Il controllo del dissenso nell’era digitale


Articolo tratto dal N. 74 di Ma quali nemici della patria Immagine copertina della newsletter

Assenza e partecipazione digitale

31 gennaio 2026. Con la mente torno al 10 settembre del 1994, provo le stesse sensazioni.

Ad agosto avevano sgomberato il Leoncavallo e, quel giorno, c’era il corteo per protestare contro la decisione della giunta Formentini. Avevo 16 anni.

Nonostante non ci fossero gli strumenti di comunicazione odierni, si era creato un grande hype attorno a quel corteo. Sognavo di andarci.

All’epoca vivevo ancora nel paese in cui sono nato e cresciuto, un piccolo centro dell’estremo Sud non lontano da Taranto.

I miei, però, mi impedirono di prendere il treno per raggiungere Milano. “Troppo pericoloso andarci da solo!”, sentenziarono. Così restai tutta la giornata ad ascoltare i giornali radio e ad aspettare le edizioni dei Tg. Non c’era ancora un’informazione fagocitante come ai nostri giorni.

Mi è tornata in mente quella giornata in occasione del corteo contro il governo Meloni e lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Il 31 gennaio, appunto.

Questa volta a trattenermi a Bologna è stato un impegno di lavoro preso prima che la manifestazione fosse fissata e finito troppo tardi per permettermi di prendere un treno che mi avrebbe portato a Torino in tempo utile.

La differenza è che nel ‘94, però, ho potuto seguire il corteo in tempo reale. Invece che affidarmi al “feticismo degli scontri” di Local Team, un canale Youtube non legato ai movimenti che spesso trasmette dirette dalle manifestazioni, ho preferito rivolgermi a radio e profili social gestiti da militanti.

Grazie alla rete è possibile accedere alle dirette di emittenti radiofoniche che trasmettono in Fm solo in alcune città e che raccontano l’evento in corso. Alcuni esempi sono Blackout a Torino, Onda Rossa a Roma e Onda d’urto a Brescia.

O ancora, connettersi a profili gestiti da mediattivisti che rilanciano, quasi in tempo reale, interviste, impressioni e istantanee dalle mobilitazioni.

A differenza di trent’anni fa, l’evento riesci a seguirlo in minuto per minuto, a sentirti in qualche modo partecipe, rilanciando dai tuoi account le notizie che lo riguardano, anche se, immerso in questo modo, rosichi di più a non essere lì.

Dissenso ibrido

A partire dalla metà degli anni Novanta, le mobilitazioni collettive hanno assunto sempre più una forma ibrida.

I momenti fisici di lotta sono andati combinandosi con massive pratiche digitali di comunicazione. Ormai è divenuto quasi impossibile comprendere appieno i momenti di protesta senza considerare la dimensione digitale che li accompagna.

Plasma la loro visibilità pubblica e consegna a chi osserva una narrazione diversa rispetto a quella dei media mainstream, spesso incentrata sulla criminalizzazione.

I centri sociali sgomberati, come il Leoncavallo e Askatasuna, o le piazze per la Palestina che hanno animato, con cortei oceanici e appuntamenti di discussione, l’autunno scorso.

Non rappresentano solo luoghi fisici di incontro, elaborazione politica e produzione culturale, sono anche hub di narrazioni costruite offline e online.

La repressione che incombe su di loro, e che prende una forma sempre più cruenta grazie alle norme liberticide e contro il dissenso dei decreti sicurezza, non ha il solo obiettivo di soffocare spazi fisici di elaborazione autonoma.

Intende mettere a tacere anche quelle narrazioni che creano consenso e simpatia attorno alle rivendicazioni sociali e civili. Narrazioni che mettono a nudo la brutalità e la violenza delle azioni repressive. Che denunciano come il nostro Paese stia scivolando verso una deriva autoritaria e protofascista.

Nel dicembre 2025, la rivista online Formiche ha misurato l’utilizzo della locuzione “centro sociale” negli ultimi due anni.

È stata usata circa 144 mila volte, generando un umore abbastanza bilanciato tra chi difendeva quei luoghi e chi li criminalizzava.

Il pubblico potenziale raggiunto si aggira su oltre 10 milioni di utenti, soprattutto di Facebook e Instagram, le due piattaforme di Meta.

Un fenomeno molto simile si è verificato durante le proteste contro il genocidio in Palestina dello scorso autunno.

In quel caso la campagna mediatica che ha preceduto e accompagnato la missione della Freedom Flottilla ha toccato picchi di viralità. È riuscita a costruire senso politico e a coinvolgere soggettività anche molto lontane, pure idealmente, dai luoghi fisici dove la mobilitazione andava costruendosi.

Anche in quel caso le piattaforme più utilizzate furono quelle commerciali e proprietarie. Anche ActaMedia, una piattaforma informativa di movimento nata di recente a Bologna, si propone di utilizzare le piattaforme contro sé stesse. Di forzare gli algoritmi e di occupare spazi digitali, anche creandone di nuovi al di fuori di quelli commerciali.

Algoritmi e censura

Il cyberspazio, però, non è un luogo neutro. È un terreno di lotta, dove, parte di quello che si propone Acta, non sempre è possibile.

Gli algoritmi, le policy delle piattaforme e le dinamiche di polarizzazione possono oscurare o distorcere le narrazioni dei movimenti.

È successo in più casi, come nel triennnio 2017-2019, durante l’assedio di Afrin e la Rivoluzione in Rojava, quando diversi profili che informavano su quegli eventi furono oscurati dalle piattaforme. O, più recentemente, in occasione dei fatti di Torino del 31 gennaio, quando i video che denunciavano gli abusi polizieschi venivano penalizzati nel flusso informativo perché considerati “contenuti violenti”.

Per ovviare a queste forme di censura, nuclei di hacktivisti e mediattivisti hanno costruito piattaforme indipendenti che forniscono servizi gratuiti di networking o di blogging.

Due esempi su tutti. Le istanze di movimento su Mastodon (Bida, Nebbia, Putarelle, Cisti, ecc.) e la piattaforma di blog NoBlogs. Quest’ultima messa a disposizione dal collettivo Autistici/Inventati che offre gratuitamente anche caselle di posta elettronica, newsletter e altri servizi che garantiscono l’anonimato dell’utente.

Anche se alcuni, come quelli offerti da Autistici/Inventati, sono servizi presenti da diversi anni (più recenti le istanze di Mastodon), sono luoghi della rete ancora troppo poco frequentati. Anche da coloro che animano i movimenti sociali italiani e gli spazi autogestiti.

Spazi, però, che diverranno sempre più importanti se la stretta repressiva stringerà la sua morsa. Garantiranno a mediattiviste e mediattivisti luoghi di libertà digitale dove fare controinformazione anche in forma anonima, parzialmente protette e protetti dalla censura e dalle ritorsioni, anche legali.

Un ecosistema, però, ancora tutto da costruire e da far conoscere in maniera diffusa.

E, forse, questa, è una delle sfide centrali nella battaglia per contrastare le pulsioni autoritarie e liberticide che si addensano all’orizzonte.

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