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Arrivare alla fine del mese ai tempi della fine del mondo


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Vent’anni fa, il 15 febbraio 2003, scendono per l’ultima volta in piazza quelli che il “New York Times” ha definito la Quarta potenza mondiale: si tratta del canto del cigno del movimento di opposizione alla globalizzazione neoliberista nato a Seattle nel 1999 e che negli anni immediatamente successivi aveva contestato, sotto lo slogan “Capitalism isn’t working, another world is possible”, le politiche globali che gestivano la riorganizzazione degli assetti geopolitici e della divisione del lavoro nell’onda della crisi del fordismo.

 

“Accumulate, accumulate! Questo dicono Mosè e i profeti”

scrive sarcasticamente Marx nel Capitale, il quale aveva previsto la storia dello sviluppo del capitalismo come la storia della proletarizzazione di quasi tutta la popolazione mondiale: la forza-lavoro, circondata da mezzi di produzione, continua a essere impegnata nell’accumulazione infinita di capitale; la Terra, considerato un luogo di abbondanza inesauribile – e ormai vicina all’orlo della catastrofe ecologica –, viene sfruttata senza sosta da questa stessa forza-lavoro. 

Nel frattempo, la voce dei movimenti no-global, quella che si è fatta sentire anche nel 2001 a Genova in occasione del G8, sebbene si sia affievolita negli anni, ci ha lasciato un insegnamento importante: preservare la memoria storica per “costruire una dimensione di laboratorio politico che superi la frammentarietà e sia capace di pensare in maniera progettuale un programma di alternativa” al capitalismo.

Della sua fragilità ha parlato anche Mimmo Carrieri nel suo ultimo e-book. Dove sta andando il mondo del lavoro?

Quali sono i cambiamenti più importanti in corso e cosa dobbiamo attenderci in prospettiva?

Anche a Roma, a lungo la capitale del posto fisso nel settore pubblico, accanto alle scrivanie dei contratti a tempo indeterminato si sono seduti i tempi determinati, i cocopro, i cococo, le partite Iva e i consulenti in appalto.

 

Un’esperienza come quella dell’ex-fabbrica GKN, presentata nell’e-book che raccoglie gli esiti del Piano di reindustrializzazione della fabbrica di Firenze, ci insegna che il lavoro deve tornare a essere la grande questione che unisce in sé lotte trasversali.

Le emergenze sociali ed ecologiche, dicono da più parti i movimenti, sono inscindibili.

 

 

A Taranto, per esempio, le associazioni ambientaliste e i cittadini denunciano un incremento significativo di morti per tumori correlati all’inquinamento. “Fine del mondo, fine del mese, stessa lotta” è il segnale che emerge dalle piazze: solo attraverso un nuovo nesso lavoro-ambiente, un nuovo modello di sviluppo e organizzazione partecipata saremo in grado di mettere in atto una transizione ecologica duratura e di ampio respiro.

Fotografare la realtà e documentare le condizioni in cui vivono lavoratori e lavoratrici è stato uno degli obiettivi che, in quanto istituto di ricerca, la Fondazione Feltrinelli si è posta nel 2022 attraverso i quattro appuntamenti di Grammatica del lavoro: abbiamo guardato alle trasformazioni del mondo del lavoro puntando l’attenzione sulle nuove povertà e sui sistemi di welfare, sulle disuguaglianze e sulle politiche dei redditi, sull’impatto delle economie di piattaforma e sulle politiche per l’attivazione dei NEET (i giovani Not in Employment, Education or Training).

Insicurezza, sfruttamento e assenza di tutele sono alcuni dei temi emersi anche durante il Jobless Society Forum 2022. Oltre mille sono stati in Italia i morti sul posto di lavoro nel 2022, mentre nei primi tre giorni del 2023 il numero delle vittime è già pari a sette.

 

 

 

Come ci siamo chiesti in occasione dello scorso Primo Maggio, dobbiamo lavorare per vivere o morire per lavorare?
Il 3 maggio 2021 a soli ventitré anni moriva Luana D’Orazio.
Nel settore agricolo e edile le cifre sono altissime: quello stesso anno sono stati registrati 128 lavoratori e lavoratrici morti in agricoltura a fronte dei 113 nel 2020, e 127 nelle costruzioni a fronte dei 114 nel 2020. Altissimo è anche il numero di incidenti non mortali.

 

Lo racconta bene Marco Omizzolo nel suo ultimo libro, Libere per tutte: Manpreet, bracciante di origine indiana e madre di quattro bambini, è sfruttata dal padrone italiano al punto da farle rischiare la vita per un grave incidente sul lavoro.

“Marco, è successo un casino…” racconta Mamta, una ragazza indiana che lavora con Manpreet. “Ha bisogno di aiuto urgente. Ha avuto un bruttissimo incidente, è caduta da un’altezza di quattro metri e ha sbattuto con le gambe aperte su un ferro appuntito… ha sbattuto proprio lì in mezzo, con le gambe aperte, capisci?”.

“La rabbia che ho addosso la riservo solo ai padroni e agli sfruttatori”
dice un bracciante nel documentario promosso da EU-MED.

Ma il tema dello sfruttamento lavorativo può essere declinato anche sotto il punto di vista di genere. “Cosa cambia se la situazione di sfruttamento riguarda una donna?” si chiede Antonella D’Alicandro. Dalle testimonianze dell’inchiesta napoletana di Giovani senza mercato, mercato senza giovani apprendiamo come nascere donna al Sud significa quasi sempre avere un peso doppio sulle spalle. In molte parti del mondo, anche in Italia, ci sono zone in cui la raccolta degli ortaggi è basata esclusivamente sulla manodopera femminile. In un angolo di Sicilia che “ha l’odore di rancido dei fitofarmaci e della plastica battuta dal sole”, si legge in Oro rosso di Stefania Prandi, lavorano oltre cinquemila donne rumene. Guadagnano dai cinque ai dieci euro al giorno in meno degli uomini e «basta una lamentela per essere cacciate».

Come emerso dalla ricerca “Vulnerability to Forced Labour and Trafficking” di Letizia Palumbo e Alessandra Sciurba, per le donne migranti è radicata “una dinamica del ricatto: [loro] sanno che per mantenere il posto dovranno presto o tardi assecondare le richieste sessuali dei datori di lavoro”.

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