Il continente che non ha voluto scegliere


Articolo tratto dal N. 76 di Voci sull’Europa al tempo della guerra Immagine copertina della newsletter

Improvvisamente l’Europa si trova al margine. Difficile dire se e quale sarà la fisionomia di un continente che negli ultimi trent’anni ha molto sognato, ha discettato di ciò che voleva essere, ma non ha misurato se aveva o meno le forze per dare una forma al proprio sogno. Il sogno era soprattutto un modo per raccontarsi un’utopia pensando che il tempo avrebbe fatto in modo che quell’utopia trovasse la strada per farsi tempo presente.

L’illusione di restare fuori dalla guerra

La prima forma di utopia consisteva nel porsi di fronte al ritorno della guerra come condizione del sistema di relazioni tra paesi dichiarando la propria estraneità.

Conseguenza di questa scelta – che aveva come principio deliberante saldare i confini e fare in modo che le conseguenze dei conflitti rimanessero alle porte e alle frontiere del proprio mondo da tutelare – era l’abbandono di una pratica che aveva caratterizzato il lungo secondo dopoguerra. Ovvero l’idea che a chi chiede soccorso e a chi tenta di fuggire si desse una possibilità di asilo.

Quella disponibilità è cessata quando, con la fine del secondo dopoguerra, si presentava un prezzo da pagare. Quel prezzo consisteva nel farsi carico dei costi di un sistema da risanare e dunque dover impegnare risorse, strutture, competenze per definire un nuovo modello di sviluppo. La salvezza non consisteva più nel proporsi come un “pronto soccorso” temporaneo.

La fine della responsabilità verso il mondo

Ma c’era anche una seconda questione. Significava cessare di rapportarsi al mondo esterno attraverso una scelta limitata al proprio ex mondo coloniale.

Non si trattava che qualcuno prendesse in carico la propria ex colonia – all’Italia l’Etiopia, la Libia, la Somalia; alla Francia i vari territori del centro Africa; al Belgio il Congo – laddove la scelta riguardava un’operazione di cura che manteneva le precedenti dipendenze o riscriveva le forme di un nuovo dominio.

Non si tratta ora di stabilire se, col senno di poi, anche quell’azione abbia raggiunto i suoi obiettivi di sviluppo o abbia confermato le precedenti dipendenze. Si trattava allora di stabilire una linea europea dello sviluppo, e dunque di concorrere a un’ipotesi di nuovo mondo che presumesse una presa in carico di un’idea di azione cooperante e concordata in nome di una visione globale.

Il tempo delle scelte mancate

Ma soprattutto voleva dire darsi un ruolo nelle sfide che i nuovi equilibri presentavano che non fosse limitato a svolgere un ragionamento a tutela della propria sovranità, ma che avesse una visione-mondo.

Quella visione includeva assumersi delle responsabilità; domandarsi cosa il nuovo scenario imponesse di chiedersi, non per scansarsi ma per agire progettualmente; non affidarsi all’idea che comunque ci fosse un potente che avrebbe curato gli interessi di tutti.

Quella sfida poteva essere un’opportunità nel ventennio che ci ha preceduto. Non l’abbiamo perseguita e quando l’abbiamo assunta è stata la “linea della domenica pomeriggio”, quella che eravamo disposti a sostenere nei tempi di vacche grasse.

Quei tempi, anche ammesso che siano mai esistiti, sono comunque finiti.

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