Dio, patria e propaganda – L’estetica sacra della destra da Mussolini a Giorgia Meloni


Articolo tratto dal N. 84 di I nuovi sacerdoti del potere Immagine copertina della newsletter

L’arte cristiana, per la sua carica emozionale e il prestigio di cui cui gode, è stata spesso sfruttata, in modo più o meno palese, da regimi dittatoriali a fini propagandistici. I leader nazi-fascisti se ne sono serviti soprattutto per legittimarsi e auto-celebrarsi , nonché per sollecitare un consenso basato sulla suggestione piuttosto che sull’argomentazione. Lo attestano gli esempi che seguono.

Un noto manifesto nazista del 1936 ritrae Hitler frontalmente, con sguardo magnetico, sullo sfondo di un cielo luminoso che gli funge da aureola, nel quale aleggia un’aquila.

L’immagine deriva dalla fusione di due opere di Piero della Francesca: la Resurrezione e il Battesimo di Cristo.  

L’aquila sostituisce la colomba dello Spirito Santo. L’intento è quello di presentare il Führer come una figura quasi divina, un unto del Signore. Anche il regime di Vichy è ricorso alla Resurrezione pierfrancescana, che è la più celebre rappresentazione figurativa di questo tema, per promuovere la figura del suo capo. Una stampa di propaganda raffigura il maresciallo Pétain, l’eroe di Verdun, il “sauveur de la France”, ritto sulle macerie della Grande Guerra.

Il tricolore che impugna in atteggiamento trionfante corrisponde al vessillo che tiene il Messia, per simboleggiare la vittoria della vita sulla morte. La didascalia conferma la volontà di paragonare il «sacrificio» di Pétain a quello di Cristo: riproduce la frase da lui pronunciata nel 1940, quando assunse la direzione del governo collaborazionista: “Je fais à la France le don de ma personne”.  

Si ispira alla Resurrezione di Piero anche l’organizzazione scenografica della tomba di Mussolini, a Predappio. 

La scultura che sovrasta il modesto sarcofago di pietra rappresenta il Duce ieraticamente, lo sguardo fisso verso il pubblico. I fasci littori che incorniciano il ritratto riecheggiano i tronchi degli alberi ai lati della figura di Cristo. Va rilevato che, dopo la caduta del regime fascista, il 25 luglio 1943, Mussolini aveva coltivato l’immagine del Salvatore che si era sacrificato per la Patria. Il capitolo «Calvario e Resurrezione» del suo volume Storia di un anno (Mondadori, 1944), si concludeva con le parole: «L’Italia è stata crocifissa, ma già si delinea all’orizzonte il crepuscolo mattinale della Resurrezione». Tra i cimeli della Cripta Mussolini c’è un documento incorniciato riproducente un testo laudatorio in rime intitolato A Benito Mussolini, la cui strofa finale comprende l’invocazione: «Duce ti prego risorgi per noi, / ridacci l’orgoglio di arditi ed eroi».

Lo stesso simbolo del MSI – la fiamma che sorge dal trapezio – deve intendersi come il messaggio eterno che irradia dalla cassa mortuaria di Mussolini. Questa lettura è contestata dai dirigenti della destra neo e post-fascista. Tuttavia, un bozzetto alternativo al motivo scelto, disegnato dallo stesso grafico, l’ex-veterano della Repubblica di Salò Enrico Maria Avitabile, ci mostra una figura che si erge dal trapezio, con le mani alzate verso il Cielo, come il Cristo della Resurrezione e dell’Ascensione.

Chiaramente, nelle intenzioni del partito c’era la volontà di raffigurare la «morte» e trionfale rinascita delle idee del Duce.

Un affresco di Piero che ispirò ripetutamente i pittori del regime fascista è la Vittoria di Costantino (Chiesa di San Francesco, Arezzo). Varie pitture murali eseguite negli anni Trenta e primi anni Quaranta, quali quelle eseguite da Mario Capuzzo a Palazzo Barbantini-Koch, allora sede della Cassa di Risparmio di Ferrara e da Francesco Rinone nella sede dell’ENAL (Ente Nazionale Assistenza Lavoratori) di Vercelli, raffigurano Mussolini a cavallo che avanza maestosamente seguito dalle camicie nere e altri sostenitori, alcuni dei quali reggono stendardi militari.

Costantino è una figura legata all’idea di conquista e espansione, ma la scelta di alludere alla battaglia sul Ponte Milvio tramite il dipinto di Piero aveva anche un significato puntuale: la vittoria dell’Imperatore (una vittoria ottenuta grazie al segno della Croce, come gli aveva predetto l’angelo in sogno) e la Marcia su Roma avevano in comune la stessa data, 28 ottobre.

L’8 marzo secondo l’MSI

Il MSI, partito nato dalle ceneri del fascismo, si servì anch’esso dell’immaginario religioso. Negli anni Settanta e Ottanta, a dimostrazione che era non meno sensibile degli altri partiti ai bisogni e ai problemi della condizione femminile, produsse vari manifesti commemorativi per l’8 marzo, che celebravano la donna rappresentandola in base all’iconografia mariana: immobile e solenne, oppure di profilo come la Vergine dell’Annunciazione, con gli occhi sempre abbassati, in segno di umiltà e sottomissione. Il colore dominante era solitamente il blu, quello tradizionale del manto della Madonna.

 Di particolare interesse è un manifesto del 1986: riproduce il volto di Giuditta, la liberatrice del popolo d’Israele dall’oppressione assira, traendolo dal noto dipinto del Caravaggio che la raffigura mentre decapita Oloferne, il comandante al soldo di Nabucodonosor. La scelta di questa figura non è casuale. Giuditta, oltre ad essere un simbolo di eroismo femminile, è un emblema di castità. L’episodio biblico sottolinea che era una vedova virtuosa che rifiutò un secondo matrimonio. Questo manifesto commemorativo dell’8 marzo può quindi intendersi come la celebrazione di una femminilità tradizionale. Va tra l’altro notato che il ritratto non è stato riprodotto fedelmente sul manifesto, bensì in forma ritoccata: le pupille lucenti della Giuditta del Caravaggio sono state spente tingendole di nero e l’aggrottamento delle sopracciglia rimosso. Privata dei segni della concentrazione di cui ha bisogno per mozzare il capo di Oloferne, l’eroina assume un aspetto sereno e i suoi occhi paiono guardare modestamente verso il basso.

Dell’iconografia religiosa il MSI almirantiano si è appropriato anche con altre finalità.
Un manifesto diffuso a Brescia pochi giorni dopo l’attentato del 28 maggio 1974 a Piazza della Loggia rappresenta un uomo in maniche di camicia, ammanettato e con la testa bassa. Lo sfondo è rosso per simboleggiare la prigione a cui lo avrebbero condannato «magistrati di sinistra».

La postura della figura richiama l’iconografia dell’Ecce Homo. Il riferimento alla Passione serve a presentare il MSI come vittima innocente e indifesa, e quindi smentire le accuse che il partito fosse coinvolto nella strage.

L’iconografia della Passione ricorre anche in un manifesto del 1980 a favore della pena di morte per i trafficanti di droga. Raffigura il busto nudo di un uomo con la testa riversa all’indietro e il braccio destro penzolante.

Non è difficile scorgere in questa figura il Cristo della Pietà di Michelangelo. L’allusione serve a colpire emotivamente il pubblico evitandogli di soffermarsi lucidamente sulla gravità della proposta. L’identificazione del giovane morto per overdose con Cristo sembra suggerire che l’enormità del crimine commesso dagli spacciatori giustifica una punizione estrema come la pena di morte.

Nella propaganda figurativa prodotta negli anni in cui Gianfranco Fini diresse il MSI (1987-1995) e successivamente Alleanza Nazionale (1995-2009) è difficile rinvenire qualsiasi riferimento all’iconografia religiosa. D’altronde, in un’intervista concessa al settimanale Panorama nel 2007 aveva dichiarato «Non ho il dono della fede». E se con Fini le donne entrano con prepotenza nell’universo della destra, esse incarnano «virtù» ben diverse da quelle che il suo predecessore intendeva promuovere. Lo attesta emblematicamente il lancio di Alessandra Mussolini, catapultata nel 1992 sulla scena politica dalle pagine patinate di Playboy e Playmen.

Il ritorno di “Dio, Patria e famiglia”

La religione torna a svolgere un ruolo di primo piano con l’affermazione di Giorgia Meloni. È presente soprattutto nei suoi discorsi, nei suoi slogan e nella sua comunicazione social. Nel marzo 2019, a Verona, al congresso mondiale delle famiglie, la leader pronuncia il motto “Dio, patria e famiglia”, che ripeterà il 25 agosto 2022 al Meeting di Comunione e Liberazione di Rimini. Molto inquietante trattandosi di una massima fascista, che compariva sulla facciata di scuole ed altri edifici pubblici. Tra l’altro è riprodotta su una parete della Cripta Mussolini, a Predappio.

Il 20 dicembre 2021 Meloni diffonde su Facebook un messaggio accompagnandolo con una foto che la ritrae tra i personaggi di un presepe vivente. Subito dopo la vittoria elettorale del 2022, cita San Francesco in un discorso. Il 22 ottobre 2022, dopo aver giurato sulla Costituzione, omaggia Giovanni Paolo II e dichiara di essere onorata che la data coincida con quella dell’intronizzazione del Papa. Nei manifesti propagandistici e nelle webcard, su cui campeggia quasi sempre la sua figura, i riferimenti di carattere religioso sono invece rigorosamente assenti. A meno che non si voglia attribuire un carattere sacro al look angelico che la leader di Fratelli d’Italia coltiva da oltre un decennio (va ricordato che, bruna di natura, si tinge i capelli di biondo) per addolcire la sua immagine e rendere meno ostiche le sue dichiarazioni più controverse.

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