Questo articolo a firma di Paolo Funari è stato pubblicato sul numero di Cibo supplemento de Domani in edicola domenica 29 marzo.
Le recenti vicende relative al controllo giudiziario delle aziende di food-delivery Glovo e Deliveroo hanno riportato in auge il tema dello sfruttamento dei rider: salari sotto la soglia della povertà, turni oltre le dieci ore e un’attività costantemente monitorata dall’algoritmo.
Di fronte al perdurare del “caporalato digitale” promosso da queste aziende – a dieci anni dalle prime mobilitazioni dei rider a Torino – ha senso chiedersi se esista ancora spazio per quella che Esping-Andersen definisce “politics against the market”, ovvero l’azione politica come argine alle forze di mercato più sfrenate che mercificano il lavoro (ripetiamo: cinque euro l’ora, turni di dodici ore).
Le pratiche di queste piattaforme di delivery si inseriscono infatti in un settore particolarmente predatorio, caratterizzato da dinamiche di estrazione del profitto fondate sul contenimento dei salari in un contesto di competizione al ribasso tra aziende.
Allo stesso tempo, risulta difficile appellarsi alla politica quando una parte di essa si è fatta promotrice, in Italia, proprio del modello economico che oggi caratterizza anche le piattaforme: un sistema fondato sulla promozione della competizione internazionale, tramite deflazione salariale, e sulla diffusione di forme di lavoro atipiche, part-time, a tempo determinato e spesso di finto lavoro autonomo, orientate appunto a minare le tutele del lavoro standard.
Fatta la legge, trovato l’inganno
A onor del vero, nonostante questo indirizzo generale di precarizzazione del mercato del lavoro italiano, la politica è comunque intervenuta sul tema dei rider. Lo ha fatto con la legge n.128 del 2019, promulgata dal secondo governo Conte. L’intervento introdusse alcune tutele e stabilì un doppio binario di classificazione contrattuale: i rider potevano essere considerati parasubordinati in presenza di etero-organizzazione, oppure autonomi, con alcune garanzie minime. La legge lasciava inoltre alle parti sociali la possibilità di definire accordi collettivi che potessero derogare alle disposizioni normative.
Fatta la legge, trovato l’inganno. Le principali piattaforme di delivery, riunite in Assodelivery, firmarono insieme al sindacato UGL un accordo che manteneva l’inquadramento dei rider come lavoratori autonomi e introduceva una retribuzione sostanzialmente a cottimo. Quell’accordo è alla base di quello che la Procura di Milano ha definito “caporalato digitale”.
Il caso spagnolo
La politica, però, non è stata ovunque così passiva di fronte alle dinamiche di sfruttamento del capitalismo delle piattaforme. In Spagna, il governo di coalizione tra PSOE e Unidas Podemos ha introdotto nel 2021 la cosiddetta Ley Rider. La legge stabilisce una presunzione di lavoro subordinato per i rider e impone alle aziende di rendere trasparenti alle organizzazioni dei lavoratori i meccanismi algoritmici che incidono sulle condizioni di lavoro.
Questa riforma è stata resa possibile da una serie di condizioni politiche e istituzionali. In primo luogo, la presenza al governo di Unidas Podemos, forza della sinistra radicale interessata a tematizzare la regolazione del lavoro di piattaforma anche come segnale politico verso il proprio elettorato, composto in larga parte da lavoratori precari. In secondo luogo, l’appoggio del PSOE guidato da Pedro Sánchez, progressivamente riorientato verso politiche più favorevoli al lavoro anche sotto la pressione della competizione politica con Podemos. A questi elementi si sono aggiunti il sostegno di un fronte sindacale compatto – composto da CCOO e UGT – e una decisione cruciale del Tribunal Supremo del settembre 2020, che riconobbe la subordinazione di un rider di Glovo. Quella sentenza contribuì anche a spingere la principale associazione datoriale spagnola, la CEOE, ad accettare la nuova regolamentazione nel quadro di una stagione di rafforzata concertazione sociale.
Il risultato è che oggi in Spagna tutte le principali piattaforme hanno assunto i propri rider come lavoratori subordinati. Nel gennaio 2026 anche Uber Eats ha completato la transizione, anche alla luce della riforma del codice penale del 2022 che rende perseguibili penalmente i datori di lavoro che violano il diritto del lavoro, ad esempio ricorrendo a falsi lavoratori autonomi.
Il “decreto rider”
In Italia, invece, la legge n.128 è il risultato di un processo politico più complesso e frammentato.
Il primo tentativo di intervenire risale al giugno 2018, con il governo Conte I e il progetto del ministro del lavoro Luigi Di Maio di estendere la subordinazione ai rider attraverso il decreto dignità. Quel tentativo incontrò però la forte opposizione delle piattaforme, che minacciarono di lasciare il mercato italiano, e la contrarietà sia di Confindustria sia della Lega, orientata verso una regolamentazione meno radicale e impegnata a contrastare l’iniziativa del partner di governo.
Di fronte a questa opposizione, il Movimento 5 Stelle – le cui posizioni ideologiche sul conflitto tra lavoro e capitale risultavano più ambigue rispetto a quelle di Unidas Podemos – abbandonò l’ipotesi più radicale e optò per una soluzione più cauta. Il risultato fu il cosiddetto “decreto rider”, poi recepito nella legge n.128 del 2019 dal successivo governo Conte II. Sebbene la riforma abbia introdotto alcune tutele, il compromesso politico maturato nel primo governo Conte, il successivo calo della salienza del tema e le divisioni interne alla nuova coalizione impedirono l’adozione di un intervento più radicale come quello realizzato in Spagna.
Non è impossibile
Ne emerge che contrastare lo sfruttamento nel capitalismo di piattaforma non è impossibile, ma richiede condizioni politiche precise: una coalizione di governo favorevole alla regolazione del lavoro, un fronte sindacale unito e un dialogo sociale capace di coinvolgere almeno una parte del mondo imprenditoriale. Quando queste condizioni si realizzano, come in Spagna, la politica può ancora arginare la mercificazione del lavoro e restituire dignità al lavoro come base della cittadinanza sociale e politica.
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