Questo numero di PUBBLICO ospita un pezzo di Maria Panariello firma di Cibo supplemento di Domani in edicola domenica 29 marzo.
Fino a poco tempo fa, quando si parlava o si leggeva di “caporalato”, era naturale guardare al Sud.
“Laggiù” era l’avverbio che descriveva meglio la radicalità geografica del fenomeno di intermediazione illecita e organizzazione della manodopera in agricoltura. Lo raccontava anche il giornalista Alessandro Leogrande nel suo libro Uomini e caporali (Ed. Feltrinelli, 2016), una delle prime e più grandi inchieste sociali sul tema, in cui venivano raccontate le durissime condizioni di lavoro delle campagne pugliesi. Il “laggiù” di Leogrande era riferito al cuore del Tavoliere pugliese, dove si concentrava “il bracciantato meridionale”. Oggi questo avverbio viene usato per marcare una distanza netta tra un Nord ricco e avanzato e un Sud arretrato e arcaico.
Il caporale
La storia del caporalato in Italia è costellata di tantissimi stereotipi. Quello geografico è oggi il più importante da smontare. Il caporalato è il fenomeno più visibile di una filiera squilibrata e diseguale, che arricchisce e affama nello stesso tempo. Un fenomeno strutturale delle economie globali e globalizzate, che esiste a ogni latitudine, nelle filiere ricche che esportano in tutto il mondo e in quelle più “domestiche”, volte a un mercato interno. A Foggia come nelle Langhe piemontesi, in Toscana e nell’intera Europa.
Per anni il caporale è stato visto come l’intermediario, fermo alle rotonde dei centri agricoli del Sud, che recluta forza lavoro, italiana e straniera, e la trasporta verso le aziende agricole. Dietro compenso, trattenuto illecitamente dal salario giornaliero, il caporale garantisce al lavoratore un panino, il trasporto e un alloggio, un posto letto in una baracca di plastica e lamiere nei tanti ghetti che costellano la Sicilia, la Calabria, la Puglia, luoghi in cui la dignità umana sembra non aver mai messo piede. Ma oggi il caporale non è solo questo. Se si attraversano le campagne del nord, si scoprono nuovi soggetti intermediari, alcuni si muovono in una fascia grigia di legalità che rende più difficile individuarli: cooperative senza terra, finte partite Iva, srl o srls. Le cooperative senza terra si muovono tra una regione e l’altra utilizzando dei normalissimi codici ATECO, con cui vengono classificate le attività economiche nel nostro paese. Mentre con Terra! eravamo in Lombardia a svolgere alcune indagini in campo, abbiamo provato a contattarle, a cercarle presso gli indirizzi segnalati sui biglietti da visita. Non esistono. Le loro sono sedi fittizie, perché le cooperative fanno perdere rapidamente le proprie tracce e trovarle è un’impresa difficilissima. Sono soggetti che però svolgono lo stesso lavoro del caporale: reclutano forza lavoro in pochissimo tempo e la trasportano nelle aziende che ne hanno bisogno, rispondendo al fabbisogno del mondo produttivo con un “pacchetto completo”, specialmente nei picchi di raccolta.
Un sistema ben collaudato, che in parte risponde ai vuoti di questo paese, dai servizi come la casa e i trasporti al reclutamento delle aziende. Laddove c’era un vuoto, il caporalato lo ha riempito.
Perché il caporalato è solo l’espressione più evidente di qualcosa che non funziona, che ha radici ben più profonde.
Un approccio di filiera
C’è un approccio, nel contrasto al caporalato, che ha fatto fatica a farsi strada in questi anni. È l’approccio “di filiera”, che considera cioè questo fenomeno come la punta di un iceberg, di una filiera malata, che presenta dappertutto fragilità e criticità: quella del cibo.
Terra! in questi anni ha lavorato e indagato il caporalato con report e indagini sul campo, guardando alla salute del comparto agricolo, perché parlare di sfruttamento nella filiera agroalimentare non è una cosa neutra. Vuol dire parlare del modello produttivo, ma anche distributivo e di consumo, che è poi quello che riguarda noi, il nostro potere di acquisto e i nostri redditi. Contrastare il caporalato vuol dire oggi guardare a tutti questi aspetti, che sono, tutti, intrecciati tra loro e che disegnano una linea sottile, che parte dai campi e arriva fino agli scaffali dei supermercati, dove passa l’80 per cento degli acquisti agroalimentari nel nostro paese.
Cosa paghiamo?
Quando acquistiamo qualcosa al supermercato, il prezzo che paghiamo dovrebbe remunerare tutti gli anelli della filiera: dovrebbe, cioè, pagare il salario del bracciante che raccoglie la materia prima, quello dell’agricoltore che conduce la sua azienda. Dovrebbe coprire i costi di trasformazione dell’industria alimentare e poi il trasporto, la logistica e la distribuzione. E a questi dovrebbero ancora aggiungersi i costi ambientali (emissioni di CO2, inquinamento, consumo di suolo, per fare qualche esempio) e sanitari che spesso restano fuori dal calcolo e si trasformano in costi collettivi per la comunità.
Dove vanno a finire invece i soldi della nostra spesa? Secondo l’Ismea, l’ente pubblico che analizza i mercati agro-alimentari, per cento euro di spesa che ognuno di noi fa al supermercato, all’agricoltura va molto poco: 1,5 euro per la precisione, che arrivano a 7 euro se si parla di cibo fresco. La parte prevalente va alla distribuzione e alla logistica. E questo vuol dire una cosa: quello che stiamo pagando non sta retribuendo chi lavora la terra. Ed è proprio in questo squilibrio nella ripartizione del valore lungo la filiera che si rintracciano le cause profonde di caporalato e sfruttamento.
Redistribuzione
Quest’anno ricorrono i 10 anni della legge anti-caporalato, la L.199 che con Terra! abbiamo contribuito a fare approvare. Una legge che sta funzionando, almeno nel suo apparato repressivo.
Quello che occorrerebbe oggi, a distanza di dieci anni, con lo smantellamento del Green deal in Europa, l’acuirsi della crisi climatica e l’impoverimento delle piccole aziende, è redistribuire il valore del prodotto lungo la filiera: dai braccianti ai rider che portano cibo nelle nostre città. Lo chiedono i lavoratori, lo chiedono i produttori e lo chiediamo anche noi, che subiamo queste disfunzioni ogni giorno, quando facciamo la spesa con i nostri portafogli sempre più vuoti.
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