La grande sostituzione e il cambio di egemonia: socialismo o barbarie?
L’era smart inizia con l’apertura di una nuova frontiera artificiale, quella online, su cui progressivamente si trasferisce la principale forma di riproduzione del capitale. La nuova frontiera si apre dopo la caduta del Muro di Berlino e, proprio come le Americhe della prima modernità, si presenta come uno spazio di libertà e opportunità estremamente attraente per gli istinti acquisitivi più intraprendenti. Anche online si riproduce la metafora potente della tabula rasa, che Locke aveva utilizzato per trasmettere il dinamismo, quasi fanciullesco, di un’umanità che vuole scrivere una nuova storia. Non a caso si parlò di fine della storia, per cancellare, d’un tratto (la simbolica caduta del Muro), ogni stratificazione di un passato statico.
Come su una lavagna, si cancella il pregresso per tracciare segni del tutto nuovi.
La frontiera internet
Questa cancellazione della storia, di cui la frontiera Internet è la riproduzione plastica, fondata com’è sul culto della trasformazione tecnologica rapidissima e dell’eterno presente che ne consegue, non poteva che mutarsi in cancel culture, postura cosiddetta woke che, valutando il passato con il moralismo del presente, mette sotto il tappeto le esperienze umane di cui non si vuole o non si può parlare.
Come nelle Americhe si finse di non vedere la presenza indigena, similmente nella narrazione della nuova frontiera artificiale dell’eterno presente non si vedono né si vogliono discutere le contraddizioni che scaturiscono dalle condizioni materiali e dal passato. Così ben poco si studiano in chiave di teoria sociale gli impatti ecologici devastanti delle possenti infrastrutture tecnologiche, dei megaserver, dei cavi sottomarini, dei satelliti, dell’estrazione di terre rare, della rottamazione di miliardi di dispositivi di accesso resi rapidamente obsoleti.
Soprattutto si cancella la logica militare e imperialista iscritta nel dna della nuova frontiera artificiale, che l’etnocentrismo woke nasconde tramite l’universalismo dei diritti umani irrispettoso di ogni differenza, perché autoproclamatosi eticamente superiore. Si cancella così la chiave geopolitica destinata a riemergere prepotente nel tragico presente della grande sostituzione.
La frontiera Internet, creatura del complesso militare-industriale, volta in primis alla sorveglianza, costruita tramite il dirottamento, soprattutto al mit e a Stanford, dei cospicui fondi liberati dalla conclusione (dopo la bomba di Hiroshima) del Manhattan Project, nasconde così, con la sua immagine di libertà e anarchia, la propria matrice autoritaria, militare e di controllo. Essa si presentò come il dono generoso fatto all’umanità dal mondo libero, mentre tentava il consolidamento definitivo dell’egemonia sul finire del secolo americano. (…)
Perché ascoltare le prediche dei giuristi su legalità e democrazia, quando essi non sono più indispensabili per l’accumulo di capitale e la subordinazione politica può ben garantirsi tramite la coercizione economica e lo stato di polizia?
Sorveglianza e privacy
Il capitalismo della sorveglianza è strutturalmente incompatibile con diritti effettivamente garantiti dalla legislazione, ed è solo questione di tempo perché la grande sostituzione sia compiuta, come ben mostra il declino della privacy, che pur è stata la più importante estensione giuridica della proprietà privata borghese (a chi non ha nulla tranne il suo corpo) nella società capitalista pluriclasse del secolo americano.
La violazione della privacy è endemica alla struttura del capitalismo della sorveglianza, che tanto più ne parla quanto più la viola, proprio come progressivamente avviene per i diritti umani, imposti militarmente agli Stati deboli, ma sempre meno capaci di proteggere nei confronti dei poteri forti, perché indeboliti dalle logiche dell’anti-diritto descritte in precedenza.
Per celare questo paradosso, figlio della regressione inevitabile del diritto sulla frontiera online, si utilizza il consenso informato come foglia di fico, un paravento pseudo-giuridico con cui per qualche anno i giuristi, sempre meno critici e culturalmente provveduti, si autoconvincono che il diritto mantenga qualche voce in capitolo sulla nuova frontiera online.
Il diritto addomesticato
È difficile tuttavia non accorgersi, alla luce di quanto esposto nelle precedenti pagine, come la principale funzione del diritto divenga inutile sulla frontiera Internet. Ivi la proprietà privata, struttura dell’accumulo fondata sull’esclusione, non richiede l’ausilio degli apparati della legalità. Non serve il giudice per difendere la proprietà privata violata. Internet è infatti il mondo della condizionalità e delle vie di fatto tecnologiche, cui non ci si può sottrarre.
Chi accede all’infosfera, un ambito di controllo sociale pervasivo e inevitabile (non si può togliere la batteria dal cellulare), lo fa sempre piegandosi al ricatto, prendere o lasciare, resistendo al quale si è semplicemente esclusi, tramite tecnologia, dalla possibilità di accesso alle utilità che la rete promette. Si verifica paradossalmente una nuova forma dell’antichissimo ostracismo. (…)
Il diritto, addomesticato dalle corporation in era neoliberale, può difendermi da questi assalti alla privacy, che io stesso ho sovente invitato, o comunque accettato, usando i social media? Co-me ebbe a dirmi a Berkeley un illustre imprenditore tech, mio vicino di casa, che aveva scattato tramite un prototipo di drone colibrì foto della mia cucina: “Il mio problema non è la tua privacy, perché, se batto la concorrenza coreana nella produzione di mini droni, avrò montagne di soldi per pagare gli avvocati specialisti in privacy per difendermi e farmi vincere tutte le cause!”.
Era già un decennio fa, un’era geologica per la rapidità dell’evoluzione tecnologica. Oggi, comunque, nessuno sfugge alle immagini dettagliatissime che consentono di filmare da un satellite di Elon Musk l’accoppiamento delle rane in una foresta pluviale amazzonica…
L’uomo sorvegliato non è difeso dal diritto, perché a lederlo è un potere forte, rapidamente cangiante e irresistibile, cui ben poco importa del suo consenso, che comunque è in grado di estorcere tramite le vie di fatto del prendere o lasciare. (…)
Un futuro diverso
L’alternativa a questa triste barbarie reazionaria, con tanto di regressione dalla società borghese a quella feudale, esiste, ma non la si vuole vedere, al limite per migliorarne gli aspetti che non convincono. Si investono così somme ingenti per nasconderla, laddove fa capolino, nella Cina socialista e nella sua nuova egemonia sui paesi brics e sul Sud globale. Libera dagli imbarazzi e dalle contraddizioni create dalla logica del diritto occidentale borghese, la lunga nep cinese sembra aver messo in ordine la struttura economica. Sottratti dalla povertà ottocentocinquanta milioni di contadini, superati gli Stati Uniti come pil aggiustato al potere d’acquisto (il solo che socialmente conta), con la sua dittatura del proletariato, sancita dal primo articolo della vigente Costituzione, non senza contraddizioni proprie ma non create dal feticismo della legalità, la Cina esercita una nuova egemonia sul Sud globale, fondata sull’esportazione di infrastrutture, non di diritti, democrazia e altra falsa coscienza borghese.
Va detto con chiarezza. Così come l’egemonia ha sempre prodotto controegemonia, la tecnologia della sorveglianza ha ricreato a livello globale le condizioni per la pianificazione, parola chiave e architrave del socialismo. Sconfitto in Unione Sovietica per mancanza di conoscibilità dei bisogni in assenza di prezzi, esso risorge oggi, in tempi di grande sostituzione, indicandoci nuovamente l’obiettivo, quanto mai necessario, di una società globale senza rendite, senza sfruttamento, senza Stato e senza guerra, in cui il diritto, sovrastruttura borghese, progressivamente perde di senso e scompare.
Prendere atto della grande sostituzione che avanza in Occidente, dove il diritto borghese è sostituito dal capitalismo della sorveglianza, non significa per il giurista abbandonare la propria vocazione civile. Egli deve ritagliarsi un ruolo nelle nuove condizioni tecnologiche, abbandonare la disperata difesa della maschera individualista, procedendo senza esitazioni, nostalgie o paure delle nuove condizioni tecnologiche, a fondare, nel collettivo solidale e nel diritto dei beni comuni, un’organizzazione sociale pianificata. O barbarie, qui e adesso, o socialismo che, sugli errori del passato, sappia fondare l’internazionale delle generazioni future.

