Le voci confuse che rimbalzano tra i muri dei carrugi, l’odore straziante dei lacrimogeni aggrappato alle narici e il tambureggiare cupo delle pale degli elicotteri in sorvolo.
Questo, con qualche variazione sul tema, il teatro di posa delimitato da container e blindati in cui si muovono le migliaia di persone di quella Genova del luglio 2001.
Un’ambientazione che si sospetta da subito studiata per definire i confini di una narrazione pubblica traumatica, il climax dei “tafferugli” trasformati in “scontri” e poi in “guerriglia urbana”.
Una sceneggiatura, bisogna ammetterlo, davvero a effetto, e per questo, come certi spettacoli di Broadway, riproposta ancora oggi nelle piazze di un po’ tutto il mondo.
Genova, come racconto pubblico della violenza di Stato, non è un successo casuale: in fatto di racconto agiografico della repressione i responsabili dell’ordine pubblico italiano sono maestri indiscussi praticamente da sempre. Dalla lotta al brigantaggio a quella al terrorismo islamico, passando senza soluzione di continuità attraverso due guerre mondiali, fascismo, una guerra civile, contestazione e terrorismo, l’apparato monopolistico della forza made in Italy è sempre riuscito nella complessa sfida di dividere le piazze in “buoni e cattivi”, dove la parte dei buoni è riservata allo Stato stesso.
Costruire aspettativa sulla repressione
Ma vediamo in breve quali sono gli ingredienti di una messa in scena di successo.
Prima di tutto: costruire aspettativa! Cioè, nel nostro caso, preparare il racconto di una mattanza.
Già dalla primavera la tv pubblica, megafono del governo, e le reti Mediaset (pure loro, Berlusconi regnante, megafono del governo) mandano in loop le immagini di presunte guerriglie urbane nate attorno ai principali movimenti di protesta di quegli anni: dalla “battaglia di Seattle” attorno al vertice Omc del 1999 fino a quelli, freschi freschi, avvenuti a Napoli nel marzo del 2001 durante il Global Forum. Una sorta di prequel, come nelle migliori saghe, che fa dire ai più, seduti davanti ai teleschermi, che a Genova “ci scapperà il morto”.
Immagini da una città mediatizzata
Seconda mossa fondamentale: costruire personaggi semplici: i buoni e i cattivi.
I buoni li conosciamo già: le forze dell’ordine. Le tv cominciano in maniera ossessiva a creare un ponte di empatia attraverso poche, semplici parole chiave. Poliziotti sui blindati e carabinieri in tenuta antisommossa diventano per esempio “i ragazzi delle forze dell’ordine”.
Quel “ragazzi” ripetuto ossessivamente dai cronisti embedded risulterà risolutivo per vincere la sfida narrativa di Genova. In divisa e ordinati a fare il loro dovere. In fondo sono quelli che il 2 giugno sfilano sui Fori Imperiali. Figli di una patria che giura di sostenerli, tanto da mandare il postfascista ministro dell’Interno Gianfranco Fini nella sala operativa della battaglia cominciante assicurando loro “la totale vicinanza dello Stato” (che molti interpreteranno come impunità).
Con dei buoni così, e siamo al terzo elemento, i cattivi sono davvero semplici da raccontare.
Variopinti, disordinati, chiassosi, promiscui… perfetti per fare da spauracchio alla massa di telespettatori con gli occhi sgranati.
La massa di manifestanti si presenta subito come una facile preda per i resoconti giornalistici di governo, con slogan allora poco comprensibili, una gioiosità scanzonata facilmente raccontabile come ingenuità. Le tv, per esempio, filmano i loro bivacchi, i loro sacchi a pelo stesi a terra. Il link con l’immagine di una città invasa da spiantati. Chi scende in piazza a Genova, in quei giorni, prima di essere massacrato dai celerini venne massacrato dai giornali.
Non c’è partita, con i “ragazzi delle forze dell’ordine”.
Niente di vero
Per descrivere la forza di questa narrazione basterebbe soffermarsi sul racconto pubblico nato attorno ai due ragazzi, loro malgrado simbolo di quei giorni. Carlo Giuliani e Mario Placanica. Vittima e carnefice della messa in scena di quel G8.
Giuliani, ancora steso a terra, viene dipinto come un violento, un perdigiorno e un figlio di papà. Un ragazzino ricco che gioca a fare il black bloc con le spalle coperte dalla sostanza familiare. Deve essere soprattutto questa, per i telespettatori, la sua colpa.
Placanica è un figlio del Sud, carabiniere di leva e per bisogno, che si trova a essere incolpevole esecutore della necessaria violenza dello Stato.
Nessuno di questi racconti è vero, ma in quei giorni bastano a giustificare, per una buona parte dell’opinione pubblica, il fatto che in Italia si possa morire scendendo in piazza.
Della morte di Giuliani sono accusati praticamente tutti: lui stesso, il Genoa Social Forum, le sue idee, la sua famiglia. Tutti fuorché quel sistema di comando: nessuno dei responsabili dell’invio di una camionetta piena di militari di leva, impreparati e spaesati, nel mezzo degli scontri, risponderà mai di questo errore. Un sistema che a Genova fallisce miseramente il suo compito dichiarato, vale a dire permettere a chi lo voglia di manifestare senza rischi, ma centra perfettamente il suo scopo reale: svuotare le piazze.
E quando la mattanza finisce i temi caldi della narrazione sono già tutti a disposizione degli sceneggiatori del “dopo”: una città distrutta, migliaia di persone sotto shock, i temi del G8 totalmente oscurati. Le violenze della Diaz, le immagini dei pestaggi, il sangue sui muri, polarizzeranno il dibattito, ma non sposteranno il bilancio narrativo. Chi le ha prese se le tiene, chi le ha date ha fatto bene.
Una morale contro le piazze
Genova è una tragedia da teatro greco e come tutte le grandi rappresentazioni ha una morale che abbiamo imparato in tanti.
Dopo quel 2001, se scendi in piazza, ti devi aspettare due cose, e lo sai già.
La prima, semplice, è che ti meneranno. Molto. E questo tuo essere vittima del manganello non susciterà empatia nei tuoi confronti, ma approvazione per l’operato dei “ragazzi delle forze dell’ordine”.
La seconda, più dura da digerire, è che tu in piazza potrai fare qualsiasi cosa: allestire cordoni di sicurezza, allontanare i violenti, scegliere le proteste pacifiche… non importa, ci sarà sempre qualcuno che spaccherà una vetrina o darà fuoco a un bancomat – senza che mai i “ragazzi delle forze dell’ordine” riescano a fermarlo – e sarà quello il titolo dei giornali del giorno dopo.
Lo spettacolo di Genova ci ha insegnato che scendere in piazza non serve, anzi, è pericoloso.
E il problema è che ci abbiamo creduto.
