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VITE IN CAMPO. Olimpiadi che hanno cambiato la storia 
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Ci sono storie olimpiche che vanno oltre la medaglia. Storie di coraggio, umanità e riscatto. Vite in campo. Olimpiadi che hanno cambiato la storia mostra come una gara, a volte, possa diventare un atto di trasformazione individuale e collettiva.
Jesse Owens e Lutz Long a Berlino 1936, tra razzismo e propaganda; Derek Redmond a Barcellona 1992, tra guerre e rivolte; Ester Ledecká a PyeongChang 2018, tra nuove identità e trasformazioni dell’Europa; Abebe Bikila, oro simbolo dell’emancipazione africana.
Con Licia Granello – e ospiti come Gino Cervi, Manuela Di Centa, Mauro Berruto, Ronke Oluwadare e molti altri – ogni episodio intreccia storie di sport, solidarietà e impegno, trasformando la storia in materia viva. Vite in campo è un podcast di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli in collaborazione con Fiera Milano.


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Primo episodio: L’ultimo salto. Lutz Long e Jesse Owens
Giochi Olimpici Berlino 1936

Le Olimpiadi diventano la vetrina perfetta del regime nazista: ordine assoluto, retorica martellante, corpi osservati e giudicati secondo l’idea di razza. In quel contesto, Jesse Owens arriva come una presenza scomoda. Un atleta nero americano, destinato a incrinare una narrazione costruita con cura. Owens corre, salta, vince. Ma la sua storia non è fatta solo di medaglie. Durante la gara di salto in lungo, accade qualcosa che va oltre la competizione: l’incontro con Lutz Long, atleta tedesco e simbolo dell’ideale ariano. Tra i due nasce un gesto semplice, una mano tesa, un consiglio, una vicinanza spontanea che rompe il gelo della propaganda.

In mezzo a classificazioni biologiche e superiorità proclamata, quell’atto di rispetto reciproco racconta un’altra verità: anche nel cuore di un regime ossessionato dal controllo, l’umanità può ancora farsi spazio. La storia di Jesse Owens non parla solo di sport, ma di come, a volte, un gesto basta per mettere in crisi tutto il resto.

Secondo episodio: La forza di rialzarsi. Derek Redmond
Giochi Olimpici Barcellona 1992

Il 1992 è un anno sospeso tra meraviglia e ferite aperte.

Le immagini delle Olimpiadi di Barcellona fanno il giro del mondo: la torcia che vola nel cielo, lo stadio che si accende di colori, l’idea di una festa globale.

Ma mentre lo sguardo è puntato sullo schermo, il mondo fuori è attraversato dalla violenza. C’è la guerra in Bosnia, l’assedio di Sarajevo. Ci sono le rivolte di Los Angeles, gli attentati in Europa e in Italia. È un tempo inquieto, instabile, in trasformazione.

Dentro questo scenario, i gesti più piccoli degli atleti acquistano un significato nuovo. Amicizie che nascono lontano dai riflettori, riti personali, paure condivise, forme di solidarietà quotidiana. Micronarrazioni che non cambiano il corso della storia, ma raccontano un’altra possibilità: quella della resistenza umana.

Barcellona ’92 è anche cultura, musica, subculture, immaginario mediterraneo. È il mondo che cambia mentre tutti, per un attimo, guardano la stessa immagine.

Terzo episodio: In alto, da sola. Ester Ledecká
Giochi Olimpici PyeongChang 2018

La doppia vittoria della snowboarder e sciatrice Ester Ledecká alle Olimpiadi invernali del 2018 sembra una favola sportiva. Un risultato inatteso, quasi impossibile da immaginare. Ma per capire davvero quell’istante bisogna allargare lo sguardo e guardare la storia da più lontano. Dietro a quella gara ci sono le trasformazioni dell’Europa dell’Est: le rivoluzioni, la fine dei regimi socialisti, le transizioni alla democrazia, la ricerca di nuove identità dopo il 1989. Un continente che cambia, sperimenta, si ricostruisce.

Ester Ledecká incarna tutto questo. Un’atleta “ibrida”, capace di vincere sia nello sci alpino che nello snowboard, fuori dalle categorie tradizionali. La sua impresa non racconta solo un successo sportivo, ma il modo in cui l’imprevisto, nello sport come nella storia, può illuminare percorsi complessi e aprire possibilità inattese.

Quarto episodio: A piedi nudi nella storia. Abebe Bikila e i giochi olimpici di Roma 1960

Quando Abebe Bikila corre scalzo la maratona di Roma nel 1960, non corre solo per un oro olimpico. Ogni passo leggero sull’asfalto romano è un gesto di libertà e orgoglio: un continente intero rifiuta di essere ridotto a immaginecoloniale e subalterna. La sua corsa diventa resistenza, resilienza, rottura simbolica. L’uomo scalzo che attraversa la città imperiale trasforma il traguardo in memoria vivente di un riscatto collettivo. Una storia di sport che parla di solidarietà e orgoglio collettivo, della forza dello sport come linguaggiouniversale.

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