Sorveglianza e dissenso nella logistica
“25.04.25 Sul proseguimento sciopero: con rammarico ricorriamo a cassa integrazione”. “03.10.25 Segnalazione di un blocco all’hub logistico di Pioltello”. “06.02.2026 I lavoratori portuali di mezzo mondo scioperano: “Non vogliamo lavorare per le guerre”. “18.02.26 I dipendenti della logistica Marr scioperano per il nuovo contratto”. “28.01.2026 Il 2026 si apre con diverse vertenze sindacali nella logistica”.
Questi sono alcuni dei titoli di articoli di giornale sugli scioperi all’interno della logistica negli ultimi mesi in Italia.
Essi mostrano come si sia dinnanzi a un fermento e malcontento all’interno del settore. Sono dovuti alla mancanza di diritti, a condizioni lavorative gravose e alla consapevolezza di star contribuendo al riarmo globale.
In Occidente, la logistica ha preso il posto della manifattura ormai delocalizzata. In termini di creazione di una nuova classe operaia – spesso migrante – e di costruzione delle nuove fabbriche terziare.
Essa si è affermata come una fase centrale nel processo di accumulazione del capitale. Ha accelerato il cammino delle merci dal produttore al consumatore, consentendo un recupero più rapido del capitale investito e, di conseguenza, una più veloce crescita dei profitti.
Essa, inoltre, riveste un ruolo essenziale anche in relazione alla nuova economia di guerra, basata sulla produzione e circolazione di armi.

Controllo e sorveglianza
La logistica è l’organizzazione della movimentazione delle merci. Si basa sulla volontà-necessità di controllare e sorvegliare tutto ciò che si trova all’interno della supply chain. Controlla il percorso che porta la merce dalla produzione al consumatore, con il fine di una circolazione fluida e veloce.
I blocchi comporterebbero un rallentamento e una perdita di profitto. Il controllo viene attuato nei confronti dello spazio e dei territori, del tempo e della manodopera.
In merito a quest’ultima, le consegne giornaliere non possono essere inferiori a una certa quota. Ogni azione viene osservata da telecamere e registrata da algoritmi; i percorsi nei magazzini sono definiti e vanno rispettati.
Tutto ciò che devia è una minaccia per l’intero sistema a cui la logistica serve. Il ciclo di riproduzione del capitale è l’insieme dei passaggi attraverso cui il capitale investito produce delle merci e, mediante la circolazione e la distribuzione, le vende. Esso genera profitto e viene reinvestito, ricominciando nuovamente il suo percorso.

Interrompere i flussi
Le proteste all’interno della logistica riguardano migliori condizioni lavorative o l’opposizione alla circolazione di materiali bellici. Esse prendono la forma di blocchi di scali, hub o magazzini, capaci di rompere questo meccanismo di controllo.
Avviene attraverso l’interruzione di una fase del ciclo del capitale – la circolazione –, con la conseguenza di un rallentamento nella produzione di valore. La protesta in una sola fase minaccia tutto il sistema.

Isolare e criminalizzare il dissenso
Come viene narrata questa protesta da parte del capitale?
Si parla di mancanza di rispetto verso i clienti, quando non vengono distribuite le merci, come negli scioperi presso Esselunga nell’aprile 2025. O di nemica della nazione, quando non si permette la partenza o l’arrivo delle armi nei porti, come il blocco del porto di Livorno lo scorso anno.
Si mostra la manodopera come irresponsabile e come sabotatrice dello sviluppo economico e dell’ordine sociale.
Si crea una dicotomia fra lavoratori buoni – legati al proprio mestiere, che fanno il loro dovere e che non interrompono i flussi – e lavoratori cattivi – scioperanti, violenti, boicottatori.
Il dissenso diventa colpa. La manodopera della logistica, nel momento in cui prende coscienza della propria condizione e del proprio ruolo nella catena del valore e cerca di autodeterminarsi, viene sottoposta a un processo di criminalizzazione e di delegittimazione.
La rivendicazione di diritti viene tradotta in interruzione illegittima di un servizio essenziale per la società e lo sciopero in minaccia alle funzioni della nazione.
Questa distinzione tra lavoratori buoni e cattivi produce una frattura che isola e stigmatizza, nel dibattito pubblico e tra i lavoratori, chi produce forme di conflitto – attraverso licenziamenti, cassa integrazione e denunce. Loda e valorizza, invece, chi assicura la continuità della circolazione e, dunque, il benessere sociale.
In questo modo si crea un responsabile su cui far ricadere le colpe e, isolandolo, si riproduce il sistema di sfruttamento che le proteste cercano di incrinare.

Interrompere collettivamente la strada del capitale
Dalle rivendicazioni all’interno di Esselunga e Amazon, ai blocchi degli scali logistici e dei porti marittimi durante gli scioperi per la Palestina nella lunga prima settimana dello scorso ottobre.
Gli scioperi degli ultimi mesi, nonostante la criminalizzazione, così come il ricatto dei licenziamenti e le denunce, hanno mostrato come si stia sviluppando un movimento dal basso.
Di fronte a un capitalismo che mette sempre più a profitto il lavoro umano per l’accumulazione e per la globalizzazione della guerra, tale movimento ha compreso di trovarsi in un punto nodale del ciclo di riproduzione del capitale, quale è la circolazione.
È proprio lì dove il capitale trova uno dei suoi spazi di accumulazione e dove disciplina territori, tempi e corpi, che il conflitto si pone come il soggetto imprevisto, capace di rallentare e, a volte, interrompere la strada del capitale.

