La “Flotta civile europea” che organizza da dieci anni nel Mediterraneo il soccorso in mare delle persone migranti che tentano la traversata dalle coste nordafricane di Libia e Tunisia alle nostre, rappresenta uno degli accadimenti sociali più straordinari del nostro tempo.
Quando nel 2018 prendemmo il mare anche noi, con Mediterranea, le navi del soccorso erano poche e soprattutto bloccate da inchieste giudiziarie e provvedimenti amministrativi di fermo emanati dal governo di allora, quello “giallo verde” in cui Salvini era Ministro degli Interni.
Da allora le cose sono molto cambiate: non certo per quanto riguarda i governi, che insieme all’intera Unione Europea non hanno smesso di percorrere la strada, tragica per la democrazia e lo stato di diritto, delle politiche di respingimento di profughi e richiedenti asilo, ma per la capacità di risposta proprio della società civile organizzata. Le navi di soccorso, alle quali si aggiungono barche a vela, assetti veloci e aerei per il monitoraggio dall’alto dello spazio di mare dove avvengono le operazioni, si sono moltiplicate.
Siamo passati da poche unità a oltre trenta assetti operativi.
Il primo dato da considerare è questo, relativo al rapporto inversamente proporzionale tra il progressivo inasprirsi dell’azione repressiva e di criminalizzazione del soccorso in mare, che fa parte di una più generale involuzione dello stato di diritto nell’Unione, e la capacità di organizzare e aumentare la resistenza a questo processo involutivo da parte delle realtà autorganizzate europee.
La flotta civile contro la criminalizzazione del soccorso
Più i governi, quello italiano in testa, intensificano sforzi e strumenti per ostacolare, bloccare, criminalizzare la pratica del soccorso, più essa si articola e aumenta nel numero dei cittadini e cittadine che la sostengono, producendo la moltiplicazione delle navi e delle strutture di soccorso e protezione delle persone migranti lungo le rotte.
Mantenere oltre trenta navi e barche del soccorso, aerei, strutture di ricezione delle richieste di aiuto che provengono da mare e deserti (che sono i luoghi di deportazione dove donne, uomini e bambini vengono abbandonati a morire ), significa mobilitare centinaia di migliaia di persone che con il loro contributo economico, finanziano una rete che agisce sul campo, che considerata tutta insieme costa centinaia di milioni di euro.
Una nave come le nostre di Mediterranea ( sono diventate due nel frattempo, più un assetto a vela ) ad esempio, costa solo per il mantenimento operativo centomila euro al mese. Non godiamo ovviamente, di nessun finanziamento pubblico, anzi, e tutto il denaro necessario deriva dal crowfounding e dalle donazioni permanenti, dal tesseramento degli associati ( alcune migliaia) e dall’attività degli “equipaggi di terra”, oltre quaranta sparsi in tutto il paese e anche a Berlino, Bruxelles, Barcellona e in altre città europee.
Contropotere europeo: quando la società civile costruisce la “polis”
Se le formazioni partitiche dell’estrema destra hanno costruito i loro successi attuali, arrivati a fargli “prendere il potere” in molti stati dell’Unione e oltreoceano, proprio sull’idea della “guerra ai migranti”, dall’altra parte la società civile ha risposto con l’articolazione di una serie di pratiche e di strutture che vanno nella direzione esattamente contraria.
Si è dunque sviluppato un processo dal basso di “contropotere”, che non si limita più come accadeva un tempo, alle singole azioni meritorie di singole realtà del privato sociale, ma prende coscienza di sé come tale, nel suo insieme, e crea la propria narrazione generata dalle pratiche sul campo.
La percezione dell’essere parte di una moltitudine che si auto organizza dal basso per opporsi al potere, alle sue leggi ingiuste, praticando concretamente “ciò che dovrebbe essere, la giustizia e la dignità per ogni essere umano”, non è solo questione di definizione semantica. La coscienza di sé come attore di un processo collettivo e costituente, crea la “polis”, e se consideriamo lo spazio geopolitico dove nasce, crea l’Europa.
Nel momento massimo di assenza di una idea di Europa politica da parte delle istituzioni che la rappresentano ufficialmente, questo “sentire” la costruzione dell’Europa attraverso il conflitto materiale e costituente sui valori che devono essere al suo fondamento, come i diritti umani ad esempio, non è cosa da poco. Chi come noi arriva alla Flotta Civile da esperienze di movimenti sociali di contestazione, lo aveva percepito fin dall’inizio: l’umanitario sarebbe diventato terreno di conflitto.
Guerra, disuguaglianze e migrazioni: il Mediterraneo come campo di conflitto
Viviamo nell’interegno del passaggio da un vecchio ordine mondiale ad uno nuovo ancora indefinibile. Di sicuro il “mostro” nato in questo “non più e non ancora” è la guerra come orizzonte globale e permanente. La guerra come stato di eccezione e nel contempo come strumento regolativo. Una condizione dalle conseguenze apocalittiche per il mondo, ma che non nasce dal “caso”.
L’ultimo rapporto Oaxfam sulla concentrazione della ricchezza nel pianeta – 12 miliardari detengono l’equivalente della ricchezza di 4 miliardi e cento milioni di abitanti della terra – è la conferma che un sistema del genere non può che essere retto dalla guerra. Ma non solo.
Lo stesso meccanismo del debito pubblico, che regge l’architettura economico finanziaria degli stati e dunque dei player continentali, non è sostenibile se non con la guerra: chi convincerà il mondo a continuare a comprare Bond americani che sostengono il debito pubblico più grande del mondo, se non l’esercito più armato e aggressivo al mondo?
La famosa teoria del “gocciolamento verso il basso”, cara ai neoliberisti anche di sinistra, è stata polverizzata dalla concentrazione privata di ricchezze più grande di tutti i tempi, che si accompagna all’impoverimento, anche in occidente, di fasce sempre più larghe di popolazione.
La ricchezza globale che viene sequestrata nel processo di accumulazione predatorio al quale stiamo assistendo, significa anche privatizzazione dei beni comuni: in un suo discorso il Presidente Mattarella ha parlato di nuovo “colonialismo”, riferendosi alla conquista dello spazio da parte di tecnocrati che ne privatizzano, per monetizzarlo, l’uso. E lo stesso vale per il mare, che è un bene comune a tal punto dall’essere da sempre il teatro dello scontro tra diritto sovrano degli stati e diritto internazionale. Smith lo definiva “irriducibile”.
La questione del soccorso ci parla di tutto questo. Come le politiche sui flussi migratori, che intervengono non per “impedire” come fine ultimo la mobilità umana, necessaria soprattutto in paesi come il nostro a “demografia negativa”, ma per conformare anche antropologicamente i suoi protagonisti alle logiche di un mercato del lavoro che soggioga l’umano a diventare solo strumento della produzione, privo di diritti.
Il caso dei rider, e delle recenti sentenze della magistratura, ci illumina sul nuovo concetto di “lavoro servile” di cui le piattaforme digitali si servono. Viene alla mente un saggio scritto alla metà degli anni 70 da Max Frisch, scrittore e architetto svizzero, che analizza l’impatto della migrazione lavorativa italiana in Svizzera: “Cercavamo braccia, sono arrivati uomini”. Ecco, il processo di “disumanizzazione” dei migranti, inizia proprio dalla negazione del loro diritto ad essere soccorsi in mare.
Lo “status” di naufrago infatti, non è riconosciuto alle persone che sono in distress in mare, se sono migranti. Per loro è stato modificato nelle circolari del Viminale, che di fatto controlla la Guardia Costiera in virtù della prevalenza del “Law enforcement” sul “Search and Rescue”, il linguaggio terminologico: un migrante che sta annegando non è più un “naufrago” ma “migrante in transito”.
Un soccorso in mare effettuato su questa tipologia di esseri umani sui quali si applica un diritto diverso che agli altri, è una “attività di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”, non più come dice la Convenzione di Amburgo “un obbligo per chiunque si trovi nella possibilità di praticarlo”. Il “contropotere” messo in atto dalla società civile europea per garantire il soccorso in mare, ha difronte dunque l’illegalità organizzata dello Stato.
Praticare il soccorso significa rispettare il diritto internazionale, oltre che la propria coscienza di esseri umani, che rifiuta la disumanizzazione come possibilità per chiunque. Ma il potere costituito oggi del diritto internazionale fa carta straccia ovunque.
