Negli anni Novanta la globalizzazione è stata raccontata come un orizzonte di integrazione economica e diffusione dei diritti. E’ stato un abbaglio? Era già possibile far valere allora le contraddizioni di quell’ordine e pensare forme diverse di relazione?
La globalizzazione può solo aumentare la possibilità di conflitti (il che non significa che non sia desiderabile, dato che ci sono anche vantaggi notevoli). Più dipendiamo dagli altri, più dobbiamo immaginare la possibilità che qualcosa vada storto. Se vivessimo tutti in villaggi completamente isolati, saremmo al sicuro dai conflitti esterni.
Fuochi di guerra ardono alle frontiere dell’Europa, l’ultimo in Iran: qual è la portata di questi eventi? Quale soglia storica stiamo attraversando?
È impossibile prevedere cosa accadrà, dato che anche coloro che hanno iniziato il conflitto (USA e Israele) non hanno idea di come finirà. Possiamo elencare vari possibili scenari. Uno è la disgregazione dell’Iran, poiché solo il 60% della popolazione è costituito da ‘veri’ persiani e gli altri appartengono a vari gruppi etnici (una consistente popolazione azera e curda, insieme ad arabi, baluchi e turkmeni nelle zone di confine che si trovano lungo rotte commerciali, corridoi di contrabbando e infrastrutture energetiche). Un’altra possibilità è la continuazione del regime esistente in una forma molto indebolita ma ancora in controllo. Esiste anche la possibilità di un riallineamento dei paesi produttori di petrolio del Medio Oriente (Emirati Arabi Uniti, Oman, Arabia Saudita e Qatar) o di una loro ulteriore divisione. Prevedere è impossibile. Tanto vale esaminare le viscere degli agnelli.
L’Europa può ancora essere un progetto politico autonomo o resterà inevitabilmente dentro l’orbita strategica degli Stati Uniti?
Uno dei principali problemi che l’Europa sta affrontando è che, quando c’è una crisi seria, non ha il meccanismo per rispondere in modo unito. Suppongo che aspettino la fine della presidenza Trump sperando che qualcuno relativamente sano di mente succeda a Trump. Ma potrebbe vincere Vance…
Perché, dopo le catastrofi del Novecento, non riusciamo a rinunciare alla guerra? È il risultato di nuovi equilibri geopolitici o rivela anche qualcosa di più profondo nelle strutture del potere, nella memoria storica, negli immaginari e nelle matrici psicologiche?
Ci sono sempre state guerre. Le iniziamo quando pensiamo di poterle vincere rapidamente e facilmente (la Prima Guerra Mondiale, l’invasione della Polonia da parte di Hitler nel 1939, l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin nel 2022). Poi scopriamo che ci sbagliavamo. Una cosa ovvia sulle guerre è che raramente sappiamo quale sarà il risultato finale. Come diceva giustamente Sun Tzu (L’arte della Guerra) ‘Vincerà chiunque sappia quando combattere e quando no.’ E ‘Se conosci il nemico e conosci te stesso, non devi temere il risultato di cento battaglie.’ Purtroppo, l’ignoranza domina quasi tutte le guerre degli ultimi 80 anni.
Se l’Europa volesse tornare a essere un attore di pace e di multilateralismo, quale sarebbe oggi la scelta politica più radicale che dovrebbe compiere? C’è ancora tempo?
L’Europa non è mai stata ‘un attore di pace’. Nel XIX secolo condusse guerre coloniali così come guerre tra stati europei (guerre napoleoniche, guerra di Crimea, guerre per l’unificazione di Germania e Italia, ecc.). Nel XX secolo era ancora peggio. Non ha senso chiedersi cosa dovrebbe fare l’Europa quando è ovvio che essa è ancora un’espressione geografica, come diceva un famoso austriaco a proposito dell’Italia nel XIX secolo.
Ne abbiamo parlato anche con
Abbiamo coinvolto altre tre voci di intellettuali per parlare della crisi del nostro tempo, stesse domande, puniti di vista differenti, leggi le interviste:
L’Europa resta un’espressione geografica
“L’Europa sta affrontando sfide senza precedenti in ambito sociale e politico.”
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