Genova 2001. Quando la politica si fece polizia


Articolo tratto dal N. 91 di Immagine copertina della newsletter

La ferita aperta di Genova 

Nel luglio del 2001 Genova fu trasformata in una fortezza. La città venne divisa in zone, presidiata da migliaia di uomini delle forze dell’ordine e dell’esercito, delimitata e chiusa da transenne, recinzioni metalliche, posti di blocco. Cariche, pestaggi, arresti segnarono le giornate del G8.

L’uccisione di Carlo Giuliani, l’irruzione alla scuola Diaz, le torture perpetrate nella caserma di Bolzaneto, dove centinaia di fermati furono sottoposti a violenze e umiliazioni, hanno aperto una ferita, nella memoria pubblica, che non si è mai rimarginata. Amnesty International ha definito quel che è accaduto “la più grave sospensione dei diritti democratici” in un paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale. 

Per questo Genova rappresenta uno dei capitoli più drammatici della nostra storia recente. Sarebbe tuttavia un errore considerarla una pagina del passato.

Il ricordo delle vittime e la denuncia delle violenze non bastano. Occorre comprendere perché quegli eventi continuino a operare nel presente. Venne in quei giorni alla luce una forma di regime che si è consolidato assumendo nel tempo forme sempre più subdole e pervasive. 

L’altro mondo possibile 

Per coglierne la portata bisogna anzitutto guardare al movimento che fu protagonista di quelle giornate. La sua forza stava nella capacità di leggere in anticipo fenomeni che avrebbero segnato i decenni successivi: l’aumento delle disuguaglianze, la centralità del debito come strumento di governo, il dominio della finanza, l’erosione dei diritti, la devastazione ambientale. Quel movimento aveva intuito che la globalizzazione neoliberale non si limitava a ridisegnare i mercati, ma trasformava le forme di vita.

Era un movimento altermondialista nel senso più radicale del termine. Non mirava solo a un’“altra mondializzazione” che, fondata sulla giustizia sociale, sui diritti, sulla sostenibilità, oltrepassasse i confini dell’orizzonte occidentale. Portava anche l’idea che un mondo altro.

Era questa apertura del possibile, questa alternativa, a renderlo politicamente dirompente. Vi convergevano sindacati, associazioni, movimenti ambientalisti, organizzazioni per i diritti umani, gruppi religiosi, reti transnazionali di attivisti. Non era una semplice somma di rivendicazioni particolari. Fu così che lotte diverse confluirono in uno stesso progetto politico. 

Il nesso tra politica e polizia

Per qualche giorno, dentro quella città assediata, prese forma una contestazione radicale dell’ordine globale emergente. La repressione fu perciò brutale. Tuttavia, oggi non basta denunciare gli abusi perpetrati allora, non basta condannare la sospensione dello Stato di diritto. È necessario guardare più in profondità.

A Genova venne alla luce quel nesso tra politica e polizia che oggi resta più saldo che mai. Di qui l’attualità di quegli eventi. Quando si parla di “polizia” non si intendono solo i manganelli, i blindati, gli interrogatori – e neppure solo gli apparati repressivi. Oltre a disciplinare i corpi, consentendone il riunirsi o vietandone l’assemblarsi, la polizia struttura lo spazio, ma soprattutto governa l’ordine, quello del visibile e del dicibile, fissando i limiti, discriminando chi ha parte e chi non ha parte. Questo non vuol dire che la polizia sia illegale. Piuttosto è legalmente autorizzata a svolgere funzioni extralegali.

Walter Benjamin parlava del “tratto ignominioso” di questa istituzione che si situa in una sfera ambigua. Se le sue azioni appaiono così ignominiose, è perché sono l’indizio dell’innegabile esistenza di uno Stato di polizia nello Stato di diritto. Le immagini di Genova sono istantanee che colgono la polizia mentre conquista spazio, disciplina i corpi, esamina e sperimenta una nuova legalità, ridefinisce i limiti del possibile.

La governance dell’emergenza

Il potere allora si tolse la maschera. E la politica si ridusse a polizia, cioè governance amministrativa, gestione dell’ordine e neutralizzazione del conflitto. La città militarizzata, la zona rossa, la gestione emergenziale si inscrivono in questa logica. Il dissenso non fu solo represso, ma criminalizzato, ridotto a reato, ricondotto a problema di ordine pubblico.

Genova rappresentò la soglia, l’11 settembre l’accelerazione. Il paradigma della sicurezza si impose su scala globale. La gestione poliziesca del conflitto diventò grammatica di governo. In nome della prevenzione furono estesi i dispositivi di sorveglianza, rafforzati i controlli, limitati gli spazi di libertà. Il lessico dell’emergenza finì per colonizzare quello della politica.

Ecco perché Genova non è un eccezionale episodio repressivo, ma l’evento in cui affiora il nesso tra politica e polizia destinato a consolidarsi negli anni. Da allora ogni conflitto è stato spento sul nascere e il dissenso, anziché essere visto come fonte della partecipazione democratica, è stato o disperso ed emarginato, oppure – se capace di incidere in profondità – delegittimato e criminalizzato.

L’espulsione del dissenso 

Non si è trattato dunque di una singola repressione. Sarebbe persino rassicurante pensarlo. Piuttosto il dissenso, dove non è stato svuotato di forza e ridotto a rumore di fondo, è stato via via additato come minaccia, fattore di disturbo, estremismo, problema di sicurezza.

In entrambi i casi è stato allontanato dal centro della vita democratica. Proprio per questo ha potuto affermarsi una politica sempre più orientata alla gestione dell’ordine, che governa attraverso la paura e la continua produzione di nemici. La polizia non appare come il limite esterno della politica. Ne costituisce piuttosto l’ombra. Non un incidente, ma una possibilità sempre presente. 

Genova non è stata solo una tragedia della democrazia italiana. È stata il laboratorio di una politica diventata gestione, amministrazione, dominio. Per questo non basta ricordarla. Occorre riconoscere ciò che da allora è diventato normale. Da allora il centro è rimasto blindato perché la gestione tecnica si è spacciata per necessità amministrativa, risposta obbligata all’emergenza. Il dominio, irrigidito in un dispositivo tecnico, non ammette il conflitto all’interno, ma lo amministra ai margini.