Attacco nazionalista
L’ordine nato dopo la fine della Guerra Fredda crolla sotto i colpi di un doppio assalto lanciato a ferro, fuoco e algoritmi.
Dall’Oriente piovono le bombe di Putin, simbolo del desiderio di diversi regimi autoritari di riconfigurare gli equilibri globali plasmati dall’egemonia statunitense negli ultimi decenni.
Dall’Occidente avanza la sfida di tante forze nazionalpopuliste che – spalleggiate dai tecnoimperatori – cavalcano in groppa a un diabolico dominio di strategie narrative ipnotizzanti.
In entrambi i casi, la voglia di rivincita dopo cocenti sconfitte è una forza motrice politico-psicologica cruciale, con il desiderio di recuperare posizioni dopo disfatte geopolitiche – la dissoluzione dell’URSS, o il secolo dell’umiliazione cinese – o socioeconomiche – la marginalizzazione e precarizzazione di settori delle classi popolari e medie occidentali.
In entrambi i casi il nazionalismo è la bandiera sotto la quale viene sferrato l’attacco.
Solo la forza conta
Le due correnti confluiscono, generando un gorgo che risucchia verso un abisso oscuro la democrazia, i diritti umani, il sogno di un ordine multilaterale basato sulle regole.
Esse interagiscono, a volte in modo involontario – come con la spirale inflazionista generata dalla guerra in Ucraina che favorì la vittoria di Trump –; altre, con una volontaria coordinazione politica – come le relazioni tra Washington e Mosca lasciano intendere.
Insieme, distruggono o erodono istituzioni internazionali, tessuti democratici, spazi di dialogo e ragionamento. Solo la forza conta.
L’ordine che muore è stato certamente violento e ingiusto, con episodi spaventosi.
Le forze egemoniche abusarono del loro potere, mai sazie, come la lupa di Dante, che quanto più mangiava, più affamata era.
Sul piano geopolitico, gli Stati Uniti predicavano in un modo e razzolavano spesso in ben altro, deprecabile.
Le classi superiori dell’Occidente si sono disinteressate dei destini delle popolari.
Ma l’epoca nata dalla fine della Guerra Fredda fu anche un periodo di espansione del sogno kantiano, con nuove istituzioni e processi multilaterali – l‘Organizzazione mondiale del commercio (Omc), lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, la cooperazione intergovernamentale contro il cambiameento climatico – e dell’ideale democratico –, con tanti paesi conquistati alla causa dopo la caduta del Muro di Berlino.
Ora, colonne di fumo e polvere si levano dalle macerie.
Tutto retrocede, quel sogno si dissangua, in mezzo a uno scontro tra potenze e uno scontro tra classi.
Il ritorno del “Fascismo Eterno”
L’ordine anteriore era imperfetto e ingiusto.
Questo non esclude che il mondo che cercano di far nascere i due assalti sia spaventosamente peggiore.
I movimenti revanscisti sono portatori di istinti fascistoidi, indiscutibili nei regimi autoritari orientali che reprimono in modo spietato la libertà d’espressione, ma sempre più evidenti anche in alcune delle formazioni nazionalpopuliste in voga in Occidente.
Sebbene la storia non si ripeta mai uguale, e le definizioni politologiche non possano avere l’indiscutibilità di un’analisi di laboratorio scientifico, i sintomi sono palesi.
Se si usa, per esempio, lo schema usato da Umberto Eco per definire i caratteri di riconoscimento della nebulosa ideologica del “Fascismo Eterno“, la coincidenza è impressionante.
Culto della tradizione, stigmatizzazione del dissenso come tradimento, appello alle classi medie frustrate, ossessione per i complotti, uso di un lessico povero per inibire i ragionamenti complessi, machismo, disprezzo dei deboli, paura della differenza.
Risultano familiari? Chi dispone di indipendenza di giudizio non può non rendersene conto.
Il tempo della resistenza
Ora è dunque il tempo di resistere.
Per resistere bisogna capire le ragioni dell’umiliazione.
Bisogna stilare nuove strategie, perché i revanscisti invocano il ritorno a un passato idealizzato ma hanno capito perfettamente il presente, mentre dall’altra parte non si è capito cosa stesse succedendo.
Queste nuove strategie richiedono molte azioni, in ambiti come la gestione dell’agora digitale pubblica o le capacità di dissuasione militare.
Ma, soprattutto, richiedono un cambio di mentalità.
Sul piano internazionale, la disposizione a superare vecchi schemi e a forgiare nuove cooperazioni, a geometria variabile.
Il primo passo è un salto di integrazione del progetto europeo, e a partire di lì nuovi nessi con altri paesi per collaborare sul clima, sul commercio o altro.
Sul piano nazionale, si deve intendere che, nell’interesse superiore della difesa di valori fondamentali, chi crede nella democrazia e nei diritti umani deve abbandonare logiche polarizzanti per unire, invece, forze nella difesa delle regole primarie.
Bisogna però capire che questa dimensione collettiva può fiorire solo da una individuale.
Un secolo fa, nel 1925, all’alba di un’altra epoca oscura di nazionalismi, imperialismi, fascismi e razzismi, Eugenio Montale pubblicò dei versi che suonano oggi con una potenza e una attualità impressionanti:
Cerca una maglia rotta nella rete
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!
Reti oppressive si stringono su di noi.
E, come esorta il poeta, che usa la seconda persona del singolare – non altra – sta a ognuno di noi cercare la maglia rotta, balzar fuori.
Dall’altra parte della rete che stringe si può costruire la resistenza all’assalto.
Consigli di lettura
L’assalto dei revanscisti
Il mondo è precipitato in una nuova e turbolenta epoca. Potenza contro potenza, classi contro classi, identità contro diritti: regimi autoritari e movimenti populisti sfidano l’ordine liberale costruito dopo la Guerra Fredda, trasformando il risentimento in progetto politico.
Torna la competizione tra super potenze, tornano le trincee, il protezionismo, la frammentazione, i nazionalismi, in un’ondata di erosione democratica.
Andrea Rizzi ricostruisce la genesi, l’intreccio e l’evoluzione di queste correnti globali che confluiscono in un vortice distruttivo. Ma all’assalto revanscista si può opporre la ribellione che unisce: quella dei cittadini che non cedono al nichilismo e costruiscono ponti invece di scavare abissi.

