La nostra promessa incompiuta


Articolo tratto dal N. 91 di Immagine copertina della newsletter

A Genova c’ero, anche se avevo inizialmente deciso di non andarci. Provo allora a scrivere della mia Genova, ma anche di quella degli altri, perché il movimento che nel luglio 2001 si riversò in città era, come si diceva allora, un “movimento dei movimenti”: eterogeneo, attraversato da culture politiche diverse, diviso e talvolta conflittuale al proprio interno.

Nel luglio 2001 avevo ventitré anni. Venivo da alcuni anni di militanza in un centro sociale milanese. Separarmi da quelle persone era stato uno strappo atroce e alcune di loro popolano ancora i miei sogni. Quella frattura personale mi aiuta ancora oggi a capire qualcosa della frattura politica più ampia che attraversava il movimento.

Tra disobbedienza civile e conflitto di classe 

Tutta la preparazione di Genova mi era sembrata la preparazione di una trappola perfetta. Vedevo però, già da un po’, un limite di composizione e di strumenti politici. Mi pareva che, esaurita la fase propulsiva delle controculture, delle posse, dell’antifascismo e dei militanti che “dovevano studiare di più” (per parafrasare Militant A), una parte del movimento si fosse avvitata sotto i colpi della repressione, che dettava l’agenda in senso emergenziale. L’immaturità dei movimenti contribuiva ad alimentarla. 

Il centro sociale in cui avevo militato si collocava in modo defilato rispetto a una spaccatura nazionale che, almeno per come la capivo allora, apparteneva in larga parte alla storia dell’autonomia operaia italiana e alle sue trasformazioni successive.

Da una parte c’erano i percorsi che avrebbero trovato nelle tute bianche, nella disobbedienza civile, nella costruzione simbolica del corpo in piazza e nella comunicazione politica una forma nuova di visibilità. Dall’altra c’erano aree più legate a una grammatica del conflitto di classe, diffidenti verso la teatralizzazione della politica, più dure nel giudizio sul riformismo sociale, sul terzo settore, sulle forme di mediazione con le istituzioni. 

Quella frattura veniva da più lontano. Già a metà degli anni Novanta non esisteva più, se mai era davvero esistito, un unico “mondo dei centri sociali”. Nell’ottobre 1995 avrebbe dovuto svolgersi ad Arezzo un convegno dal titolo “Lo spazio metropolitano tra rischio del ghetto e progettista imprenditore”, nato da una proposta del centro di ricerca Aaster. Il convegno non si era poi tenuto, travolto dal conflitto tra realtà autogestite di tutta Italia. Il punto era bruciante: leggere i centri sociali come produttori di servizi non a scopo di lucro, dunque come imprese no profit, frammenti paradossali del capitalismo che sarebbe venuto. 

Io non ci credevo. La mia era una posizione militante e segnata forse dalla rigidità dei vent’anni, ma che sentivo come una posizione di classe. Vivevo quelle teorie come un cedimento, anche quando arrivavano da persone più adulte e più preparate di me. Continuo a pensare che quella dell’impresa sociale fosse una scelta sbagliata, o almeno una scelta che chiedeva chiarezza: se fai impresa sociale devi stare alle regole delle altre imprese sociali. Non puoi chiamare conflitto ciò che è gestione di spazi, servizi, relazioni istituzionali, autoreddito, progettazione culturale, tavoli con il centrosinistra. 

Da quel passaggio i percorsi si divisero. Da una parte chi scelse l’impresa sociale, lo stare “dentro e contro” la modernizzazione postfordista, la produzione di servizi, la prossimità con le amministrazioni. Dall’altra chi rifiutò quella strada come un inganno e provò a riproporre l’organizzazione di classe dentro una società già scomposta. Anche qui, però, non c’è purezza da rivendicare.

Gli sportelli lavoro, le consulenze legali gratuite, i tentativi di raggiungere precari, soci di cooperativa, lavoratori in nero e migranti furono esperimenti seri, ma fragili. La frammentazione si rivelò più forte della nostra capacità di ricomposizione. 

Questo è il punto che mi interessa ancora oggi. Una parte del movimento cercava nella città postfordista una possibilità di impresa sociale e di produzione culturale. Un’altra cercava una nuova organizzazione di classe. La prima rischiava di trasformare l’autogestione in professionalizzazione, il conflitto in servizio, il territorio in risorsa da amministrare. La seconda rischiava di sperare ancora l’autonomia della classe quando la classe si era dispersa, precarizzata, differenziata, resa meno riconoscibile a sé stessa. Noi speravamo ancora la lotta di classe, ma non bastava sperarla. 

Genova arrivò dentro questa frattura

Naturalmente Genova non si lascia chiudere nella storia dei centri sociali. Dentro il Genoa Social Forum convivevano reti cattoliche e pacifiste, ambientalisti, sindacati di base, Ong, pezzi della sinistra politica, esperienze di economia solidale, femminismi, reti studentesche. Il nome “no global” diceva poco e male: non era un rifiuto del mondo, ma la contestazione di una forma precisa della globalizzazione, finanziaria, diseguale, sottratta al controllo democratico. 

Genova fu il luogo di una repressione feroce, ma fu anche il luogo in cui si rese visibile una domanda politica più grande della capacità del movimento di organizzarla. Il “movimento dei movimenti” seppe nominare problemi prima che diventassero evidenti ai più: debito, guerra, precarietà, crisi della rappresentanza, ambiente, beni comuni, disuguaglianze globali. Vide molto e forse vide troppo presto. Però non riuscì a trasformare quella capacità di diagnosi in una proposta politica durevole. 

Per capire questo scarto bisogna tornare a quel luglio senza schiacciarlo sull’immagine, pure vera, della città assediata. Genova non cominciò con le cariche, con gli elicotteri, con le camionette, con il sangue. Cominciò prima, nella costruzione di un appuntamento che aveva una scala insolita per l’Italia dei movimenti.

Era l’approdo italiano di una sequenza internazionale che da Seattle in poi aveva reso visibile una contestazione nuova dell’ordine globale: nuova nella forma, nella composizione, nel rapporto con i media, nella capacità di tenere insieme temi che le culture politiche novecentesche avevano spesso trattato separatamente. 

Io stesso, credo di poter dire noi stessi, non lo avevamo visto arrivare. Forse altre realtà del movimento sì, lo avevano visto. I circuiti più prossimi a noi restavano più piccoli, più provinciali, più legati a una geografia politica che conoscevamo meglio: il quartiere, gli spazi sociali, la casa, il lavoro, le scuole, l’antifascismo, la città. 

Quella pluralità non era un dettaglio organizzativo. Era il fatto politico principale. Genova fu possibile perché mondi diversi accettarono, per un tratto breve, di stare nello stesso campo. 

Ma stare nello stesso campo non significava saperlo governare. Una parte del movimento aveva perfino simulato, nei mesi precedenti, lo scontro di piazza. Le testuggini, gli scudi, le protezioni, le esercitazioni collettive, l’esaltazione dell’aspetto militare dovevano forse servire a neutralizzare la violenza, a esporla, a renderla visibile come teatro del potere. Dovevano essere una pratica con i corpi, una messa in scena della disobbedienza. Però il confine era fragile e confondeva il piano simbolico con quello materiale. 

Una parte del movimento arrivò a Genova immaginando di poter governare una scena ad altissima intensità simbolica, mediatica e fisica senza disporre degli strumenti politici, organizzativi e perfino emotivi per reggerla. Era una forma di immaturità. Lo era tanto più perché quella scena non si sarebbe svolta in uno spazio neutro, ma dentro una città militarizzata e nella quale era difficile, in alcuni casi, riconoscere persino chi stava al tuo fianco, nelle indistinte masse nere o bianche che fossero. 

Quale mondo è possibile? 

La forza di Genova stava nella sua eccedenza rispetto alle forme politiche disponibili. La debolezza stava nel fatto che quell’eccedenza non trovò una forma abbastanza solida e, quando arrivò il momento della piazza reale, non seppe proteggere sé stessa. 

Contestare il G8 era più semplice che indicare una forma democratica di governo dei processi globali. Dire “un altro mondo è possibile” era più semplice che dire quale mondo, governato da chi, con quali istituzioni, con quale politica del lavoro, con quale idea dei confini, delle migrazioni, della cittadinanza. 

Poi arrivò la repressione. La morte di Carlo Giuliani, la DiazBolzaneto, la violenza sulle strade, la sospensione concreta dei diritti divennero il centro necessario della memoria pubblica. Era inevitabile. Era giusto. Ma quella memoria rese nitidissimo il volto violento e classista dello Stato e più opaca la domanda politica del movimento. 

Per questo, venticinque anni dopo, forse si può provare a tenere insieme le due cose. Genova fu una ferita democratica e fu anche una promessa politica incompiuta. La prima affermazione riguarda lo Stato. La seconda riguarda noi.