– Luisa Muraro –
Dodici donne, sei milioni di lire e una rivoluzione 


Articolo tratto dal N. 97 di Immagine copertina della newsletter

Una giovane donna discende una scaletta minuscola a pochi passi dal Duomo. Stringe con vigore tra le sue mani una pila di libri, sulle copertine ci sono solamente nomi di autrici. Poi si inabissa nel ventre di Milano. È l’autunno del 1974 e al civico 2 di via Dogana Luisa Muraro tiene tra le mani il primo seme di una rivoluzione.

Là sotto, nel sottoscala ribattezzato “il bunker”, undici donne la attendono con trepidazione. Si incontrano clandestinamente già con una certa regolarità: hanno da poco fondato la cooperativa “Sibilla Aleramo” e hanno un sogno che in Italia è ancora un’utopia. 

Mentre i gruppi femministi di tutto il Paese tirano le somme del primo convegno nazionale organizzato a Pinarella di Cervia, qui un piccolo gruppo lavora senza sosta: sceglie, riordina, cataloga libri scritti da sole donne.

Tra loro ci sono l’avvocata Lia Cigarini, fuoriuscita dal Pci, Elena Medi e Silvia Motta, provenienti dal Cerchio Spezzato di Trento, la giornalista Bibi Tomasi e Giordana Masotto, prima libraia di via Dogana.

Ispirate dalla Librairie des Femmes di Parigi – scoperta nel 1968 in rue des Saints-Pères durante una trasferta su invito delle femministe francesi del gruppo Psychanalyse et Politique –, vogliono dare vita a “un centro di raccolta e di vendita di opere delle donne”, una libreria che diventi “luogo di tutte le donne che vi entrano”.

Da Montecchio Maggiore al sottosuolo di Milano 

In questo novembre del 1974 Luisa ha trentaquattro anni e Montecchio Maggiore, il paese dove è nata a ovest di Vicenza, è già molto lontano. Dopo essere passata da Parigi, Bruxelles e Francoforte, senza mai trovare “il clima giusto” e lavorando come babysitter per mantenersi, è tornata in Italia e a Milano si è laureata in Filosofia all’Università Cattolica, dove è divenuta accademica.

Quando esplode la contestazione è tra i pochi assistenti dell’ateneo a schierarsi con gli studenti: perde così la borsa di studio e inizia a insegnare in una scuola media.

Ed è sempre a Milano che fonda, insieme allo psicoanalista Elvio Fachinelli, un asilo autogestito in Porta Ticinese, un “esperimento didattico di scuola antiautoritaria” da cui prende vita il libro L’erba voglio. Pratica non autoritaria nella scuola, pubblicato da Einaudi.

Insieme a lui e Lea Melandri cura poi la rivista L’erba voglio, nata sul terreno fertile di una parte di Italia che per la prima volta sembra interrogarsi davvero sulle forme di oppressione e sui “rapporti liberanti”, quelli tra alunni e insegnanti ma anche tra corpo e sessualità.  

E poi le donne, per Luisa “un coinvolgimento profondo. Un grande amore”. Le voci femminili che emergono dal sottosuolo di Milano, ancora oscuro e clandestino, sono per Luisa oramai una bomba in procinto di deflagrare.

Con un matrimonio annullato alle spalle e un figlio inizialmente affidato ai nonni, il femminismo diventa per lei totalizzante, una continua lotta per il senso libero della differenza sessuale: “Sentire dentro di me, a partire da me, che le donne esistono per sé stesse, non come seconde, pari o complementari degli uomini, ha cambiato me e il mondo; siamo cambiati entrambi, perché, quando è stato vero per me, il mondo ha cominciato a popolarsi di donne, non solo nella mia vita, ma anche, a sorpresa, nella storia: uscivano e continuano a uscire dai ricordi delle persone, dalle soffitte, dagli scatoloni delle biblioteche”.

Dopo essere fuoriuscita dal Demau – il primo gruppo femminista nella storia d’Italia fondato da Daniela Pellegrini – è in via Dogana 2 che Muraro torna a incontrarsi tra sole donne. Un luogo dove nuove parole prendono forma e si organizzano ora in ruoli, anche gerarchici; un antro intriso di fumo di tabacco dove la teoria si fa pratica e i rapporti tra donne vivono una primavera mai provata.

Uno su tutti quello con Lia Cigarini: nell’incontro dei loro volti c’è già un sodalizio per la vita

Un’utopia da sei milioni di lire

Tra le strade di Milano il 18 dicembre del 1974 compare così un volantino che descrive il loro progetto, si richiede materiale stampato ma anche finanziamenti. Per aprire l’inaudita libreria di sole autrici servono sei milioni di lire e le dodici socie ne hanno uno soltanto.

Decidono allora di vendere le opere offerte da Carla Accardi, cofondatrice di Rivolta Femminile insieme a Elvira Banotti e Carla Lonzi, ma anche i lavori delle artiste Dadamaino, Valentina Berardinone e Nanda Vigo, selezionati dalla critica d’arte Lea Vergine. Il loro manifesto dichiara di “voler far incontrare la creatività di alcune con la volontà di liberazione di tutte”

Solo un anno dopo, a un mese dal massacro del Circeo, la neonata Libreria delle Donne di Milano apre i battenti: la saracinesca del locale in via Dogana si arrotola su sé stessa e svela scaffali colmi di testi di autrici italiane e straniere fino ad allora ignorate dall’editoria italiana. Tra questi, Speculum. L’altra donna, la tesi di dottorato della femminista belga Luce Irigaray, che Muraro stessa aveva tradotto in italiano: libri scritti da sole donne, scelti da sole donne. 

Nulla cambia quando dalla sede storica la libreria si sposta in via Pietro Calvi 29, a causa del rincaro dell’affitto richiesto dal Comune. Muraro dà anche vita all’Accademia delle Piccole Filosofe e dei Piccoli FilosofiUna bambina qui può prendere parola, una parola validata e ascoltata. E anche l’infanzia, in un tempo che già metteva in discussione il ruolo del bambino nella società, assume un’importanza centrale:

“Per diventare madri ci vuole un lavoro simbolico”, diceva Muraro. “Il grosso di questo lavoro simbolico, che è un lavoro creativo, lo fa la creatura piccola, lo fa il bambino, la bambina. La donna che diventa madre lo diventa in rispondenza a qualcosa che fa la creatura già nel ventre materno con la sua semplice presenza. La donna che diventa madre lo diventa per questa potente domanda della sua creatura”. 

La donna per Muraro diventa però madre solamente con un sì: “Noi partivamo dal principio fondamentale di libertà femminile: una donna non può essere obbligata a diventare madrela maternità inizia con un sì”, spiegava ricordando i giorni di una lotta non ancora finita. “Ma tendevamo a sottolineare che l’aborto non è un diritto. Un diritto ha sempre un contenuto positivo. L’aborto è un rifiuto, un ripiego, una necessità. La donna che non vuole diventare madre subisce un intervento violento sul suo corpo per estirpare questo inizio di vita. Pensavamo, e pensiamo tuttora, che se si fa dell’aborto un diritto, si autorizza l’irresponsabilità degli uomini”.

Una felicità tenuta troppo stretta

In via Pietro Calvi 29 queste parole sono risuonate per decenni, sino alla mattina del 13 giugno 2026, a nemmeno due mesi dalla scomparsa di Lia Cigarini, morta il 20 aprile. Sono queste le mura che Luisa Muraro ha abitato per tutta la vita, sempre in compagnia di Lia.

Mura spesso severe, che in molte non sono riuscite a valicare. “Noi femministe abbiamo fatto un’esperienza di felicità, tenendola troppo stretta nelle nostre mani” – confessò Muraro a Repubblica – “Non l’abbiamo passata alle nuove generazioni di donne”. Mura entro cui Muraro ha sempre sostenuto e tematizzato la differenza non solo riconoscendo l’asimmetria della relazione femminile-maschile, ma anche e soprattutto nei rapporti tra donne. Con severità, sì, ma sempre con grande coraggio: “

Mi chiedo se non siamo rimaste troppo attaccate al nostro benessere. È una questione su cui sto riflettendo. In cosa abbiamo mancato? Le nuove trentenni – che dicono: noi non abbiamo ereditato nulla, siamo precarie – ci gettano in faccia la loro rabbia. Ma poi è anche vero che non sono riuscite a ereditare niente”.

Il suo pensiero, impossibile da riassumere in queste poche righe, ha certamente oltrepassato i confini di queste mura, inciso come un’eredità viva anche per quelle trentenni tanto arrabbiate che faticano a trovare nuove e vere maestre, e per le ventenni che di maestre non vogliono più sentire parlare. 

Ma è qui, è soprattutto qui, nella Libreria delle Donne che è stata per Luisa Muraro casa e creazione, creatura utopica divenuta reale, che la sua eredità continuerà a essere custodita. Una foto incollata al vetro dell’anta di un mobile colmo di volumi la ritrae sorridente accanto al ritratto della sua sodale: Luisa e Lia si guardano ancora. 

Trovare le parole 

Ed è ancora qui che Muraro confessava l’importanza dell’“uscire di scena”: “È la cosa più importante nella vita. Perché si arriva a un certo punto che devi deciderti a quel passo. E devi trovare le parole, se non le ultime almeno le penultime, con cui lucidamente cerchi di capire cosa sta accadendo.

Ma non lo so. Questo è il punto. E la postura cattolica non è abbastanza. So solo che c’è un mondo di uomini e donne che si disfa disordinatamente e di aver scritto tanto per cambiarlo in meglio. C’è il desiderio che qualcosa resti. Ma non so quale traccia lasceremo di noi”. 

 Io voglio ricordarla come l’ultima volta che l’ho vista, pronta a uscire dalla stanza non prima di aver detto l’ultima parola. Sull’uscio di quella libreria che è stata per lei sogno, progetto infinito. 

Entrare e uscire, con un bicchiere in mano, salire in cattedra, prendere parola, e che sia l’ultima. E poi magari svanire nella stanza accanto, per non farsi trovare dove per gli altri è prevedibile cercarci. 

La mossa della schivata”, la chiamava lei, ispirandosi alla filosofa Iris Murdoch. In fondo è la pratica ricercata da Muraro per una vita intera: partire da sé e non farsi trovare. 

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