Criminalizzare il dissenso


Articolo tratto dal N. 74 di Ma quali nemici della patria Immagine copertina della newsletter

Torino: corpi e paura

All’alba del 18 dicembre 2025 stava iniziando per Torino una giornata simbolica, l’anniversario della strage fascista del 1922, giorno in cui le squadracce uccisero undici tra sindacalisti, operai, comunisti, socialisti e anarchici. Si sarebbe conclusa con lo sgombero di Askatasuna.

Le camionette numerose a circondare l’edificio rosso con le foto dei partigiani alle finestre e i 400 agenti giunti da fuori città, hanno fatto piombare ben presto il quartiere di Vanchiglia in quella militarizzazione che, seppur in maniera ridotta, continua.

Con il passare delle ore, solidali e attivisti si sono radunati davanti ad Aska, pronti a iniziare un presidio pacifico per tutta la giornata.

Arrivati all’ora di pranzo, quando ormai il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si era intestato l’azione (giustificata dall’aver trovato sei persone che dormivano e due gatti), tavoli e sedie hanno occupato la carreggiata centrale di corso Regina Margherita, chi con un libro a ripassare per gli esami, chi con il pranzo, chi si incontrava per fare due chiacchiere in mezzo a incredulità e tristezza.

Una presenza spazzata via dall’utilizzo improvviso dell’idrante, così che nessuno, poi, sarebbe potuto tornare su quell’asfalto bagnato. Lo stesso è stato fatto la sera e il sabato dopo, con giovani e famiglie in strada. I corpi fanno paura.

“Il governo ha avuto paura delle mobilitazioni oceaniche dello scorso autunno in sostegno alla causa palestinese”, hanno ripetuto i militanti di Askatasuna dopo che la loro casa è stata distrutta all’interno e murata.

Per settimane gli spazi intorno al centro sociale compresa un’area pedonale dove i bambini giocavano, in assenza di aree verdi nel quartiere, è stata chiusa; da luoghi pieni, vivi e attraversati, si sono trasformati in vuoti e silenziosi, a eccezione dei motori delle camionette perennemente accesi, illuminati giorno e notte dalle luci blu della Polizia.

Nel 2025 in Europa oltre il 70% delle proteste ha registrato interventi di polizia con uso di forza sproporzionata (Fonte: ACLED) 

Partecipazione e diritti

La paura della partecipazione non è data soltanto dall’aumento massiccio di armi deterrenti come i lacrimogeni, che ormai, anche durante la più semplice manifestazione, piovono a centinaia, o gli idranti, che congelano chi è colpito. Anche dai decreti in nome della “sicurezza”, con norme che nulla hanno a che fare con il tema, ma molto con il dissenso e il diritto a manifestare.

Le conseguenze si vedono nelle ultime settimane: multe per blocco stradale e denunce che giungono chirurgicamente a chi è attivo nei movimenti, a fronte di migliaia di persone che hanno fermato stazioni e porti, chiuso autostrade e tangenziali. Colpiti movimenti sociali, ambientali, per il diritto alla casa, lavoratori e sindacalisti, mentre si minaccia di chiudere altri spazi, come lo Spin Time di Roma o l’Officina 99 di Napoli.

Intanto si indirizza l’insicurezza verso gli emarginati, gli stranieri e gli immigrati. E si mira a limitare la libertà di espressione, da destra a sinistra, con obbrobri come il ddl sull’antisemitismo, che nulla ha che vedere con la lotta contro l’antisemitismo.

Sullo sfondo torna, agitato sapientemente, lo spauracchio del terrorismo: si rievocano anni bui, piani sovversivi per ribaltare lo Stato, nonostante il capitolo sulla violenza sia stato discusso e chiuso da tempo. Perché “terrorista” è un’etichetta che puoi appiccicare senza troppe spiegazioni, anche a decine di giovani senza sigla, ma consapevoli delle ingiustizie che vivono tra furia e lucidità.

Combatti contro un’opera (pubblica) che distrugge la natura? Sei un terrorista.
Provi a raggiungere le coste di un paese ormai ridotto a macerie la cui popolazione sta subendo un genocidio nell’indifferenza mondiale (anzi con la complicità del tuo di paese)? Sei un terrorista.

E intanto alzi la tensione.

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Libertà e nemici dello Stato

La rabbia sociale scesa nelle strade di Torino, invece, non è finita con gli anni di piombo. In piazza la presenza, anche quella più animata, era lì per ribadire la libertà di dissenso e il diritto a occupare lo spazio urbano.

Il conflitto è sintomo di una società sana e di una democrazia viva: d’altro canto tocca scegliere se reprimere, scivolando verso l’autoritarismo, o gestirlo, ma non mettendo in prima fila le forze di polizia in postura militare, delegando loro l’ordine dell’intero paese (polizia che poi ha lamentato la gestione del 31 gennaio, con in strada agenti con soli due giorni di addestramento, come denunciato dal sindacato Cgil).

Gli operai torinesi di oltre un secolo fa furono giustiziati perché “antifascisti” questa era l’accusa delle camicie nere. Chi non era fascista era contro lo Stato.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni di recente ha detto che “chi manifesta contro le Olimpiadi è nemico dell’Italia”, domani basterà dire “chi manifesta è nemico dell’Italia”. Non potendo toccare la Costituzione, si svuota il senso di questo diritto, si aumentano le pene, si emettono sanzioni, multe, fogli di via, e si rispolverano soluzioni di fascista memoria come il fermo preventivo.

La nuova battaglia, in fondo, è contro gli antifascisti (declinati in forme diverse, come si diceva sopra) evocati, oggi come allora, come i nemici d’Italia, quando furono loro a liberarla.

“Chi manifesta contro le Olimpiadi è nemico dell’Italia” (Fonte: Repubblica.it)

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