Ho sempre considerato il giorno delle elezioni un evento cerimoniale molto prima che capissi cosa stessimo celebrando. In quanto nipote di sopravvissuti all’Olocausto di Roma e figlio di una famiglia espulsa dalla Libia, ho ereditato il credo sionista nell’autodeterminazione ebraica.
Le elezioni celebravano quell’autodeterminazione.
La dipendenza dagli altri, mi era stato detto, aveva ripetutamente guidato a catastrofi; uno Stato e un esercito propri promettevano protezione. Solo più tardi ho messo in discussione le scelte compiute in suo nome.
A casa sentivo parlare arabo, mentre i vicini arabi di Jaffa o Ramle venivano descritti come potenziali minacce. Mi è stato insegnato che le concessioni erano sinonimo di debolezza, in una regione in cui si credeva nel rispetto della forza. Ho notato anche un risentimento nei confronti dell’autorità culturale ashkenazita (europea). Il Likud offriva riconoscimento e tradizione, mobilitando il malcontento contro il vecchio establishment e i suoi valori liberali. La schiettezza diventò autenticità; la ribellione diventò forza.
A partire dagli anni ’90, la privatizzazione e la crescita del settore high-tech hanno aperto le porte del mondo ad una classe professionale mobile. Ho visto amici investire le loro ambizioni nella tecnologia, mentre le istituzioni pubbliche venivano liquidate come burocratiche e mediocri. Nel 2025, il settore high-tech generava il 58% delle esportazioni israeliane, impiegando l’11,4% dei lavoratori. Offriva opportunità che la politica non era in grado di garantire.
Le elezioni del 2022 ridefiniscono il Paese
L’influenza economica e l’autorità politica divergevano. Mentre alcuni perseguivano il successo privato, i movimenti religiosi e nazionalisti hanno investito nell’istruzione e nelle istituzioni statali. L’espansione degli insediamenti ha rafforzato le loro reti. Tutto ciò è culminato nelle elezioni del 2022. La vittoria nazionalista-religiosa ha consolidato decenni di cambiamenti.
Il partito Kach di Kahane ottenne un seggio nel 1984 e fu squalificato per razzismo nel 1988; il partito di Ben-Gvir ne ottenne sei all’interno di una lista congiunta nel 2022 ed entrò nel governo con tre ministri. Ciò che temevo era un Paese più duro, meno liberale e meno disposto ad accettare i limiti democratici al potere. La politica da cui mi ero allontanato deteneva la maggioranza.
La demografia ha rafforzato queste istituzioni. Nel 2025, gli haredim costituivano il 14,3% della popolazione israeliana, con il 57% sotto i vent’anni. A Gerusalemme, nel 2022 costituivano il 46% della popolazione ebraica; tre liste religiose ottennero il 56,3% dei voti espressi quell’anno. Tra questi partiti c’era quello di Shas, che collegava l’identità religiosa alle lamentele sul dominio ashkenazita e alla discriminazione nei confronti degli ebrei mizrahi. Con il passare del tempo, ha acquisito maggiore rilievo grazie al suo successo elettorale.
Molti liberali si aspettavano che la globalizzazione favorisse l’apertura o offrisse loro opportunità altrove. La destra descriveva quei legami come un allontanamento dal Paese: “globalisti”, dipendenti dall’approvazione straniera, non abbastanza ebrei. Riconobbi quel linguaggio da casa: l’ipocrisia europea, la persecuzione all’estero, la condiscendenza culturale all’interno di Israele. La prosperità non cancellò quei ricordi né garantì l’identificazione con la politica liberale.
Il 7 ottobre e la guerra cambiano tutto
Poi arrivò il 2023. Contro la riforma giudiziaria, imprese, riservisti e organizzazioni civiche si mobilitarono per una battaglia decisiva sulle istituzioni democratiche. Le reti professionali divennero risorse per l’azione collettiva. La mobilitazione oltrepassò le vecchie divisioni tra destra e sinistra. Un’opinione pubblica accusata di distacco si organizzò per dare forma allo Stato.
Il 7 ottobre e la guerra cambiarono nuovamente le carte in tavola. La sicurezza degli ebrei ritornò al centro del dibattito. La destra rinnovò la sua rappresentazione della sinistra come ingenua e debole contro le minacce regionali. Perdere la fiducia nel governo non significava necessariamente abbandonarne la visione del mondo. Alcuni chiedevano un approccio diverso; altri chiedevano una forza più intransigente.
Tuttavia, quel fallimento ha anche sollevato interrogativi sull’autorità della destra. La sua alleanza con i partiti haredi può essere sconfitta. L’opposizione riunisce ora nazionalisti e liberali, con una consistente organizzazione civica. Ma la destra continua a mettere in dubbio la sua lealtà ebraica e a dipingerla come controllata da interessi stranieri o da uno “Stato profondo” ashkenazita. La sua delegittimizzazione della società araba e dei suoi rappresentanti restringe ulteriormente la strada dell’opposizione verso il potere.
Ma le possibilità ci sono. Anche se le elezioni da sole non bastano a sostenere un’alternativa. Un governo deve rendere credibili le istituzioni pubbliche, creare garanzie democratiche e tracciare un nuovo percorso per l’istruzione, i servizi e il progetto politico. Poiché la maggioranza degli israeliani crede in una corte suprema indipendente, nella cultura democratica e persino in un percorso verso la pace nella regione che includa uno Stato palestinese, il potenziale c’è sicuramente.
Il rapporto pubblicato da Walla il 18 ottobre, basato su un sondaggio condotto su circa 12mila studenti, illustra l’urgenza della situazione: il 67% ha dichiarato di non riuscire a risparmiare e il 29% sta valutando di andarsene dopo la laurea. Questi si uniscano alle oltre 250mila persone che negli ultimi anni hanno lasciato il Paese per un periodo superiore a tre mesi.
Si tratta di intenzioni, non di partenze effettive, e non possono essere attribuite ad un unico schieramento politico. Eppure, l’impressione è che la maggioranza di coloro che pensano di partire provenga da quell’ala liberale, che spera in una vita politica più democratica.
È proprio per questo motivo che sono state promosse campagne per sostenere chi desidera tornare in Israele per votare. Poiché gli israeliani non possono votare dall’estero, questi voti sono fondamentali e potrebbero avere un peso elettorale equivalente a cinque seggi. Per questa ragione, diverse organizzazioni vicine all’opposizione hanno sostenuto queste iniziative, offrendo anche contributi economici per le spese di viaggio. Ma la questione va oltre questa specifica tornata elettorale: ci si chiede se questi elettori torneranno a votare anche alle prossime elezioni.
Una nuova possibilità con le prossime elezioni
Tornando a Tel Aviv, vedo cantieri e grattacieli, ma anche la religione che diventa sempre più visibile nelle strade e nella vita culturale. La pratica religiosa di per sé non mi disturba, mi preoccupa tuttavia il suo crescente legame con un nazionalismo meno incline ad accettare i vincoli democratici. L’identità religiosa segue da vicino le tendenze di voto degli ebrei. Eppure, il percorso della mia famiglia mi mette in guardia dal considerare la demografia come un destino.
Gli accordi di Oslo e l’assassinio di Rabin ci hanno allontanati dalla destra religiosa. Abbiamo iniziato a porci domande sulla democrazia e sulla rappresentanza; io ho messo in discussione la guerra permanente e la negazione dei diritti dei palestinesi all’interno del nostro progetto nazionale.
Mentre io cambiavo, il Paese andava nella direzione opposta. Un voto può invertire quella direzione? Un nuovo governo poterebbe difendere l’indipendenza della magistratura, rafforzare la legge contro i coloni violenti e riorientare la spesa per l’istruzione. Le pressioni economiche e geopolitiche potrebbero ampliare il suo margine di manovra.
Ma sostituire i leader ha senso solo se cambia il modo in cui il potere viene esercitato. Ho ereditato la convinzione che gli ebrei debbano decidere del proprio futuro. Ora voglio che quel futuro sia democratico: magari radicato nella storia e nella cultura ebraica, ma impegnato a garantire la parità di cittadinanza e capace di convivere in pace con i vicini liberi e indipendenti. Il voto è la nostra occasione per dare a questa possibilità l’autorità di agire.