L’ossessione dell’identità che alimenta la guerra


Articolo tratto dal N. 76 di Voci sull’Europa al tempo della guerra Immagine copertina della newsletter

Negli anni Novanta la globalizzazione è stata raccontata come un orizzonte di integrazione economica e diffusione dei diritti. È stato un abbaglio? Era già possibile far valere allora le contraddizioni di quell’ordine e pensare forme diverse di relazione? 

Con i limiti di esplorazione e di indagine di chi punta a risvegliare ogni singolo all’ascolto e alla profondità, mi pongo di fronte a tale interrogativo e mi sento di dire che in errori o in abbagli incorre chi prova e chi rischia di immaginare e (perché no?) anche di sognare. 

L’idea che la nostra patria sia il mondo intero – come cantava utopicamente l’internazionale socialista già all’inizio del Novecento – penso che abbia nell’animo umano un posto non scalfibile da parte dei più sottili argomenti della ragione: ragione individuale, ragione politica. 

Eppure: una simile idea messa alla prova della ragion pratica, nonché dei fatti, è stata, è (e temo che sempre sarà) destinata a far esplodere contraddizioni, tra le quali specialmente tenaci sono quelle provenienti dall’inconscio di ciascuno e da quello collettivo. 

Fuochi di guerra ardono alle frontiere dell’Europa, l’ultimo in Iran: qual è la portata di questi eventi? Quale soglia storica stiamo attraversando?

Credo si tratti di un vero sovvertimento dei valori che hanno ispirato il desiderio consapevole dei fondatori di una comunità europea colta, democratica e solidale. 

Penso infatti che uno degli aspetti più sconvolgenti e preoccupanti di quanto sta accadendo alle porte dell’Europa sia da un lato il fanatismo risvegliato (teocratico e no) e dall’altro l’ignoranza e la megalomania buffona delle nuove tirannidi pronte ad assassinare ogni forma di dialettica, di differenza e di profondità. 

Sembra che stiamo vivendo nel tempo in cui Ego furenti e spesso ridicoli cercano di strappare al mondo le sue ombre, la sua delicatezza e il suo mistero per esibire, sugli spalti di uno spettacolo osceno, certezza, predominio e arroganza. 
Oggi prevale chi è più famelico e chi, accantonate le complicate implicazioni del pensiero, si allena quotidianamente al culto del potere. 

E tutto questo fa paura perché sa trascinare gli altri ovvero ciascuno di noi. Infatti, in ciascuno di noi, alberga anche il male. 

L’Europa può ancora essere un progetto politico autonomo o resterà inevitabilmente dentro l’orbita strategica degli Stati Uniti?

Stanti i limiti del mio tipo di ascolto e delle mie competenze posso riflettere soltanto sul concetto di autonomia. Un concetto che mi sembra abbia bisogno di un’analisi che lo faccia uscire dal suo alveo autoreferenziale, schiudendolo alle sue differenze, opposizioni e contraddizioni. 

Infatti, perché un progetto sia autonomo è necessario che i diversi soggetti nazionali che lo stipulano possano offrire una sufficiente compattezza d’intenti non solo coscienti ma anche inconsci. 

Questi ultimi, in particolare, dovrebbero ricevere accoglienza perché, se mai venissero ascoltati e legittimati, porterebbero un contributo di flessibilità, di adattabilità e di tolleranza reciproca in grado, forse, di fare di un progetto meramente politico e amministrativo anche un progetto etico.

Un progetto che solleciti i singoli individui-nazione a trascendere le strettoie più asfittiche del proprio io sovranista. 

Perché, dopo le catastrofi del Novecento, non riusciamo a rinunciare alla guerra? È il risultato di nuovi equilibri geopolitici o rivela anche qualcosa di più profondo nelle strutture del potere, nella memoria storica, negli immaginari e nelle matrici psicologiche?

Come mai tanta brama di sopraffazione e di sangue sta nel desiderio degli esseri umani? Grande è l’enigma.  

Si fa la guerra, si fa ogni guerra, in nome di un’idea assoluta di padronanza: padronanza di sé, padronanza sull’altro. Un fanatico attaccamento alla propria identità costituisce la condizione pulsionale di ogni odio, di ogni invidia, di ogni guerra.  

La guerra trova il proprio fondamento in un irreprimibile bisogno di identità, quasi un’ossessione che inchioda l’essere umano a sé stesso, ai suoi riti, ai suoi confini, alle sue origini, alla sua etnia.  

L’io della guerra non ha all’orizzonte altro che il proprio riflesso, iscritto in un tempo imperituro: io, prima di tutto, sopra tutto e per sempre.  

L’io della guerra nulla vuole sapere della propria precarietà; nulla del diverso, dell’estraneo, dell’altro.  

L’io della guerra pretende di ignorare quanta parte di sé si stia annientando, proprio tramite la distruzione dell’altro. 

Se l’Europa volesse tornare a essere un attore di pace e di multilateralismo, quale sarebbe oggi la scelta politica più radicale che dovrebbe compiere? C’è ancora tempo? 

Questa oggi la definirei un’irragionevole speranza 

Forse quel tipo di speranza che ci consente di continuare a vivere, magari guardando alla realtà senza il filtro della delusione per poter comprendere quel che non si è ancora compreso e che ci può ancora meravigliare.  

Forse la scelta politica più radicale è una scelta etica altrettanto radicale. Perché – pur consapevole del fatto che paesi diversi, per operare insieme, devono rinunciare alla passione irreprimibile di sopraffarsi a vicenda – deve impegnarsi nella ricerca di una vera e propria cultura di pace 

E una cultura di pace è possibile solo se riusciamo a tener vivi, rispettandoli, gli antagonismi dell’anima individuale e collettiva, ricordando come le idee che scegliamo non ci debbano togliere il rispetto profondo delle idee che non scegliamo, con l’irrisolto dilemma di come tollerare gli intolleranti.  

Ne abbiamo parlato anche con…

Abbiamo coinvolto altre tre voci per parlare della crisi del nostro tempo, stesse domande, punti di vista differenti, leggi le interviste:

L’Europa resta un’espressione geografica

Le fragilità dell’UE, tra conflitti alle frontiere, dipendenza dagli Stati Uniti e incapacità politica interna

La storia mostra che le guerre nascono quando si crede di poterle vincere facilmente e l’ignoranza guida i conflitti.
Oggi la frattura più profonda è proprio l’incapacità europea di agire unita.

Il caos imposto dagli Stati Uniti
è una conseguenza della crisi americana

Dietro le nuove guerre c’è anche la crisi dell’ordine economico globale costruito negli anni Novanta. Mario Pianta legge il presente come una fase di “caos sistemico”: declino dell’egemonia americana, ascesa di nuove potenze, ritorno della forza militare.

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