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Dalla piazza al potere: la sfida dei movimenti per il clima

Istituzionalizzare la radicalità: per cambiare le cose bisogna portare la giustizia ambientale nei luoghi decisionali


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Una terza via

Abbiamo vinto? Per un periodo, un secondo, una settimana, qualche momento, abbiamo pensato di aver vinto. Noi chi? Beh, chiunque si sia mobilitato per il clima, con Fridays For Future e con qualsiasi altro movimento, collettivo, gruppo: giovani, non giovani, studenti e studentesse, lavoratori e lavoratrici. E forse, in parte, è vero. Le manifestazioni globali hanno spinto i governi a prendere finalmente in considerazione il cambiamento climatico, il concetto di giustizia sociale ed ecologica è entrato nel dibattito pubblico. Ma vincere significa ottenere un cambiamento strutturale e sistemico, che invece non c’è stato. I combustibili fossili continuano a ricevere miliardi di sussidi dal governo italiano e dai governi europei, le emissioni calano impercettibilmente, le aziende che fanno greenwashing dominano la scena, dalla Serie A a Sanremo. 

Ed eccoci, quindi, a un bivio. Ci sono diverse opinioni sulle modalità di sopravvivenza dei movimenti sociali: o si istituzionalizzano, perdendo la loro radicalità, o si radicalizzano, perdendo la loro capacità di incidere sulle istituzioni. Forse, però, c’è una terza via: radicalizzare le istituzioni. Istituzionalizzare la radicalità. Cosa vuol dire? Immaginare un sistema politico in cui le istituzioni non puntino a preservare sé stesse, ma a cambiare per preservare il bene comune. In altre parole, prevedere dei meccanismi di messa in crisi, anche radicale. 

Il valore delle mobilitazioni di massa

Per far ciò, bisogna tornare a credere nella presenza in piazza, a riconoscere il valore delle mobilitazioni di massa e della pressione dal basso. Negli ultimi anni, i movimenti per il clima hanno dimostrato che scendere in strada, organizzarsi e creare comunità al di fuori di quelle prestabilite, può cambiare concretamente le cose. Fridays for Future ha portato la crisi climatica nell’agenda politica globale, Extinction Rebellion e Ultima Generazione hanno dato luce al tema dell’emergenza climatica con azioni dirette e blocchi (esponendo l’ipocrisia degli approcci finora adottati). Nulla di tutto ciò è avvenuto spontaneamente o per benevolenza della politica: è successo perché milioni di persone hanno protestato, scioperato, occupato piazze e palazzi. Oggi, il potere delle piazze si sta vedendo nella lotta contro la guerra e contro il DDL Sicurezza. 

Ma non basta. 

Cambiare le istituzioni

Non possiamo continuare a ignorare la dimensione istituzionale: il sistema che vogliamo rivoluzionare si esprime ancora attraverso le leggi, i decreti, i bilanci pubblici. Non basta denunciare, bisogna anche decidere, insomma responsabilizzarsi. Per questo, il potere politico non può essere lasciato in mano a chi ha continuato e continuerebbe a difendere solo gli interessi dei privati e del mercato. Ovviamente è fondamentale non accettare il paternalismo di chi ci dice che dobbiamo entrare in politica “sporcandoci le mani” come se fosse un rito di passaggio obbligato. Noi dobbiamo entrare nella politica con una visione chiara e con l’obiettivo di trasformarla: appunto di radicalizzarla. Portare dentro le istituzioni il pensiero e la prassi ecologiste, certo, ma anche quelle transfemministe (che rivoluzionerebbe l’intero sistema della giustizia, pensandone una trasformativa, per fare un esempio) e quelle decoloniali. La politica è sporca, opaca, fuligginosa, compromessa fin dalle fondamenta. Ma lasciarla nelle mani di chi l’ha resa (o pensata in origine) così significa accettare lo status quo, confermarlo in veste di antagonisti. Dobbiamo entrarci per avviare una messa in crisi radicale: stravolgere la politica. Renderla un mezzo per costruire un futuro basato sulla condivisione, sulla collettività, sul benessere di tutte e di tutti, non di pochi. 

Ma non l’abbiamo già fatto? La nostra voce non è stata ascoltata, per esempio durante le COP? Sì, ma in realtà no, perché prevalgono gli interessi di pochi, sempre. Cioè gli interessi della produzione e del consumo capitalisti. Questi eventi, che includono le rivendicazioni dei movimenti per il clima all’interno di politiche economiche intrinsecamente antiecologiche, sono operazioni istituzionali di greenwashing.

Basta ricordare le ultime due COP a Dubai e Baku, paesi retroguardia della transizione ecologica e soprattutto dei diritti umani. No, dunque, non ci sentiamo escluse dalle istituzioni, ci sentiamo estromesse, tenute buone: per questo, bisogna mobilitarsi e lavorare politicamente per un cambiamento radicale. Rivoluzionare l’attuale sistema politico-economico nel segno della gestione collettiva del bene comune, dal basso.

Serve tornare in piazza, serve entrare in politica. La scelta non è tra istituzionalizzarsi o radicalizzarsi. La scelta è tra lottare e rassegnarsi, ma rassegnarsi non è più un’opzione.

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