La sfida politica dei palestinesi d’Israele 


Articolo tratto dal N. 107 di Israele 2026, quando tutto precipita Immagine copertina della newsletter

Sono tra i grandi assenti dalle principali narrazioni intorno a Israele e Palestina: i palestinesi che nel 1948 riuscirono a rimanere nella propria terra, mentre centinaia di migliaia di altri furono espulsi o costretti alla fuga. Insieme ai loro discendenti, costituiscono oggi circa il 18% della popolazione israeliana, e sono indicati come «arabi israeliani» o «palestinesi del ’48».

Di fatto, non esiste una denominazione univoca, e questa pluralità riflette anche le fratture storiche, identitarie e politiche prodotte da decenni di conquista, spoliazione e frammentazione.

Il sociologo Majid Al-Haj ha descritto la loro condizione come una «doppia periferia»: cittadini di Israele, con i relativi diritti politici ma soggetti a discriminazioni sostanziali, e al tempo stesso appartenenti alla più ampia comunità nazionale palestinese, pur occupando una posizione storicamente marginale nel suo movimento politico.

Il voto tra le comunità palestinesi dentro Israele è sempre stato una questione spinosa: alle campagne di boicottaggio, secondo cui parteciparvi significherebbe legittimare le istituzioni del sistema coloniale israeliano, si sono alternati tentativi di rappresentanza comune.

Nel febbraio 2001, in seguito all’uccisione di tredici manifestanti palestinesi da parte della polizia israeliana nel nord di Israele, nell’ottobre del 2000, soltanto il 18% degli elettori partecipò alle elezioni dirette del primo ministro. Nel 2015 nacque la Lista Comune, che riuniva le quattro principali formazioni politiche arabo-palestinesi, anche in risposta all’innalzamento della soglia di sbarramento elettorale dal 2 al 3,25%, approvato dalla Knesset l’anno precedente.

Una riforma che, dietro l’obiettivo dichiarato di rendere più stabile il sistema politico, mirava anche a indebolire la rappresentanza araba, spingendo i diversi partiti a superare le proprie divisioni per presentarsi in un’unica lista. Nel 2020 la Lista Comune raggiunse il suo massimo risultato, conquistando 15 seggi, con un’affluenza dell’elettorato arabo del 64,8%. L’alleanza si spezzò nuovamente nel 2021, con l’uscita di Ra’am, guidata da Mansour Abbas, che entrò successivamente nel governo Bennett-Lapid. Nelle stesse elezioni l’affluenza scese al 44,6%, per poi risalire al 53,2% nel 2022.

Nel 2020 raggiunse il suo massimo risultato, conquistando 15 seggi con un’affluenza del 64,8%. L’alleanza si spezzò nel 2021, con l’uscita di Ra’am, guidata da Mansour Abbas, che entrò successivamente nel governo Bennett-Lapid. Nelle stesse elezioni l’affluenza scese al 44,6%, per poi risalire al 53,2% nel 2022.

La partecipazione politica dopo il 7 ottobre

Dopo il 7 ottobre 2023, la questione della partecipazione politica si è riproposta con una nuova urgenza. Alla guerra genocidaria a Gaza si è accompagnato, dentro Israele, un clima di repressione che ha investito le comunità palestinesi, alimentando una paura che, pur in condizioni storiche e giuridiche differenti, richiama quella vissuta tra il 1948 e il 1966, quando gran parte della popolazione rimasta entro i confini israeliani era sottoposta a un regime militare che ne limitava profondamente la libertà di movimento e di organizzazione.

Un regime terminato pochi mesi prima che, nel 1967, il dominio militare israeliano si estendesse alla Cisgiordania e alla Striscia di Gaza, segnando l’inizio di un’occupazione che, quasi sessant’anni dopo, continua a determinare la quotidianità di oltre cinque milioni di palestinesi. A questo si aggiunge la crisi della criminalità araba organizzata, che da anni lacera un tessuto sociale già precario. Secondo l’organizzazione Abraham Initiatives, nel 2024 sono state uccise 230 persone nelle comunità palestinesi di Israele e 255 nel 2025.

Gran parte degli omicidi rimane irrisolta, mentre la popolazione denuncia da anni l’inerzia della polizia israeliana e l’inefficacia delle indagini. Il 22 gennaio 2026, decine di migliaia di persone si sono riversate nelle strade di Sakhnin, in Israele, per protestare contro la violenza criminale. La mobilitazione, accompagnata da uno sciopero generale che ha coinvolto scuole, attività commerciali e istituzioni locali, si è conclusa con l’impegno dei dirigenti dei quattro principali partiti palestinesi a ricostituire la Lista Comune.

Le proteste sono proseguite nei mesi successivi, coinvolgendo anche numerose forze ebraico-israeliane progressiste e alimentando una richiesta di unità politica che, nell’agosto 2026, ha trovato una prima risposta nell’accordo tra Hadash, il fronte comunista ebraico-arabo, Balad, il partito nazionalista palestinese, e Ta’al, il movimento laico palestinese, per presentarsi insieme alle elezioni.

Un’alleanza politica che, pur nelle differenze interne, tiene insieme l’uguaglianza civile tra ebrei e arabi e la rivendicazione dei diritti nazionali palestinesi. Fuori rimane Ra’am, il partito conservatore di matrice islamista guidato da Mansour Abbas, che ha scelto di mantenere la propria disponibilità a partecipare a governi guidati dalla destra sionista, privilegiando la negoziazione di risorse e interventi per le comunità arabe.

Un’alleanza politica per l’uguaglianza 

Le mobilitazioni degli ultimi mesi e la ricostituzione della Lista Comune si inseriscono dunque in un tentativo più ampio di difendere la comunità palestinese dentro Israele. Il 23 settembre 2026, la Commissione elettorale centrale aveva votato per escludere dalle elezioni entrambe le liste arabe, insieme a Ofer Cassif, parlamentare ebreo israeliano di Hadash, e Sami Abu Shehadeh, leader palestinese di Balad. Il 2 ottobre, la Corte Suprema ha ribaltato la decisione, riammettendo le liste arabe e Cassif, Abu Shehadeh ha ritirato la propria candidatura su invito della stessa Corte, dopo che la maggioranza dei giudici si era espressa a favore della sua esclusione.

Sarebbe di fatto grossolano – se non demagogico – credere che tutti i governi abbiano le stesse conseguenze sulla vita quotidiana della popolazione, dalla possibilità di manifestare e difendere le proprie istituzioni a quella di rimanere sulla propria terra.

Come osserva la sociologa Areej Sabbagh-Khoury, le elezioni non trasformeranno il sistema israeliano, ma possono aiutare la società palestinese a «riorganizzarsi, ritrovare fiducia nella propria forza collettiva e riconquistare lo spazio politico sottraendolo alla paura che cerca di soffocarlo».