“Il caos imposto dagli Stati Uniti è una conseguenza della crisi americana”


Articolo tratto dal N. 76 di Voci sull’Europa al tempo della guerra Immagine copertina della newsletter

Negli anni Novanta la globalizzazione è stata raccontata come un orizzonte di integrazione economica e diffusione dei diritti. È stato un abbaglio? Era già possibile far valere allora le contraddizioni di quell’ordine e pensare forme diverse di relazione?

La globalizzazione degli anni Novanta è stata una fase in cui il centro del sistema mondiale – gli Stati Uniti con i paesi più avanzati – ha consolidato il modello neoliberale: ha scelto una crescita guidata dalla finanza, e ha lasciato che larga parte delle attività produttive si sviluppassero nei paesi della periferia, in particolare in Cina e Asia orientale.

L’ordine economico prevedeva complesse reti di produzione internazionale e libertà di movimento dei capitali verso Wall Street.

Sul piano politico il tentativo di recupero dell’egemonia americana, dopo la fine dell’Unione Sovietica, si basava sulla retorica della democrazia liberale come modello obbligato, con l’individualismo, l’espansione dei mercati, il ridimensionamento dell’azione pubblica.

È un modello che non ha retto alla crisi finanziaria del 2008 e alla pandemia del 2020, e in cui la crescita della Cina come potenza economica contrasta con il declino economico e politico degli Stati Uniti.

Fuochi di guerra ardono alle frontiere dell’Europa, l’ultimo in Iran: qual è la portata di questi eventi? Quale soglia storica stiamo attraversando?

La guerra di Stati Uniti e Israele in Iran va collocata nel contesto di una fase di “caos sistemico” che caratterizza la crisi dell’egemonia mondiale degli Stati Uniti, con il ritorno all’uso della forza militare e la moltiplicazione dei conflitti, sullo sfondo di un declino economico e di un’instabilità internazionale.

Gli studiosi del sistema mondiale – come Giovanni Arrighi e il suo “Il lungo XX secolo” (1996) – hanno da decenni individuato la natura di lungo periodo di questi processi, il legame tra crisi economica e crisi di egemonia e l’incertezza nelle fasi di transizione come quella attuale.

Un analogo “caos sistemico” aveva accompagnato nella prima metà del Novecento il passaggio dall’egemonia britannica a quella americana – attraverso due guerre mondiali e la fine degli imperi.

Ora il tentativo degli Stati Uniti di imporre un “dominio senza egemonia” rappresenta un’accelerazione della crisi americana e dei conflitti internazionali.

Se il “caos sistemico” è destinato a essere il nuovo paradigma internazionale – per un periodo prolungato, ben oltre il fenomeno Trump – è importante considerare insieme le dimensioni politiche, militari ed economiche delle trasformazioni in corso.

L’Europa può ancora essere un progetto politico autonomo o resterà inevitabilmente dentro l’orbita strategica degli Stati Uniti?

L’Europa è ancorata agli Stati Uniti – sul piano politico e militare – all’interno della Nato. Ma i conflitti tra le due rive dell’Atlantico sono profondi.

Nel dicembre 2025 la “National Security Strategy” Usa ha lanciato un attacco diretto all’Unione Europea, con un avvertimento sulla «prospettiva reale e sempre più concreta di una cancellazione della civiltà [europea].

Tra i problemi più generali che l’Europa deve affrontare ci sono le attività dell’Unione europea e di altri organismi transnazionali che mettono in pericolo la libertà politica e la sovranità» (p.24). Subito dopo sono venute le minacce di invasione della Groenlandia. 

Nel corso del 2025 l’offensiva sui dazi di Trump ha colpito in misura particolare l’Europa: la UE ha accettato l’introduzione di dazi del 15% sulle esportazioni dell’UE verso gli Stati Uniti, di acquistare energia dagli Stati Uniti (principalmente gas naturale liquefatto) per 750 miliardi di dollari in tre anni, di realizzare investimenti industriali per 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti, d’acquistare armi americane per centinaia di miliardi di dollari. 

Tra i dazi pagati al Tesoro americano e altri trasferimenti, l’Ue si impegna a pagare a Trump in pochi anni una somma analoga al Pil italiano, circa 2400 miliardi di dollari. 

C’erano alternative? Certo che sì. Come la Cina, l’Europa avrebbe potuto rispondere colpendo le vulnerabilità degli Usa: il loro surplus negli scambi di servizi, la finanza, i flussi di capitali, i rapporti euro-dollaro.

Qualche esempio: tassare le esportazioni di servizi, richiedere alle piattaforme digitali statunitensi di pagare le tasse in Europa, applicare le norme europee come standard internazionali sulle attività digitali, la protezione dei dati, l’intelligenza artificiale e la transizione verde 

Il problema di fondo è che i leader europei hanno una cultura politica del tutto inadeguata al disordine internazionale odierno. Sono stati protagonisti per decenni di politiche neoliberiste allineate a quelle americane, sia sul fronte economico che su quello della militarizzazione.

In Europa sarebbe importante un dibattito su quali sono i valori e gli obiettivi che possono guidare oggi la politica europea sul piano internazionale, sul significato effettivo dell’“autonomia strategica” prospettata dalla Ue, sul grado di autonomia nei confronti degli Stati Uniti, e sul tipo di ordine mondiale a cui l’Europa potrebbe contribuire. 

Perché, dopo le catastrofi del Novecento, non riusciamo a rinunciare alla guerra? È il risultato di nuovi equilibri geopolitici o rivela anche qualcosa di più profondo nelle strutture del potere, nella memoria storica, negli immaginari e nelle regole stesse del capitale?

Gli stati fanno la guerra quando l’ordine politico internazionale è segnato da una crisi di egemonia e, di fronte a obiettivi – sia interni che internazionali – che la politica non sa più assicurare, si aprono spazi per usare la forza militare.

La guerra di Stati Uniti e Israele in Iran è il tentativo di proiettare un potere imperiale assumendo il modello della guerra di sterminio che Israele ha introdotto a Gaza. Il paese nemico non va più “conquistato” e inserito in un progetto di ordine politico; va semplicemente distrutto, reso invivibile.

Ma ricordiamoci le lezioni del passato: Vietnam, Laos, Cambogia, Afghanistan, Iraq, Libia sono state tutte sconfitte sia militari che politiche.

Se l’Europa volesse tornare a essere un attore di pace e di multilateralismo, quale sarebbe oggi la scelta politica più radicale che dovrebbe compiere? C’è ancora tempo?

In primo luogo, abbiamo l’esempio del leader spagnolo Pedro Sánchez: partiamo da un semplice “No alla guerra”. Niente basi agli Stati Uniti, niente armi a Usa e Israele, stop all’acquisto di armi da questi paesi.

In secondo luogo, occorre dire no a “Rearm Europe”. Trasformare l’Europa da un progetto di pace e integrazione a un progetto di militarizzazione e scontro con l’Est e il Sud è una prospettiva disastrosa per l’Europa e per il mondo.

Ci aspettano corse al riarmo, rischi nucleari, concentrazione delle risorse nella spesa militare, declino economico e ulteriore subalternità agli Stati Uniti di Trump.

In terzo luogo, ripartiamo dai valori dell’Europa: la democrazia e il welfare state, una politica capace di imporre regole al capitalismo e di assicurare la pace non con le armi, ma attraverso accordi e cooperazione.

Le guerre di Stati Uniti e Israele si riveleranno presto un fallimento, e l’Europa potrebbe contribuire – insieme alla Cina e ai BRICS – a costruire un ordine multilaterale e multipolare che ridia un ruolo alle Nazioni Unite e al diritto, regole condivise al sistema internazionale e, soprattutto, dia voce alla politica anziché alle armi.

Ne abbiamo parlato anche con…

Abbiamo coinvolto altre tre voci per parlare della crisi del nostro tempo, stesse domande, punti di vista differenti, leggi le interviste:

L’Europa resta un’espressione geografica

Le fragilità dell’UE, tra conflitti alle frontiere, dipendenza dagli Stati Uniti e incapacità politica interna

La storia mostra che le guerre nascono quando si crede di poterle vincere facilmente e l’ignoranza guida i conflitti.
Oggi la frattura più profonda è proprio l’incapacità europea di agire unita.

L’ossessione di identità che alimenta la guerra
Le radici psicologiche del conflitto

La guerra trova il proprio fondamento in un irreprimibile bisogno di identità, quasi un’ossessione che inchioda l’essere umano a sé stesso…

Il caos imposto dagli Stati Uniti
è una conseguenza della crisi americana

Dietro le nuove guerre c’è anche la crisi dell’ordine economico globale costruito negli anni Novanta. Mario Pianta legge il presente come una fase di “caos sistemico”: declino dell’egemonia americana, ascesa di nuove potenze, ritorno della forza militare.

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