Università di Bergamo

Una piazza


Quella di piazzale Loreto è una vicenda complessa, in cui si intrecciano quasi inesorabilmente storia, politica, memoria, narrazione. La piazza trae la propria denominazione da una piccola cappella, costruitavi agli inizi del XV secolo, dedicata alla Madonna di Loreto. Nel 1616 vi fu poi edificato, per volere del cardinale Federico Borromeo, un monastero intitolato alla stessa Madonna. L’importanza della zona crebbe a partire dal 1825, quando furono aperte dagli Austriaci due vie (la postale veneta e la militare dello Spluga e dello Stelvio, oggi rispettivamente via Padova e viale Monza) che nel “Rondò di Loreto” trovavano il proprio sbocco, rendendolo un importante snodo di collegamento tra il centro e la periferia, la città e la provincia. Con il piano regolatore Beruto (1884) la piazza prese la forma di stella irregolare che mantiene ancora oggi, diventando uno dei punti di maggior transito del pendolarismo verso le fabbriche della Brianza e viceversa, con un transito quotidiano di diverse decine di migliaia di lavoratori. Anche ai giorni nostri la piazza mantiene un aspetto caotico ben descritto da Ferruccio Parazzoli, (ad essa ha dedicato una trilogia) che ci riconduce agli avvenimenti di cui essa è stata teatro:

Dei palazzi che lo circondano, non varrebbe la pena parlarne se uno di loro, proprio sotto il suo basamento massiccio, non nascondesse qualcosa di storico, un ricordo poco bello, tanto che gli abitanti, quelli stanziali come sono io, non ne parlano mai, niente, né tra loro né con gli altri, e se qualcuno ti chiede dove abiti e tu gli dici «piazzale Loreto», e il forestiero dice «Ah, piazzale Loreto, non è quello di…» «Precisamente» lo blocchi «quello di Upim e di Coin». Che va mai cercando l’intruso, quali fantasmi rimemora? Ma adesso qui, per iscritto, tra di noi, ce lo possiamo anche dire cosa c’era sotto quel palazzo: la stazione di servizio della Esso dove furono appesi i corpi di Mussolini e della Petacci. Però non chiedete quale sia questo palazzo perché non ve lo dirà mai nessuno1


10 agosto 1944


La mattina dell’8 agosto 1944 una bomba fece esplodere un camion della Wehrmacht parcheggiato di fronte al 77 di viale Abruzzi, a pochi metri dal Titanus, un albergo diventato la sede del comando logistico tedesco. Sei passanti restarono uccisi e altri dieci feriti (le cifre non sono però, ancora oggi, certe). L’attentato non fu mai rivendicato da alcuna formazione partigiana. Poco prima della sua scomparsa, Giovanni Pesce, il comandante “Visone” dei Gap milanesi, ammise però che, nell’estate 1944, «venne studiato in tempi rapidi un piano operativo per abbattere il numero maggiore possibile di mezzi di trasporto dell’esercito tedesco. L’incarico venne dato al distaccamento “Walter” che operò dal 20 luglio all’8 agosto. Il bilancio fu eccellente: otto grossi camion e due vetture andarono in fiamme»2.

I tedeschi comandarono per rappresaglia (nonostante le vittime fossero tutte italiane), la fucilazione di quindici “comunisti e terroristi”, detenuti a San Vittore senza alcuna imputazione specifica. La rappresaglia fu eseguita dai militi della Guardia nazionale repubblicana e della Brigata Muti. Lo stesso 10 agosto il capo della Provincia, Parini, in un Promemoria urgente per il duce, riferiva a Mussolini «i particolari del gravissimo episodio di Ple. Loreto», mostrando, ancora una volta, la sudditanza dei fascisti di Salò nei confronti dell’ alleato nazista e, contemporaneamente, la confusione regnante tra i vari corpi armati della RSI3.

Per ordine dei nazisti i cadaveri vennero lasciati sul posto fino alle sei di sera: era infatti tipico della strategia nazifascista ricorrere, per ammonimento, alla pubblica esposizione dei corpi del nemico. Tra i tanti milanesi testimoni, vi era anche Camilla Cederna:

Formavano un gruppo tragicamente disordinato, per via del sangue, delle pose scomposte, dell’essere in una piazza quasi a contatto coi passanti. Uno addosso all’altro, pieni di mosche, sotto un sole tremendo, chi con le braccia aperte, chi rannicchiato; e sui cadaveri un cartello: “Il comando militare tedesco”. La gente, silenziosa e atterrita, che gli girava intorno, una vecchietta rimproverata perché si era fatto il segno della croce, mentre non è stato detto niente a un uomo che, presa bene la mira, ha sparato nel mucchio. Erano giovanissimi e anziani, in tuta blu o in giacca qualsiasi, tutti verdastri in faccia, sangue dappertutto, e i bambini che non smettevano mai di andare in prima fila ad osservarli meglio. Era uno spettacolo che non dimenticherò mai, e che mi ha riempito di dolore e vergogna4

Nel 1960, nello slargo tra piazzale Loreto e via Andrea Doria, fu eretto, in memoria dei 15 antifascisti fucilati, un monumento dello scultore Giannino Castiglioni.


29 aprile 1945


L’ultimo viaggio di Mussolini verso piazzale Loreto iniziò, forse, proprio il 10 agosto 1944. Secondo alcune testimonianze Mussolini, alla notizia dell’eccidio, avrebbe esclamato: «Il sangue di piazzale Loreto lo pagheremo molto caro». Nello stesso giorno dell’eccidio di piazzale Loreto, un volantino della Delegazione per la Lombardia del comando generale delle Brigate e Distaccamenti d’Assalto Garibaldi, dopo aver comunicato che, in risposta alla fucilazione dei quindici ostaggi innocenti, erano stati passati per le armi quindici militi fascisti, ordinava «a tutte le formazioni Partigiane Garibaldine della montagna e della pianura, ed in particolare ai Gruppi di Azione Patriottica di vendicare immediatamente le vittime innocenti. Chiede a tutta la popolazione milanese di sostenere con ogni mezzo la lotta armata per la liberazione dell’Italia»5. Quando, alle 22.30 circa della sera del 28 aprile 1945, un camion di partigiani guidati da Aldo Lampredi e Walter Audisio, il colonnello Valerio, l’esecutore materiale, secondo la versione ufficiale, dell’esecuzione di Mussolini a Giulino di Mezzegra, arrivò a Milano trasportando i corpi del duce, della sua amante Claretta Petacci e del fratello di quest’ultima, Marcello, insieme a quelli dei quindici gerarchi fascisti fucilati a Dongo, la scelta di piazzale Loreto, di “mostrare” la morte e proclamare la fine del fascismo e della guerra, non fu casuale, ma voluta. Luigi Meneghello, partigiano giellista, scriverà che «era necessario disfarsi del fascismo in modo percepibile ai sensi»6. A quel punto, quello che si svolse nella grande piazza fu, simbolicamente, «un rito moderno di detronizzazione, che mantiene alcuni degli aspetti del rito antico. Nella società medievale e della prima età moderna, le fasi della detronizzazione ripetevano, rovesciate, quelle dell’intronizzazione»7. Ve ne sono tutti i segnali: dal segno del potere, un labaro spezzato, messo tra le mani dell’ex potente, alla camicia strappata, fino alla stessa sollevazione. Il cordone di partigiani non riuscì infatti a fermare la pressione della massa, nonostante l’intervento dei pompieri, e decise di issare i corpi dove allora c’era la pensilina di un distributore di benzina, abbattuto poi nel settembre del 1948.

Fin da subito, piazzale Loreto ha rappresentato quindi una drammatica cesura, tra vinti e vincitori, tra fascismo e Liberazione, simbolo di una memoria che segna la chiusura di un’epoca e l’inizio di una nuova e che, come tale, non può essere unanime e, neppure, condivisa o riconciliata. Al limite, comune. Ma è necessario impegnarsi in questo senso.


Memoria o oblio?


Nel novembre 2019, l’assessore all’Urbanistica del Comune di Milano, Pierfrancesco Maran, ha annunziato la pubblicazione di un bando per ridisegnare e riqualificare la piazza che, a quel che sappiamo, è nella prima fase di gara. In questi mesi l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale è stata attratta, oltre che dalla pandemia, dalle proteste del movimento Black Lives Matter, che hanno trovato espressione anche nell’abbattimento di statue e monumenti ritenuti, a torto o a ragione, simbolo di un retaggio coloniale o, peggio, razzista. A Milano, il dibattito, come è noto, si è incentrato sulla questione della statua dedicata a Indro Montanelli nei giardini di Porta Venezia.

Ri-definizione e ri-significazione degli spazi e dei simboli che li caratterizzano sono diventati quindi ormai argomento comune di discussione tra gli storici. Sul destino di piazzale Loreto sono invece finora intervenuti solo architetti e urbanisti, come se ci trovassimo di fronte al caso di una piazza tra le tante milanesi, sia pure importante. Peraltro, può essere anche questa una scelta, che però andrebbe perlomeno argomentata, cioè posta come tale. Alcuni anni fa, un libro, provocatorio, ma intelligente, del giornalista statunitense David Rieff, ha posto la questione, fin dal titolo: La memoria e l’oblio (tr. it. Luiss University Press, Roma 2019): tra “utilità della reminiscenza” e “opportunità dell’oblio” (per utilizzare due espressioni di Barbara Spinelli) Rieff sembra privilegiare decisamente la seconda, ritenendola la strada migliore, rispetto all’assunzione critica del passato, per giungere a una riconciliazione tra gli individui e tra i popoli. È una dialettica che gli storici conoscono molto bene, con tutte le ricadute su quello che viene comunemente chiamato “l’uso pubblico della storia”. I rischi, di una scelta piuttosto che di un’altra, sono chiari. Anche per questo, concluderei con le parole dello stesso Rieff (p. 83): «Quando si indagano verità occultate dal passato, di sicuro è la storia che deve avere il primato rispetto alla memoria, almeno se l’obiettivo è, come dovrebbe essere, quello di accumulare i fatti necessari a stabilire testimonianze storiche incontestabili». Come scrive Pierre Nora, uno degli autori citati da Rieff: «La memoria insedia il ricordo nel sacro; la storia, sempre prosaica, lo libera». Ma, mi permetto di aggiungere, non si può fare a meno, contemporaneamente, della storia e della memoria.


1 Ferruccio Parazzoli, Piazza bella piazza, Mondadori, Milano 2006, pp. 14-15

2 Cfr. Franco Giannantoni e Ibio Paolucci, Giovanni Pesce “Visone”. Un comunista che ha fatto l’Italia, Arterigere, Varese 2005, p. 133

3 Il documento è reperibile in Fondazione Istituto per lo studio dell’età contemporanea, Sesta San Giovanni, Fondo Aned, b. 66, f. 43. Il 15 agosto Parini si dimise dall’incarico.

4 Camilla Cederna, Milano in guerra, Feltrinelli, Milano 1979, pp. 16-17

5 Fondazione Feltrinelli, Fondo PCI nella Resistenza, b. 7, fascicolo 17.

6 Luigi Meneghello, Bau-sète!, Bompiani, Milano 1996, p. 40

7 Caterina Bianchi, Il nudo eroico del fascismo, in Gli occhi di Alessandro. Potere sovrano e sacralità del corpo da Alessandro Magno a Ceausescu, a cura di Sergio Bertelli e Cristiano Grottanelli, Ponte alle Grazie, Firenze 1990, pp. 166-167


 

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