Il tempo presente ci conferma che la guerra persiste come strumento e che ogni guerra è anche una guerra di parole. Prima ancora dei bombardamenti, infatti, arrivano le narrazioni: cornici interpretative che preparano l’opinione pubblica, semplificano il reale, rendono accettabile l’inaccettabile.
Un tempo si chiamava propaganda, e il termine aveva il pregio di nominare un dispositivo politico consapevole: la produzione organizzata di consenso attraverso il falso, l’omissione, la ripetizione. Oggi qualcuno le chiama fake news, come se fosse un effetto collaterale della comunicazione digitale, un rumore di fondo inevitabile. La sostanza non cambia.
La guerra ha sempre bisogno di una storia che la preceda e che la giustifichi. Dall’Iraq alle guerre balcaniche, da Gaza all’Ucraina, il conflitto armato è stato accompagnato da narrazioni selettive, immagini isolate, parole d’ordine ripetute fino a diventare senso comune. Smontare queste narrazioni non significa negare la complessità dei conflitti, ma rifiutare la loro riduzione a favola morale. È un lavoro lento, scomodo, spesso impopolare, addirittura rischioso.
Eppure, è lì che si gioca una parte decisiva della responsabilità civile. Perché se la guerra inizia con le parole, è dalle parole che può essere almeno interrogata, rallentata, messa in crisi. Raccontare la guerra non è mai un atto neutro: significa scegliere se stare dalla parte della semplificazione o della complessità, del potere o delle vite esposte. Pubblico chiude l’anno da qui, da questa scelta di campo.
Gli articoli selezionati tengono insieme un’unica traiettoria: mostrare come la guerra non agisca solo sui corpi e sui territori, ma anche sul linguaggio, sull’informazione, sulla possibilità stessa di capire ciò che accade. Dalla propaganda classica alle fake news contemporanee, dalle narrazioni ufficiali ai dissensi rimossi, questi contributi interrogano il modo in cui i conflitti vengono raccontati, giustificati, normalizzati. Letti insieme, non offrono una sintesi pacificante, ma un esercizio di scomposizione critica: rimettere in questione le parole della guerra per restituire complessità alle storie, alle responsabilità, alle vite che vi sono coinvolte.
