Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Il ventesimo anniversario degli attacchi all’America dell’11 settembre 2001 avrebbe dovuto coincidere, nelle intenzioni del Presidente degli Stati Uniti, con il compimento di un ciclo storico: quello aperto dalla risposta militare contro Al-Qaida e i Talebani afghani e concluso, appunto, dal definitivo disimpegno militare americano dell’Afghanistan. Ma il clamoroso collasso dello Stato e dell’esercito afghano, già qualche settimana prima del completamento del ritiro, e il precipitoso ritiro dei contingenti occidentali dall’aeroporto di Kabul, hanno reso questa coincidenza ancora più simbolica di quanto avrebbe voluto essere. La fine dell’impegno degli Stati Uniti e della Nato, infatti, non ha segnato soltanto la conclusione della guerra più lunga della storia americana. Il suo significato più profondo è stato quello di portare una volta per tutte allo scoperto il fallimento di vent’anni di politica estera occidentale, non soltanto come è ovvio in Afghanistan e nel cosiddetto Grande Medio Oriente, ma nell’intero sistema internazionale.

In questo fallimento lo choc dell’11 settembre ha giocato un ruolo tutt’altro che trascurabile. Precipitosamente rappresentato come un “atto di guerra” e, quindi, come l’inizio di quella che nel decennio successivo sarebbe stata etichettata e legittimata come “guerra globale al terrore”, l’11 settembre ha finito per operare come un irresistibile trompe-l’oeil strategico e intellettuale, destinato a oscurare o almeno mettere in secondo piano i veri processi disgregativi dell’ordine internazionale post-novecentesco (il riflusso della centralità euro-occidentale, il declino dell’egemonia degli Stati Uniti e la crescita della Cina, la scomposizione geopolitica del sistema internazionale, la crisi stessa dell’ordinamento politico-giuridico moderno). Ma la conseguenza più immediata di questa inversione delle priorità è stata quella di avere indotto Stati Uniti ed Europa ad assumersi una quantità esorbitante di impegni nel Grande Medio Oriente, proprio in un contesto storico nel quale l’importanza geopolitica della regione declinava progressivamente rispetto a quella del complesso che ci siamo abituati da qualche anno a definire indo-pacifico. Le radici della sconfitta contemporanea in Iraq e in Afghanistan – tenacemente e impudentemente negata, per anni, non soltanto dai vertici politici ma anche (e su questo ci sarebbe da riflettere) da una miriade di commentatori, “esperti”, operatori “sul campo” e persino studiosi – erano già in questa contraddizione. Incapaci di concordare una linea di azione realistica in Afghanistan e distratti, per di più, dalla disastrosa decisione di aprire un secondo fronte in Iraq, Stati Uniti ed Europa hanno finito per trovarsi intrappolati in una regione dalla quale era chiaro a tutti – e prima di tutto ai loro nemici – che non vedevano l’ora di uscire. Tutte le ultime tre amministrazioni americane sono finite in questo circolo vizioso: da un lato, a partire dal Pivot to Asia di Barack Obama fino all’ossessione anticinese di Donald Trump e Joe Biden, gli Stati Uniti non hanno mai nascosto di essere alla ricerca di una exit strategy da Iraq e Afghanistan per concentrare i propri investimenti politici e militari in Asia orientale; dall’altro lato, ogni passo in questa direzione è stato pagato a un prezzo altissimo in termini di reputazione e credibilità di fronte sia ad alleati che ad avversari, e sia dentro che fuori la regione. È lo stesso dilemma, apparentemente irresolubile, che affligge la politica estera americana da quindici anni a questa parte. Preoccupati dallo spettro del declino e impazienti di riportare in equilibrio impegni e risorse, gli Stati Uniti hanno buone ragioni per affrettarsi a tagliare gli investimenti politici e militari non strettamente necessari o, come nel caso afghano, fallimentari. Ma il problema è che non possono farlo senza alimentare la paura dell’abbandono in tutti gli alleati e senza dare un segnale di debolezza a tutti gli avversari. Sostenibilità e credibilità dell’egemonia americana procedono sempre di più in direzioni opposte: più gli Stati Uniti si sforzano di diminuire gli impegni e più sono condannati a perdere credibilità, mentre più cercano di recuperare credibilità e più si trovano costretti ad assumersi sempre nuovi impegni.

Ma c’è qualcosa di più. La sconfitta più recente in Afghanistan ha confermato una volta per tutte la rozzezza e la fragilità dell’intero impianto della cosiddetta “guerra globale al terrore”, così come di qualunque aspirazione a leggere in termini confortevolmente bipolari l’attuale contesto internazionale. In che cosa fosse fuorviante l’architettura politica e strategica della guerra al terrore avrebbe dovuto essere chiaro sin dall’inizio. Intanto, la nozione stessa di “terrore” conteneva già dentro di sé la pretesa irrealistica di riunire sotto uno stesso nome nemici e avversari spesso lontanissimi tra loro per forma organizzativa e preferenze politiche – come l’Iraq di Saddam Hussein e Al-Qaeda, la cui alleanza immaginaria fu uno degli argomenti a sostegno della guerra anglo-americana del 2003. Analogamente, la presunta “globalità” della minaccia esagerava di molto la coerenza tra i movimenti insurrezionali o terroristici attivi nelle diverse regioni e nei diversi paesi, fino a perdere di vista una delle più profonde (e destabilizzanti) tendenze disgregative dell’ultimo trentennio: la crescente diversificazione delle aree regionali in termini di protagonisti, conflitti, alleanze e linguaggi. Soprattutto, la formula della “guerra globale al terrore” – incline come tutte le guerre a dividere lo scenario internazionale in due campi contrapposti  – era destinata a calare una fantasia bipolare su un mondo che dal bipolarismo, in realtà, era appena uscito: con l’unico risultato di incoraggiare l’opportunismo di tutti gli Stati interessati a inscrivere i propri nemici interni o esterni nella crociata “comune”, e di impedire a tutti gli altri di continuare a discriminare adeguatamente tra i loro (sempre più diversi) conflitti. Questa inclinazione a leggere in termini rozzamente dicotomici una realtà internazionale sempre più diversificata ed eterogenea, oltre tutto, non sembra affatto esaurita con il riflusso della guerra al terrorismo. Tutto al contrario. La dicotomia sempre più diffusa tra democrazie e autocrazie, già eletta dall’amministrazione Biden a slogan organizzativo della propria politica estera, sembra riprodurre quasi alla lettera il bipolarismo immaginario dell’ultimo ventennio, rivolgendolo semplicemente in un’altra direzione: invece che tutti uniti contro il terrorismo, tutte le democrazie unite contro le autocrazie. Con l’aggravante quasi ironica che, a differenza del 2001, oggi la stragrande maggioranza dei politici, dei commentatori e degli studiosi si dichiara convinta di vivere in un sistema internazionale multipolare che, a essere preso sul serio, richiederebbe esattamente l’opposto di chiavi di lettura onnicomprensive, rigidità strategiche e alleanze permanenti.

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