Il riarmo non basta a salvare l’industria tedesca


Articolo tratto dal N. 104 di Capitali affamati: a vantaggio di chi? Immagine copertina della newsletter

Nell’estate del ‌2027 ‌Volkswagen ‌smetterà di produrre auto a Osnabrück. Qui, nel 1949, cominciò la produzione del Maggiolino Cabrio, simbolo della rinascita tedesca che ora diventa emblema di una crisi. Negli stessi capannoni potrebbero nascere componenti per la difesa aerea; l’operazione resta incerta ma solleva un interrogativo: dove sta andando l’industria tedesca?

La crisi dell’industria tedesca parte dall’auto

L’Institut für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung, Istituto tedesco di ricerca sul mercato del lavoro, ha contato quasi 600.000 posti di lavoro persi nella manifattura dal 2019. L’Agenzia federale del lavoro registra 177.000 occupati in meno solo nel 2025. Non è solo l’auto a soffrire. Le industrie energivore dalla chimica alla metallurgia vedono la produzione in calo del 15,2% tra febbraio 2022 e marzo 2026. Per i macchinari il 2026 si profila come il quarto anno consecutivo di contrazione. Pesano il costo dell’energia, la domanda debole e la concorrenza internazionale.

 Nel settore automotive Volkswagen aveva già concordato 50.000 posti di lavoro in meno in Germania entro il 2030; il piano annunciato a settembre ne aggiunge altri 50.000 in tutto il mondo, circa metà tedeschi. Per quattro stabilimenti tedeschi non è garantita una produzione competitiva e il gruppo è in cerca di alternative.

L’elettrico cresce, in ritardo, ma non salva l’occupazione nella filiera termica. Nel 2025 quattro auto su dieci prodotte in Germania erano elettriche o ibride plug-in, eppure chi fabbricava componenti per motori tradizionali non trova automaticamente nuovi impieghi. Il motore elettrico richiede meno parti meccaniche e competenze diverse.

In Cina intanto i marchi tedeschi perdono terreno. La quota è scesa dal 18,9 al 16,2% tra il 2024 e il 2025; nell’elettrico è inferiore al 2%. Un calo che colpisce anche i fornitori di componenti in Germania.

Una risposta alla crisi prende forma proprio a Osnabrück. Lì Volkswagen ha concordato la possibile cessione dello stabilimento ad Aurelius Capital, con sede a Tel Aviv, che ne avrebbe la maggioranza, e al Land della Bassa Sassonia come socio di minoranza. L’israeliana Rafael porterebbe la tecnologia per la difesa aerea. Oltre 1200 lavoratori hanno una prospettiva, non ancora una garanzia: dalle auto alle armi, in quella che si definisce “città della pace”.

Dalle auto alle armi

Ma la trasformazione non si ferma a Osnabrück. A Neuss, Rheinmetall riconverte una fabbrica di componenti auto per droni e sistemi militari. A Görlitz, KNDS, gruppo franco-tedesco di carri armati e blindati, ha rilevato una fabbrica ferroviaria di Alstom; dei 700 lavoratori punta a impiegarne 400 entro fine 2026. La riconversione offre un futuro allo stabilimento ma non riesce a garantire tutti i posti.

Dietro queste produzioni c’è un cliente decisivo, lo Stato. Il riarmo offre agli impianti in difficoltà commesse che possono durare anni. Per la Bundeswehr sono previsti, infatti, circa 108 miliardi nel 2026, tra bilancio ordinario e fondo speciale e per il 2027 il governo Merz propone 139,6 miliardi, ci cui oltre 60 per acquisti militari. Certo, non saranno tutti ordini alle fabbriche tedesche: ci sono stipendi, acquisti all’estero. Ma la spesa per la difesa oltre 1% del Pil è esclusa dagli stringenti vincoli sul debito tedeschi. A questo si aggiunge l’intenzione del governo di Berlino di acquistare il 40% di KNDS: se l’operazione andrà in porto, sarà cliente e azionista.

Il passaggio dalla manifattura alla difesa resta però limitato. Nel 2025, secondo l’IAB, circa 1100 persone sono transitate direttamente dal resto della manifattura ai produttori di armi, munizioni e veicoli militari. Il dato misura solo i passaggi diretti in un anno non tutte le assunzioni della difesa. Anche la ripresa momentanea dell’economia non basta: le esportazioni sono tornate a crescere e le previsioni congiunte degli istituti economici tedeschi indicano una crescita del Pil dell’1,3% nel 2026. Ma l’IAB stima nel settore produttivo 160mila posti in meno quest’anno e 130mila nel 2027.

Il riarmo non basta a salvare l’industria tedesca

Se quindi il riarmo, pur offrendo un futuro ad alcuni impianti, per ora non assorbe su larga scala i lavoratori dell’industria in crisi, serviranno anche nuovi investimenti in altri settori. Ed è qui che interviene ancora lo Stato con il fondo speciale da 500 miliardi in dodici anni per infrastrutture e clima; può dare commesse all’edilizia e ai fornitori oltre a recuperare anni di ritardo in infrastrutture cruciali per l’industria. 

Lo stato sostiene anche nuove produzioni. A Dresda Infineon ha inaugurato una fabbrica di semiconduttori per auto, reti energetiche e data center: cinque miliardi di investimento, circa un miliardo di fondi pubblici, mille nuovi posti previsti in un territorio, la Sassonia, dove resta incerto il futuro dello stabilimento Volkswagen di Zwickau. 

La Germania prova dunque a ripartire con investimenti nell’industria bellica, in nuove tecnologie e con le care vecchie esportazioni. Ma la debole e momentanea ripresa economica convive ancora con la perdita di posti di lavoro nell’industria.