La nostalgia per i tempi in cui l’occupazione industriale era al suo apice in Europa e in Nord America, nei primi decenni del secondo dopoguerra, ha occupato un ruolo di primo piano nei recenti dibattiti pubblici nel Nord globale. Per esempio, il progetto reazionario “Make America Great Again” vorrebbe riportare indietro le lancette della storia all’epoca in cui gli Stati Uniti erano la massima potenza industriale del mondo (anche se, in realtà, le politiche di Trump stanno ottenendo effetti controproducenti).
Tale nostalgia è legata soprattutto al fatto che la grande industria è considerata una fonte di lavoro relativamente sicuro. Al contempo, però essa è anche la principale fonte di nocività (direttamente nel settore manifatturiero, oppure attraverso l’uso di prodotti dell’industria in altri settori o nel consumo finale). Da ciò deriva il cosiddetto “dilemma ambiente-lavoro”.
La narrazione di un gioco a somma zero tra ambiente e lavoro è stata criticata come eccessivamente pessimista dalla prospettiva della “transizione giusta”, che propone un gioco a somma positiva in cui l’industria viene trasformata per garantire al contempo sostenibilità ecologica e qualità dell’impiego.
Un male globale
Sotto un altro profilo, tuttavia, la narrazione del gioco a somma zero è troppo ottimista, perché ignora la “deindustrializzazione nociva”: il gioco a somma negativa in cui la perdita di posti di lavoro nelle fabbriche e il degrado ambientale avanzano di pari passo. Non tutta la crescita industriale crea occupazione, non tutta la deindustrializzazione dell’occupazione è ecologica. Le fabbriche di oggi non assicurano più le “magnifiche sorti e progressive” che l’evoluzionismo vittoriano assegnava loro.
La deindustrializzazione nociva è la deindustrializzazione dell’occupazione in aree dove industrie significativamente nocive continuano a operare. La misura della deindustrializzazione dell’occupazione è data dall’andamento del tasso dioccupazione nel settore manufatturiero sull’occupazione totale in una determinata area. Gli aumenti della produttività del lavoro rendono possibile la coesistenza di deindustrializzazione dell’occupazione e mantenimento – e anche crescita – dell’output manifatturiero.
La deindustrializzazione nociva riguarda il pianeta intero. Secondo le stime Ilostat, il tasso globale dioccupazione nel manifatturiero è lentamente declinato dal 15,7% nel 1991 al 13,6% nel 2021, per lasciare più spazio a edilizia e servizi. Nello stesso periodo, le emissioni totali di anidride carbonica sono aumentate da 23 a 36 miliardi di tonnellate annuali secondo il Global Carbon Project. Inoltre, tra il 1991 e il 2018, le emissioni generate dall’industria sono passate da 4,4 a 7,6 miliardi di tonnellate annuali secondo il Climate Analysis Indicators Tool.
Meno operai, più emissioni
Dagli albori del capitalismo, dunque, il tasso globale di occupazione industriale e le emissioni annuali di anidride carbonica sono per lungo tempo aumentati a braccetto ma, nella seconda metà del XX secolo, c’è stata una separazione tra le due serie storiche: il tasso globale di occupazione industriale ha cominciato a scendere, mentre le emissioni di anidride carbonica hanno continuato a salire.
Negli ultimi decenni, regolamentazioni più stringenti e innovazioni tecniche hanno ridotto molte forme di nocività per unità di prodotto, ma questi aggiustamenti tecnici sono vanificati dall’aumento dell’output globale e dalla natura cumulativa del degrado ambientale.
Il principale motore della deindustrializzazione nociva è l’automazione industriale in un contesto di crescita lenta. L’erosione dei posti di lavoro colpiti dal cambiamento tecnologico avanza più rapidamente della creazione di nuovi posti di lavoro a simili condizioni contrattuali e salari relativi. Ma siccome la maggior parte delle persone deve comunque lavorare per vivere, il risultato non è la disoccupazione di massa ma un declino della proporzione di posti di lavoro sicuri e la crescita della precarietà in paesi e settori dove esistevano determinate garanzie.
Un’impossibile età dell’oro
Il calo del tasso di occupazione industriale non coincide con il calo della sua massa. Nel 1991, i lavoratori di fabbrica di tutto il mondo erano 350 milioni; nel 2021 il loro numero era salito a 445,5 milioni, la più grande quantità di operai industriali della storia dell’umanità fino a quel momento. Tuttavia, per misurare l’impatto sociale dell’occupazione industriale, l’indicatore più utile è la proporzione sul totale. Invece, per quanto riguarda l’impatto climatico delle emissioni di gas serra, l’unico indicatore che conta è la quantità assoluta.
Il ritorno a un’idealizzata “età dell’oro” del capitalismo industriale è impossibile e indesiderabile, perché la crescita di output necessaria per reindustrializzare l’occupazione sarebbe, agli attuali livelli tecnologici, incompatibile con la riproduzione sostenibile della vita sul pianeta. Per garantire condizioni più degne ai lavoratori e le lavoratrici di tutti i settori e paesi e contenere la crisi ecologica, è piuttosto necessario costruire rapporti di forza volti a ottenere un ridimensionamento dell’imperativo del profitto nelle scelte produttive, redistribuzione della ricchezza e un riequilibro della divisione internazionale del lavoro.