Trump, antisemitismo e “sionismo cattolico”: le nuove fratture della Chiesa americana 


Articolo tratto dal N. 107 di Israele 2026, quando tutto precipita Immagine copertina della newsletter

Con la seconda amministrazione Trump si è accentuata la dimensione messianica del movimento MAGA, che tende a rappresentare Donald J. Trump, figura centrale e catalizzatrice del movimento, come il salvatore dell’America, attribuendogli una missione di riscatto nazionale che assume anche un significato politico e religioso.

Questo messianismo trumpiano ha preso forza anche attraverso l’alleanza con l’Israele di Benjamin Netanyahu e per effetto degli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, e della successiva offensiva israeliana a Gaza e, infine, della guerra contro l’Iran.

Nel circo della politica-spettacolo postmoderna, il ruolo che spetta oggi ai cattolici che occupano posizioni di rilievo, istituzionali e non, nel sistema Trump è quello di offrire sostegno alla narrazione secondo la quale questa amministrazione starebbe restituendo Dio all’America e l’America a Dio, respingendo l’agenda secolarista, multiculturalista e “woke” della sinistra liberal e progressista. 

Una complicazione deriva dal fatto che la politica estera e la politica religiosa della seconda amministrazione Trump stanno amplificando le tensioni interne sia alla destra nazional-religiosa sia al cattolicesimo vicino alla Casa Bianca. Il protrarsi, dall’ottobre 2023, di una guerra pressoché permanente in Medio Oriente ha infatti modificato il quadro politico, culturale e intellettuale entro cui si collocano i termini antisemitismo, anti-antisemitismo, sionismo.

Le contraddizioni della destra cristiana 

Prima dell’alleanza fra Trump e Netanyahu, il cattolicesimo istituzionale di vescovi, università e case editrici cattoliche esprimeva posizioni pro-Israele e allo stesso tempo, molto cautamente, a favore della posizione vaticana per “i due stati”. A differenza del tradizionale orientamento pro-Israele del liberalismo del Partito democratico, il Partito repubblicano doveva fare i conti con il protestantesimo evangelicale, che all’interno della destra religiosa esprimeva una visione messianica dei rapporti tra cristianesimo e Israele, nella quale convivevano dispensazionalismo sionista e supersessionismo sostituzionista. 

Il trumpismo ha sconvolto i posizionamenti sulla questione, o meglio ne ha portato alla luce le contraddizioni interne. La destra cristiana del protestantesimo evangelical e nazionalista è da un lato allineata politicamente a Israele, e dall’altro cova e sparge nuovi germi di antisemitismo.

Da questo disastro intellettuale, i cattolici vicini alla Casa Bianca come il cardinale Timothy Dolan e il vescovo Robert Barron fanno ormai fatica a distinguersi, ma non è un problema solo di vertici ecclesiastici.

Le voci istituzionali, come quella della conferenza dei vescovi cattolici negli USA, pur mostrando sporadicamente preoccupazione per le conseguenze della politica americana-israeliana per i cristiani in Medio Oriente, si concentrano sul riemergere dell’antisemitismo e non hanno fatto sentire la propria voce su Gaza, con l’eccezione di poche voci isolate. 

Il cattolicesimo degli influencer e le nuove polarizzazioni 

Poi vi sono gli influencer cattolici che attaccano l’alleanza USA-Israele sulla base di una critica al recente “sionismo cattolico”, versione del “sionismo cristiano” di derivazione protestante americana. Queste posizioni antisioniste ricorrono a un linguaggio che evoca temi e stili tipici dell’antigiudaismo preconciliare se non dell’antisemitismo razzista (basta guardare all’account social di Carrie Prejean Boller e di Candace Owens, che ha quasi otto milioni di followers solo su X).

Questa posa è tipica di quel cattolicesimo made in USA dei “convertiti” recenti, attivi sui media e sui social media, vicini agli ambienti dell’estrema destra e ceonsapevoli dell’opportunità di capitalizzare, politicamente e in termini di followers, le crescenti critiche all’Israele di Netanyahu. 

La teologia cattolica americana, tra diversificazione culturale da un lato e reazione anti-woke dall’altra, è divisa tra sensibilità molto diverse, se non opposte, di fronte alle conseguenze del 7 ottobre 2023.

Voci più responsabili, ma assai meno influenti, sono quelle che, nello sforzo di parlare a nome della causa palestinese senza farsi escludere dal dibattito pubblico, tentano di muoversi tra i due estremi: quello di un “sionismo cattolico” acriticamenre favorevole a Israele, da una parte, e dall’altra quello di un antisemitismo e antigiudaismo che riemergono sulle ali dell’antisionismo.

Da Nostra aetate al problema del sionismo cattolico 

A partire dalla dichiarazione Nostra Aetate (1965) del Concilio aticano II (1962-1965), e grazie al magistero di tutti i papi che si sono succeduti da allora, la Chiesa e la teologia cattolica sono attrezzate per combattere antisemitismo e antigiudaismo. Molto più complessa è la questione del “sionismo cattolico”. Nostra aetate non si pronunciò sulla questione della Terra e dello Stato di Israele, per una scelta precisa dettata tanto da questioni teologiche allora inesplorate quanto da pressioni interne (delle Chiese cattoliche nei Paesi arabi) e diplomatiche (dei governi arabi).

Ancora oggi i documenti ufficiali del Vaticano, come ad esempio il documento pubblicato il 16 settembre 2026, intitolato “Un cammino di speranza. Sessant’anni di dialogo e di fratellanza interreligiosa alla luce della Dichiarazione conciliare Nostra aetate”, evitano di affrontare la questione del sionismo, della Terra e dello Stato di Israele, e ribadiscono la posizione tradizionale della “soluzione dei due Stati” per il popolo ebraico e il popolo palestinese.

Il punto di riferimento resta il documento vaticano del 1985, Sussidi per una corretta presentazione degli ebrei e dell‘ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa Cattolica: “Per quanto si riferisce all’esistenza dello Stato di Israele e alle sue scelte politiche, esse vanno viste in un’ottica che non è di per sé religiosa, ma che si richiama ai principi comuni del diritto internazionale.” 

Il fatto nuovo, che ha acquisito rilevanza politica grazie al trumpismo, è che le proposte di un “sionismo cristiano” non sono più un’esclusiva del mondo protestante evangelicale e sono diventate, negli ultimi anni, ospiti regolari di pubblicazioni di autori cattolici nel mondo anglo-americano, espressione di una seconda generazione successiva a quella del neoconservatorismo politico-teologico statunitense dagli anni Ottanta ai primi Duemila. Considerare il ritorno alla terra o allo Stato di Israele attraverso la lente teologica del covenant, del patto, aprirebbe la porta a uno speciale giudizio divino per Israele anche in quanto Stato.

Una teologia cattolica sullo Stato di Israele dovrebbe invece tenere presente che la dottrina sociale della Chiesa riconosce il diritto degli ebrei a vivere in sicurezza nello Stato di Israele, ma lo colloca nel quadro più ampio del riconoscimento della dignità e dei diritti di tutti i popoli, compresi i palestinesi. 

Una questione globale, fino al primo papa statunitense

La questione dottrinale cattolica ha implicazioni politiche globali: un sionismo cattolico approvato dal Vaticano avrebbe conseguenze immediate sul piano interreligioso, ecumenico ed ecclesiale, non solo in Medio Oriente, ma in tutto il mondo. Ma ha anche ripercussioni politiche negli Stati Uniti, dove la rinegoziazione dei rapporti tra cristianesimo ed ebraismo (e Islam) all’interno del progetto nazionale americano è un problema che si pone a sinistra. Non altrettanto a destra, dove “Make America Great Again” implica lasciare la porta aperta alla presenza di voci antisemite, antiebraiche eislamofobe. Ed è un problema con cui si deve confrontare anche il primo papa statunitense.