Se il lavoro non basta più per comprare il pane


Articolo tratto dal N. 78 di Schiavi del cibo Immagine copertina della newsletter

Dal lavoro al cibo: un legame che si è spezzato

Negli ultimi anni la necessità di introdurre nella Costituzione Italiana, così come anche nei trattati europei, l’esplicito riferimento al “diritto al cibo” è divenuta oggetto di studi, dibattiti pubblici e anche proposte legislative, alzando l’attenzione anche dei media e di conseguenza dei cittadini. Se ritorniamo agli anni della fase costituente, dell’appena nata Repubblica Italiana, osserviamo che le politiche alimentari rappresentavano una priorità, soprattutto in relazione al drammatico problema della fame che colpiva gran parte della popolazione. Nonostante una evidente preoccupazione da parte dei padri costituenti, non venne mai formulato uno specifico articolo sul diritto al cibo, preferirono infatti puntare a garantire il diritto al lavoro e a consolidare il sistema agricolo, quali mezzi efficaci e privilegiati per liberare dal problema della fame. Inoltre, la visione agricola dell’epoca, coniugava strettamente il lavoro della terra all’approvvigionamento alimentare.

Nel tempo però questa tenace relazione è quasi scomparsa e così il diritto al lavoro è rimasto il principale mezzo per consentire al cittadino di accedere al cibo. Le crisi economiche degli ultimi decenni hanno però mostrato i limiti del presupposto lavoro=pane, ed oggi osserviamo crescere le situazioni di persone che, pur lavorando, non hanno un reddito sufficiente a garantirsi il soddisfacimento del “bisogno alimentare”, complice anche una concezione che vede il “mercato” come l’unico luogo cui accedere per rispondere a tale bisogno.

Il paradosso italiano: quando il non profit sostituisce lo Stato

È compito delle istituzioni pubbliche rimuovere questo ostacolo?
In Italia, storicamente, questo ruolo è stato assunto dalle istituzioni caritative e solo a seguito di eventi straordinari, come crisi socioeconomichecatastrofi naturali e/o emergenze sanitarie – vedi Covid19 – la finanza pubblica si è affiancata al lavoro quotidiano delle organizzazioni della società civile. Quello che oggi identifichiamo con il termine “Terzo settore” è solo l’evoluzione storica di interventi, dapprima caritatevoli, già documentabili molto tempo prima della nascita delle diverse forme di “welfare state”. Tutta la storia della cristianità, cattolica e protestante, è ricca di esempi di accoglienza, offerta e condivisione di pane con i poveri. A questa tradizione, che tutt’oggi permane come pilastro dell’aiuto alimentare, si è col tempo affiancata la solidarietà di iniziative laiche nate dalla cultura socialista e anche liberale. Il proliferare di tali soggetti ed il loro capillare operato ha anticipato l’intervento delle istituzioni pubbliche che anzi, hanno in qualche modo “approfittato” di questo sistema di “welfare privato alimentare”, senza preoccuparsi di valorizzarlo e sostenerlo.

Questo atteggiamento passivo potrebbe derivare dalla certezza che le organizzazioni di solidarietà, e le persone in essa impegnate, non avrebbero mai interrotto l’aiuto alimentare, anche in mancanza del sostegno pubblico, in virtù del loro impegno che non ha come scopo principale l’affermazione di un diritto costituzionale o la remunerazione economica, bensì l’accoglienza della persona nella sua interezza che comprende anche la costruzione di percorsi che nel tempo sviluppino una inclusione sempre più completa: educazione, formazione, occupazione.

Sussidiarietà e politiche pubbliche

È paradossale osservare che l’efficacia del principio di sussidiarietà, da parte delle storiche iniziative di solidarietà, abbia portato alla mancata realizzazione di interventi pubblici stabili nei confronti della necessità di fornire il sostentamento alle persone in condizione di bisogno. L’azione sussidiaria di decine di migliaia di organizzazioni che quotidianamente operano in Italia per favorire l’accesso al cibo a circa 3.000.000 di persone in difficoltà, ha ulteriormente dimostrato, non solo di essere in grado di realizzare concrete politiche pubbliche (non statali) di welfare ma anche di offrire un importante contributo legislativo. Ne è un esempio la c.d. legge Gadda, che ha come scopo principale favorire la corresponsabilità di tutti gli attori del settore agroalimentare (pubblico, profit e non profit) a donare alimenti ancora perfettamente edibili e invece che distruggerli.

Va inoltre anche ricordato che a partire dal 2025 è stato reso strutturale, con 50 milioni di euro all’anno, il Fondo Indigenti del MASAF, che finanzia la distribuzione di beni alimentari di prima necessità attraverso le organizzazioni del terzo settore. Anche a livello Ue, dalla fine degli anni Ottanta ad oggi, sono nati importanti programmi che hanno sostenuto la distribuzione, da parte delle organizzazioni caritative, di derrate alimentari a fini solidaristici.

Questi importanti traguardi sono stati raggiunti grazie alla lunga e consolidata esperienza delle organizzazioni caritative e civili in dialogo continuo con i soggetti della filiera agroalimentare e le istituzioni pubbliche.

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