“Tutto ma non Lula” – Le ragioni dell’egemonia bolsonarista in Brasile 


Articolo tratto dal N. 107 di Israele 2026, quando tutto precipita Immagine copertina della newsletter

Così come Trump nel 2020, Jair Bolsonaro ha tentato un colpo di Stato nel 2022; e così come Trump ha vinto di nuovo nel 2024, il figlio di Jair, Flávio Bolsonaro, è il candidato favorito nel ballottaggio di domenica con Lula. Sui motivi della persistenza del trumpismo sono stati versati fiumi di inchiostro; meno si sa, in Italia, delle ragioni della sopravvivenza politica del bolsonarismo alla figura di Bolsonaro, condannato per il tentativo di golpe e attualmente ai domiciliari. Anzi, non è di sopravvivenza che stiamo parlando: in corrispondenza con il primo turno presidenziale, si sono eletti anche parlamentari e governatori degli Stati che compongono la Federazione e per il Congresso Federale. È stato un trionfo per il bolsonarismo. 

Tra odio di classe e odio razziale

Come si spiega? Cominciamo da qui: la profondità del cambiamento che i governi di Lula e Dilma hanno impresso al Brasile è pari solo all’odio che hanno generato. È un odio che definire di classe e classista sarebbe limitato. È un odio profondamente razzista e inscritto nelle viscere di questo paese e della sua classe dominante – bianca, di discendenza europea, e abituata “da sempre” (ovvero, fin dallo sterminio di chi viveva qui prima del loro arrivo) – a gestire a piacimento le immense ricchezze, naturali e “umane”, del gigante sudamericano.

A Lula non si perdona la sua storia personale e di averla resa parabola di un progetto politico, di un grande sogno popolare: figlio di una contadina del nordest brasiliano (la regione più nera e povera, oggetto di dileggio e razzismo da parte del sud ricco del Paese), operaio fin dall’adolescenza, arriva alla Presidenza del Paese senza perdere la sua impronta popolare, e con essa la sua popolarità. Personificazione del riscatto sognato (e cercato tra mille lotte) da masse popolari storicamente schiavizzate, poi marginalizzate e umiliate.

Impossibile ripercorrere qui le numerosissime e profondissime politiche realizzate dai governi del Partito dei Lavoratori (PT) che hanno rivoltato il Brasile come un calzino, rendendolo un Paese inimmaginabile nel 2002, anno in cui per la prima volta Lula vince le elezioni. Alcune, come il programma Bolsa Familia, sono diventate riferimento internazionale, studiate ed emulate in tutto il mondo.

Altre, meno note, hanno avuto un impatto non meno profondo: basti pensare all’introduzione delle quote razziali nelle università (che impongono una certa percentuale di studenti e professori neri) e in generale in tutti i concorsi pubblici, che hanno rivoluzionato il mondo della cultura, quello del lavoro e, in parte, la società nel suo complesso, scalfendone per la prima volta gerarchie stratificate che parevano immutabili.

Oppure a quando Lula e poi Dilma hanno tolto le impiegate domestiche dall’invisibilità (in molti casi, letterale: nate in casa, figlie di impiegate domestiche, sostanzialmente schiavizzate, senza salario o educazione basica): per le élite brasiliane si tratta di una intrusione indebita in un diritto inalienabile, quello di disporre come meglio si vuole della (non)persona nera e indigena. 

Così, quando le politiche emancipatorie del PT cominciano a dare i loro frutti, e appaiono i primi neri persino a bordo degli aerei di linea che a migliaia solcano gli immensi cieli brasiliani ogni giorno, è fumo negli occhi per le élite. E allora, piuttosto che Lula, va bene tutto. Anche un candidato rinomatamente coinvolto e indagato in innumerevoli e ripugnanti scandali riclaggio di denaro, connivenza con il crimine organizzato di Rio de Janeiro, sfruttamento della prostituzione, corruzione, nepotismo.

Tutte caratteristiche che accompagnano fin dall’inizio la precocissima carriera politica di Flávio Bolsonaro. Con estrema disinvoltura, le classi dirigenti brasiliane scivolano dalle ricette neoliberiste del passato all’autoritarismo criminale e parafascista (e neoliberista) attuale. 

Potere e consenso della famiglia Bolsonaro 

Come si converte in voti questa egemonia bolsonarista sulle élite e sulla destra brasiliana? Per fornire qualche spunto di risposta, occorre partire dal contesto di disuguaglianza estrema, che associa una povertà assolutamente maggioritaria a una estrema concentrazione di ricchezza in poche famiglie, la quale si traduce in una fortissima concentrazione di potere.

Il potere, a sua volta, controlla, in grande parte, il sistema mediatico e di informazione, che, ad esempio, alimenta contro ogni statistica la retorica dell’insicurezza, e contro ogni determinazione giudiziaria il mito di “Lula ladrão”. Oppure, il potere si esercita nelle minacce di licenziamenti in massa fatte dai proprietari ai dipendenti, nel caso di una vittoria di Lula.

Evidentemente, tutto ciò non basta per spiegare il consenso di massa del bolsonarismo. Molti studiosi si interrogano su quella che sarebbe una vera opposizione strutturale della società brasiliana al Presidente, indifferente a un’economia che, nel caos globale, si comporta in maniera relativamente positiva, con inflazione sotto controllo, crescita moderata, disoccupazione ai minimi storici.

E dimentica il caos del governo Bolsonaro (padre) e la sua gestione criminale della pandemia, pronta ad accettare qualsiasi alternativa a Lula, anche se impresentabile al più elementare scrutinio politico o etico. 

Le quattro colonne dell’egemonia bolsonarista

Quattro punti aiutano ad orientarsi in una risposta difficile da trovare. Innanzitutto, bisogna tornare al successo delle politiche luliste: chi è uscito dalla miseria proprio grazie al PT ha nuove aspirazioni a cui la limitata crescita economica e le politiche di sostegno basico di massa probabilmente non riescono a dare risposte, e si sente compresso tra il baratro che lo separa dal mondo altro di una ricchezza inarrivabile, e i milioni di indigenti che rivendicano diritti e una vita dignitosa e che rimangono al centro delle attenzioni del vecchio sindacalista metalmeccanico, sul quale la nuova classe media scarica così la propria rabbia e le proprie frustrazioni. 

Occorre in secondo luogo guardare alla crescita esponenziale delle chiese evangeliche, presenza ormai capillare sul territorio, che hanno sostituito quasi ogni altra forma di aggregazione e, sì, di politicizzazione di massa, visto che in grande misura i predicatori sono organici all’estrema destra, hanno rappresentanza politica diretta, agiscono quotidianamente nella costruzione di un’egemonia contraria alle istanze emancipatorie del lulismo.  

A questa costruzione capillare e quotidiana di egemonia si unisce quello che è stato chiamato il “Partito Digitale Bolsonarista”, una organizzazione digitale di massa che nasce in rete, non considera internet appena come uno strumento, ma invece lì agisce come un partito, svolgendo funzioni che erano tipiche dei partiti novecenteschi, di fatto coinvolgendo e mobilizzando le masse continuamente e nella esperienza quotidiana, non solo in periodo elettorale.

 Infine, vale la pena citare un’altra ombra sempre più presente in vasta parte del territorio brasiliano, anche grazie all’enorme quantità di armi immessa nella società durante il governo di Jair Bolsonaro: quella della criminalità organizzata, o legata al traffico di droga (nazionale e internazionale), o articolata, soprattutto a Rio, in “milizia”: agenti o ex agenti delle forze dell’ordine che controllano capillarmente interi quartieri, combinando il controllo armato del territorio con l’estorsione e la fornitura monopolistica di servizi di base.

Il problema è che Flávio Bolsonaro è organico a questo ambiente, che difende pubblicamente, al quale deve gran parte della sua traiettoria politica e al quale in più occasioni ha tributato onori ufficiali di vario tipo, avendo in cambio l’appoggio dei “miliziani” alle elezioni: non a caso, le zone controllate dalla milizia hanno votato con grande “entusiasmo” per il candidato preferito dai miliziani.  

Il filo rosso dal Brasile al trumpismo 

Capitolo a parte meritano le articolazioni internazionali, che non a caso toccano tutti gli ultimi punti qui sollevati, e che costituiscono una delle chiavi del rinnovato successo del bolsonarismo, e ciò che lo rende oggi ancora più forte e ancora più pericoloso del 2018. Vediamo. C’è chi parla della diffusione delle chiese evangeliche come di un progetto di politica estera degli Stati Uniti (come mostrato nel documentario premiato Apocalisse nei Tropici), ma in ogni caso il fondamentalismo religioso in salsa evangelica è una delle caratteristiche marcanti dell’attuale governo Trump, vettore delle sue guerre, come esplicitamente rivendicato dal Ministro della Guerra, Pete Hegseth.

La criminalità organizzata è usata come strumento di pressione del governo Trump, che ha inserito i principali gruppi che gestiscono il traffico di droga in Brasile nella lista USA delle organizzazioni terroristiche, dando mano libera all’azione della CIA nel Paese e aprendo spazio a sanzioni verso il governo brasiliano sempre più punitive.  

Nota è l’agenda politica globale delle piattaforme social, controllate dagli Stati Uniti. Qui ci limitiamo a segnalare come Meta (Facebook, Instagram e Whatsapp) e X di Elon Musk, che insieme detengono il sostanziale monopolio degli strumenti di articolazione politica e di campagna elettorale digitale, sono scese in campo in Brasile con la loro massima potenza di fuoco (link Sole24Ore), e lo scontro con il PT, ma anche con le massime autorità elettorali brasiliane, per quanto riluttanti perché in gran parte schierate con il bolsonarismo, è quotidiano.  

Anche negli Stati Uniti, Bernie Sanders assieme ad altri deputati ha mandato il 22 ottobre, una lettera pubblica a Mark Zuckerberg chiedendo spiegazioni sul trattamento disuguale riservato ai due candidati. Nel momento in cui sto scrivendo, un video (senza musica, per altro, tolta per aver infranto i diritti di autore, e non sponsorizzato) di uno dei deputati simbolo del bolsonarismo raggiunge in due giorni 160 milioni di visualizzazioni su Instagram.

Per dare un’idea, uno solo tra i contenuti pubblicati da Cristiano Ronaldo quest’anno ha avuto numeri simili, con la differenza che CR7 ha circa 679 milioni di followers, il deputato ne ha 25. Per ogni caso simile, Meta ha risposto alle richieste di chiarimento allegando malfunzionamenti tecnici temporanei.  

In definitiva, il Brasile è la pedina fondamentale dello scontro tra Stati Uniti e Cina, ultimo baluardo in America del Sud non allineato al trumpismo, detentore di enormi ricchezze naturali e minerali, seconda riserva di terre rare al mondo (dopo la Cina) e, allo stesso tempo, tra i principali partner commerciali e alleati politici della Cina. Gli Stati Uniti sono uno degli attori principali di queste elezioni e Bolsonaro ha promesso fedeltà (subordinazione) assoluta nel caso in cui venga eletto. 

 

Cosa non ha funzionato nel governo Lula? 

Si possono citare altri fattori che contribuiscono a spiegare la forza con cui è arrivato il bolsonarismo a queste elezioni, senza per questo avanzare alcuna pretesa di esaustività: nel suo terzo mandato Lula, ancora una volta, ha optato per un governo di conciliazione di classe e, conseguentemente, di smobilitazione delle lotte, cercando di disinnescare i movimenti e le istanze più progressiste.  

Non è stata letta correttamente la fase? È mancata la volontà politica? I rapporti di forza erano troppo sfavorevoli e non c’erano margini di manovra? Fatto sta che nelle poche situazioni in cui il PT ha chiamato la gente a manifestare, la risposta è sempre stata gigantesca, con mobilitazioni che sono riuscite a imporre l’agenda e a spingere le riforme più importanti fatte da questo governo. Alcune di queste sono state di grande portato storico e sociale, come la proibizione totale delle scommesse sportive e del gioco di azzardo, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, la riforma fiscale in senso progressivo, o la reazione ferma alle pesantissime sanzioni di Trump.  

Inoltre, non si sono trovate forme per dialogare con l’elettorato evangelico, se non con posture di facciata e di dubbia efficacia e che hanno probabilmente più irritato che avvicinato. Infine, in una inerzia simile a quella che osserviamo quasi ovunque a sinistra in Europa, si è lasciata al bolsonarismo la critica a istituzioni decotte come il Supremo Tribunale Federale (la suprema corte brasiliana), travolto da infiniti e gravissimi scandali di corruzione, arroccandosi in una ottusa e sterile difesa dell’esistente.  

Per motivi esterni e interni, Lula, anche questa volta, pur essendo al governo, è un Davide contro il Golia del Bolsonarismo trumpista. Ma la reazione di massa alla batosta del primo turno è stata immediata e sorprendente, e accende la speranza di un ennesimo colpo di coda dell’ottuagenario Presidente, che domani proverà a fare ciò che non è mai successo in Brasile: ribaltare al ballottaggio il risultato del primo turno.