“Nella rottura epocale che stiamo vivendo, l’Europa deve rinunciare al riarmo”


Articolo tratto dal N. 76 di Voci sull’Europa al tempo della guerra Immagine copertina della newsletter

Negli anni Novanta la globalizzazione è stata raccontata come un orizzonte di integrazione economica e diffusione dei diritti. È stato un abbaglio? Era già possibile far valere allora le contraddizioni di quell’ordine e pensare forme diverse di relazione?

Già mentre la globalizzazione era in atto si erano levate molte voci critiche. Non contro il processo in sé, ma contro le sue modalità. Era chiaro che si trattasse di una globalizzazione segnata da ingiustizia, disuguaglianza e discriminazione: un mondo diviso tra una zona di comfort, più o meno coincidente con l’Occidente e alcuni paesi occidentalizzati, e le grandi periferie planetarie.

La globalizzazione è stata quindi analizzata anche nei suoi aspetti negativi. Avrebbe potuto proseguire nella direzione di una reale integrazione e inclusione, ma purtroppo non è accaduto. Oggi assistiamo piuttosto a un arresto del processo complessivo di globalizzazione, e questo non è affatto un fatto positivo. Mi sarei augurata che proseguisse, ma all’insegna della giustizia e dei diritti.

Invece siamo entrati in una nuova epoca storica, e molte delle voci critiche vedono ora con chiarezza le conseguenze di una globalizzazione che si è interrotta.

Fuochi di guerra ardono alle frontiere dell’Europa, l’ultimo in Iran: qual è la portata di questi eventi? Quale soglia storica stiamo attraversando?

La rottura è precedente e risale alla guerra in Ucraina, quando nel 2022 si è aperta una faglia nel territorio europeo. Una frattura che avrebbe potuto essere ricomposta rapidamente, ma così non è stato.

Si è prodotta una rottura bellica che ormai viene riconosciuta come epocale. In Germania si parla di Epochenbruch – rottura epocale – proprio per indicare questo passaggio storico. Da allora l’ordine globale è stato terremotato e quella faglia ha continuato ad allargarsi.

La guerra attuale tra Stati Uniti, Israele e Iran rappresenta un ulteriore ampliamento di quella frattura. Segna un nuovo capitolo di questa epoca, anche per le incognite che comporta: all’orizzonte si profila non solo il rischio di una guerra mondiale, ma di una guerra difficilmente controllabile.

L’Europa può ancora essere un progetto politico autonomo o resterà dentro l’orbita strategica degli Stati Uniti?

Sono sempre stata europeista. Ho sempre pensato che dall’unione economica potesse nascere una vera unione politica, una nuova forma sovranazionale.

Negli ultimi anni però abbiamo assistito a qualcosa di diverso: non tanto un ritorno dei nazionalismi quanto il ritorno dell’etnocrazia, cioè dell’idea di comunità politiche modellate su basi etniche e dell’impossibilità di coabitazione tra popoli diversi nello stesso territorio.

Eppure proprio la coabitazione era la scommessa dell’Unione Europea, soprattutto in un continente come quello europeo, dove i confini sono storicamente mobili. Oggi mi sembra che quella scommessa sia stata sconfitta.

È una sconfitta politica epocale su cui si riflette ancora troppo poco. A questo si è aggiunto il ridimensionamento dell’Unione Europea, voluto anche dagli Stati Uniti e accentuato dalla guerra in Ucraina.

Viaggiando spesso in Europa mi chiedo se la frammentazione che si è prodotta sia ancora recuperabile. Devo dire che negli ultimi anni sono diventata molto più pessimista: faccio sempre più fatica a vedere quei legami che dovrebbero tenere insieme i paesi europei.

Perché, dopo le catastrofi del Novecento, non riusciamo a rinunciare alla guerra? È il risultato di nuovi equilibri geopolitici o rivela anche qualcosa di più profondo nelle strutture del potere, nella memoria storica, negli immaginari e nelle matrici psicologiche?

In realtà non direi che “non riusciamo” a rinunciare alla guerra. Non parlerei al plurale. Sono convinta che i popoli europei non vogliano affatto la guerra.

La responsabilità è piuttosto delle élite e delle classi dirigenti europee. Quello che stiamo vivendo è una sorta di sospensione tecnobellica della democrazia, sostenuta da un intreccio di interessi tra industria militare, capitale finanziario e dirigenze politiche.

Le società non chiedono la guerra. Le generazioni che hanno ancora memoria del conflitto sanno cosa significhi, ma anche i giovani sono molto lontani dall’idea della guerra come mezzo per risolvere i conflitti.

Pensare di tornare alla violenza tecnica per risolvere i conflitti è un trauma enorme. Per questo la responsabilità storica ricade sulle classi dirigenti.

Se l’Europa volesse tornare a essere un attore di pace e di multilateralismo, quale sarebbe oggi la scelta politica più radicale che dovrebbe compiere? C’è ancora tempo?

La scelta radicale sarebbe rinunciare alla guerra e costruire una politica concreta di negoziati e di coabitazione tra i popoli.

È inconcepibile che negli ultimi anni questa politica non sia stata perseguita e che non lo sia neppure oggi. Penso anche alla guerra in Israele: l’Europa ha responsabilità nei confronti di Israele e del popolo ebraico, e proprio per questo la sua assenza è ancora più grave.

La pace non è una parola generica: è un progetto politico serio. Ed è questa la scelta radicale che l’Europa dovrebbe compiere, non quella del riarmo. È inconcepibile pensare di tenere insieme l’Europa attraverso il riarmo.

So che la mia posizione non è condivisa da tutti, ma resto convinta che il riarmo non sia la soluzione.

La vera forza dell’Europa è un’altra: l’Europa è l’avanguardia dei diritti umani e della coabitazione tra i popoli. Dovrebbe essere all’altezza della propria storia e della propria tradizione: essere l’avanguardia di ciò che altri non sono, non l’imitazione degli altri.

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