Il cibo come nucleo vitale: perché non è una merce comune
Il cibo non è un prodotto comune, che si può vendere o comprare al mercato come fosse un televisore al plasma o un paio di scarpe da ginnastica. Costituisce piuttosto il nucleo vitale per la produzione e riproduzione della società umana.
Tutti noi potremmo vivere senza il cellulare, nessuno resisterebbe, invece, per più di tre giorni senza mangiare e bere.
Per questo chi governa la produzione, trasformazione e commercializzazione del cibo e dell’acqua, governa in qualche modo la riproduzione della vita. Ed è la stessa ragione per cui le mafie, nonostante i loro profitti milionari, leciti e illeciti, hanno ancora le scarpe sporche di fango.
È proprio nel settore primario, infatti, che persistono forme pianificate e manageriali di sfruttamento derivanti da un capitalismo che impone a migliaia di lavoratori e lavoratrici, immigrati e italiani, stati di emarginazione, segregazione e povertà a tempo indeterminato.
Sono operai che subiscono la violazione quotidiana e sistematica dei loro diritti fondamentali, da cui deriva la gerarchia sociale contemporanea e la relativa sperequazione tra un’economia del privilegio e dello spreco e un’altra invece della povertà e della fame. Due facce della stessa medaglia.
Lo sfruttamento nel settore primario: la realtà dei ghetti e dei lavoratori “Kleenex”
Ovviamente non si tratta di un fatto inedito nella storia dell’umanità. Già Engels affermava che “ogni grande città ha uno o più “quartieri brutti”, nei quali si ammassa la classe operaia. È vero che spesso la miseria abita in vicoletti nascosti dietro i palazzi dei ricchi; ma in generale le si è assegnata una zona a parte, nella quale essa, bandita dalla vista delle classi più fortunate, deve cavarsela da sé, in un modo qualunque.”
Per trovare situazioni analoghe nell’Italia contemporanea si potrebbe cominciare dagli oltre 150 ghetti presenti da decenni nel Paese, cioè baraccopoli allestite con mezzi di fortuna (plastica, lamiera, cartone e assi di legno) su fondi rurali privi di luce elettrica e acqua potabile.
Sono aree sempre più spesso urbane, in cui vengono selezionati, reclutati e impiegati lavoratori e lavoratrici “Kleenex”, a basso costo e in condizioni di grave insicurezza dentro filiere produttive legate ad aziende che, collocate nella globalizzazione delle campagne, trasformano, commercializzano e promuovono il cibo in ogni sua forma.
In alcuni casi, i lavoratori immigrati vengono intercettati appena entrati in Italia per essere condotti di notte a Rosarno e a San Severo. Lo scopo è di amplificarne il disorientamento e lo stato di angoscia, per poi impiegarli nelle aziende limitrofe alle condizioni stabilite esclusivamente dal padrone di turno.
Catturati da una rete criminale che dialoga con le norme vigenti dello Stato italiano, a partire dalla Bossi-Fini, i nuovi uffici di collocamento informali della criminalità forniscono manodopera ricattata e vulnerabile alle fabbriche del potere di un capitalismo che investe sempre più in tecnologia e sempre meno, invece, nella dignità di chi lavora.
A San Ferdinando, in Calabria, vivono centinaia di persone in tende e baracche impiegati nelle campagne circostanti anche 14 ore al giorno. Vale anche per Polistena, Seminaria e Palmi, dove oltre 13mila aziende coltivano 44mila ettari impiegando oltre 35mila persone.
Molti lavoratori e lavoratrici sono obbligati a pagare dai 25 ai 100 euro al mese per un posto letto, spesso stipati in baracche che condividono con altri connazionali, e riescono a sopravvivere solo se pagano i servizi essenziali che vengono loro imposti: dall’acquisto dei viveri all’utilizzo dell’energia elettrica, dell’acqua potabile o delle toilette.
Poi ci sono i container, come nel Pontino, cioè cubi di metallo dove si vive, lavora e muore totalmente immersi nella proprietà privata del padrone.
A Catania, a novembre del 2025, numerosi lavoratori agricoli erano costretti a lavorare quattordici ore al giorno per 1,26 euro l’ora, alloggiati in luoghi fatiscenti, in alcuni casi accanto al deposito del mangime per gli animali, senza riscaldamento né servizi igienici, a cui si univa il ricatto legato al permesso di soggiorno.
Il business della povertà: tra capitalismo estrattivo e negazione dei diritti
Nel frattempo, Vivenda, una delle aziende della ristorazione più grandi d’Europa, è passata, tra il 2024 e il 2025, da 300 milioni di fatturato a 334 milioni, con l’assunzione di oltre ottomila dipendenti rispetto all’anno precedente.
Tutto questo mentre a giugno del 2025 la Procura di Milano chiedeva 7 anni di carcere per il fondatore di StraBerry, azienda start up con serre fotovoltaiche sui terreni di Cassina De’ Pecchi, nel milanese, con l’accusa di aver sfruttato 73 lavoratori impiegati nella coltivazione e raccolta di fragole, poi vendute su degli Apecar.
Secondo l’accusa, i 73 lavoratori sarebbero stati sfruttati dal 2018, retribuiti 4 euro l’ora, minacciati, privati di servizi igienici e controllati mediante gravi forme di sorveglianza, a cui sommare insulti, se parlavano, ricaricavano il telefono o bevevano acqua.
I ghetti sono le fabbriche della povertà operaia utili al capitale per avere il pieno controllo sulla vita dei lavoratori, neutralizzando il conflitto, normalizzando la subordinazione e lo sfruttamento.
Si tratta di un controllo severo, serrato, pianificato, realizzato dalla politica e sorvegliato dall’uso strumentale del diritto penale, che inaugurando un tempo senza libertà.
È la fabbrica delle vite di scarto, esso stesso un sistema di produzione per un verso dei reietti e per l’altro dei padroni, capace di fatturare, secondo l’Eurispes, circa 25,2 miliardi di euro l’anno.
Soldi e potere dei dannati della terra, condannati per legge a lavorare, soffrire e morire per via del risultato più importante ottenuto dal capitalismo contemporaneo: avere imposto la tesi della morte della classe operaia mediante la subordinazione del lavoro per mezzo della clandestinizzazione degli operai, in particolare immigrati, a cui ha fatto seguito l’impoverimento per contratto e l’affermazione della tesi per cui il pericolo arriva dal mare su barche precarie e non da chi governa il capitale e il Paese.
Contestare e bonificare questo capitalismo è l’unica possibilità per tornare a produrre e consumare cibo per la vita e non a suo discapito.
Consigli di lettura
Sotto padrone
Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana
di Marco Omizzolo
Un viaggio nel cuore delle agromafie, tra caporali che lucrano sul lavoro di donne e uomini, spesso stranieri, sfruttati nelle serre italiane. Braccianti indotti ad assumere sostanze dopanti per lavorare come schiavi. Ragazzi che muoiono – letteralmente – di fatica. Donne che ogni giorno subiscono ricatti e violenze sessuali. Un sistema pervasivo e predatorio che spinge alcuni lavoratori a suicidarsi, mentre padroni e padrini si spartiscono un bottino di circa 25 miliardi di euro l’anno. Un viaggio, quello di Omizzolo, condotto da infiltrato tra i braccianti indiani nell’Agro Pontino e proseguito fino alla regione indiana del Punjab, sulle tracce di un trafficante di esseri umani. Un’inchiesta sul campo che parte dall’osservazione e arriva alla mobilitazione: scioperi, manifestazioni, denunce per rovesciare un sistema che si può sconfiggere.

