Il viaggio del cibo dalla pancia all’occhio. E viceversa?


Articolo tratto dal N. 78 di Schiavi del cibo Immagine copertina della newsletter

La metamorfosi del cibo: dalla pancia all’occhio nell’era di MasterChef

 Cibo per molti (comunque per una porzione sempre più estesa di persone) è guardarlo, ma non assumerlo.  Per tanti di loro in mezzo c’è uno schermo. Il cibo si ferma all’occhio, non arriva in pancia. Rinvia a un tema: sottoalimentazione o, alternativamente, pessima alimentazione.  

MasterChef, giunta oggi alla XVI edizione (nasce nel 2011), più che una risposta a questo tema è la sua elusione. 

Si dirà: MasterChef non nasce per risolvere il problema della fame o della cattiva alimentazione.  E, comunque non ha un fine educativo.  Vero. Ma segna ugualmente una metamorfosi del cibo: appunto dalla pancia all’occhio.  

Il fine di MasterChef non è infatti abbassare la fame, ma mostrare il cibo. Non è un invito a mangiare, ma a “predisporre” – o meglio a “esporre” – il piatto. Tendenza che si può far risalire all’avvento della nouvelle cousine, all’inizio degli anni’80, che subisce un arresto negli anni ’90 per poi riprendere lentamente quota.  

La decisa affermazione della nouvelle cuisine (al di là del suo decalogo di semplificazione con cui la lanciano Henri Gault e Christian Millau) ha fondato il suo successo su tre istanze fondamentali. Per la precisione: 

  • Decoro della tavola. Il segno più evidente è il manierismo estetizzante della mise en place. 
  • Leggerezza. Le porzioni si miniaturizzano, l’obiettivo è combinare la soddisfazione del palato e la presentabilità del corpo. 
  • Sperimentazione. Buono non è ciò che riempie e nutre, ma ciò che diviene sinonimo di anticonvenzionale, eccentrico, sorprendente. 

Qualità e povertà alimentare: il divario tra estetica e realtà sociale

Il fine di MasterChef non è educare gli italiani all’alimentazione, ma uno dei suoi effetti è derubricare il tema fame, sottoalimentazione e cattiva alimentazione. 

Per parlare di cibo e di qualità dell’alimentazione non basta comporre il piatto, se allo stesso tempo non si mette a tema come (e soprattutto con quale qualità di cibo) molti riempiono, a casa, il proprio piatto. 

La questione, dunque, non è solo la quantità, ma soprattutto la qualità del modo di cibarsi dell’italiano. Conta quindi dove si fa la spesa e se sia il principio guida sia il risparmio o la qualità.  

Il problema della pancia anziché un problema di emancipazione diventa sinonimo di abbandono, di non cura. 

Dunque: da una parte la dieta dell’italiano reale; dall’altra la dieta mediterranea. Le due non si incontrano. 

Si può fare in modo che il cibo sia sempre per più persone non solo occhio, ma anche pancia? Forse. Per raggiungere questo obiettivo, tuttavia, occorre modificare il modello di azione. Ovvero affrontare il tema dell’alimentazione: non solo e non tanto quello della sua qualità, quanto quello della soglia minima di “alimentazione dignitosa”.

Verso un’alfabetizzazione alimentare

Come si fa?
Assumendo il problema della alimentazione come educazione.  

C’è un buon precedente che potrebbe essere guardato, non per ripetere ma per ripensare: Non è mai troppo tardi, la trasmissione condotta dal Maestro Alberto Manzi tra il 1960 e il 1968. La trasmissione chiude dopo otto anni per raggiungimento dei fini per cui era nata: aver segnato e accompagnato il processo di progressiva alfabetizzazione degli italiani. Un dato per tutti è sufficiente: stando al censimento generale del 1951 gli italiani analfabeti sono circa il 13%; nel 1961 8,3% nel 1971 il 5,2%. Uscire dall’analfabetismo significava avviare un processo lungo il cui fine non era prescrivere cosa leggere, ma fornire strumenti per farsi un’idea e essere in grado di scegliere cosa leggere.  

Non è mai troppo tardi scompare nel 1968 non perché aveva eliminato il problema, ma perché, oltre a ridurlo, aveva indicato possibili percorsi di crescita. 

 Così come leggere non è solo leggere, ma essere messi nella condizione di scegliere cosa leggere, alimentarsi non è solo guardare cibo, ma educare ad assumerlo e stabilire delle priorità. 

Ridurre le aree di cattiva alimentazione o di sottoalimentazione non è solo “riempire il piatto”, è anche sapere come riempirlo; non proporre di vedere come si fa cibo, ma anche educare ad assumerlo. Non porlo solo all’altezza dell’occhio, ma proporre percorsi perché si diriga verso la pancia. La pancia di Arlecchino continua a restare vuota.

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