardita. Sono queste famiglie – gli Allatini, i Morpurgo, i Fernandez, i Modiano, i Perera – che dominano economicamente e guidano culturalmente la città. È sorprendente vedere come il loro potere non sia assoggettabile né a quello turco né a quello rabbinico

Un Olivetti nel Levante 

Una pagina davvero straordinaria è quella della famiglia Allatini. Lazzaro Allatini, nato a Livorno nel 1776, fonda a Salonicco la Camera di commercio nel 1796. Suo figlio Mosè si stabilisce come medico in Toscana, e il discendente degli ebrei cacciati dalla Spagna dall’inquisizione e dalla monarchia assoluta non può che condividere l’odio dei liberali contro l’assolutismo e il clericalismo.

Dopo la morte del padre torna a Salonicco e pur continuando a curare i malati, si può dire che vi introduce la rivoluzione industriale, creando i mulini Allatini, poi una fabbrica di laterizi, una di birra, una manifattura di tabacco.

Ma come se non bastasse, quasi una sorta di Olivetti ante litteramfonda e incoraggia scuole e giornali laici di ispirazione progressista, agendo in modo ecumenico e trovando la resistenza, anche se assai debole, nel rabbinato conservatore che pure dispone del potere spirituale, del braccio temporale e dei fulmini della scomunica. 

È lo spirito dei lumi che si propaga alimentando la stessa politica attiva con l’ingresso di alcuni intellettuali sefarditi nel movimento dei Giovani Turchi e con la circolazione del socialismo tra i lavoratori del porto e tra gli operai ebrei.

Il viaggio di conoscenza di Morin vede saldarsi la ricchezza culturale del primo Occidente del sedicesimo secolo, fecondato dalla civiltà araba a quello della Spagna cristiana-islamica-ebraica, all’apertura dei “livornesi” sefarditi del diciannovesimo secolo al secondo Occidente della laicità, dei lumi, della civiltà moderna, producendo così una ricca ibridazione culturale, un miscuglio di Oriente e Occidente.

Il mondo atroce e il mondo dolce

Ma, annota Morin, la “fioritura di questa cultura sefardita sotto l’influenza livornese è destinata alla sua dissoluzione, dal momento in cui la città e l’impero ottomano esplodono sotto la spinta degli stati nazionali.

Dopo aver integrato la cultura laica, la cultura sefardita vi si è integrata e disintegrata […]. Così questa cultura muore in due modi: il modo atroce dello sterminio nazista, il modo dolce dell’integrazione nel mondo laicizzato dei gentili”.

E procedendo nella scoperta dell’imprevedibilità della storia giunge a uno spunto di riflessione che poi svilupperà nel suo nuovo paradigma del “pensiero complesso”: “L’integrazione è anche disintegrazione. È insieme guadagno e perdita. Bisogna andare nel senso del processo? Ritardarlo? L’uno e l’altro. Tutte le culture vogliono vivere. Tutte le culture sono mortali”. 

E qui si entra nel vivo del suo modo di pensare, dove le contraddizioni sono intrinseche alla sua visione e alla sua concezione del mondo: unità di concordia e discordia, di unione e divisione, di radicato e di poliradicato come è il sefardita della Salonicco “livornese”.

Capace di radicarsi a Salonicco ma anche di radicarsi in Francia come avviene per il babbo Vidal. È la patria mediterranea dalle molteplici radici ebraico-ispanico-italiane: “nelle tre generazioni che mi avevano preceduto ho trovato non la sinagoga ma un laicismo erede di quello del granducato di Toscana, preservato e diffuso a Salonicco dai miei antenati livornesi.” 

È l’identità plurima che produce un pensiero laico e l’orrore per il disprezzo, le umiliazioni, le discriminazioni, i razzismi, la xenofobia, le paure del diverso.

Nel ripercorrere le sue radici Morin apre uno scenario di riflessione che ci costringe a ripensare gli orizzonti di un presente schiacciato tra il pragmatismo di chi guarda a un esercizio freddo del potere e un populismo che ha alimentato una nuova chiusura nell’etnia o nella religione, nel rifiuto delle differenze, delle ambivalenze, delle complessità. Certo è sorprendente come ancora una volta la storia sia davvero piena di sorprese. 

Insomma, chi lo avrebbe mai detto: alle origini del pensiero complesso di uno dei più grandi intellettuali del nostro tempo c’è un pezzo di “livornesità” cosmopolita e mediterranea, che ha fatto grande un’altra città portuale dell’impero ottomano. 

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