Il nome di Alan Kurdi e il diritto di non essere dimenticati
La vicenda di Alan Kurdi è illuminante: ed è per questo che vi ritorno periodicamente, in quanto credo costituisca qualcosa di molto simile a un paradigma carnale e, nel contempo, metafisico.
Il corpo di Alan, tre anni, venne ritrovato il 2 settembre del 2015 sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia. La sua foto, come si dice, fece il giro del mondo: indossava una maglietta rossa, pantaloncini blu e scarpette nere. Aveva fatto naufragio mentre cercava di raggiungere, dal Kurdistan siriano, le coste greche; la madre e il fratello di due anni più grande morirono in mare mentre il padre, unico sopravvissuto della famiglia, poté raggiungere, infine, la Germania. E lì trovò un’occupazione avviando un percorso di positiva integrazione nella società tedesca.
Un anno dopo, in una intervista a diversi giornali europei, formulò una drammatica richiesta: voi tutti avete scritto di mio figlio chiamandolo Aylan. Ma il suo nome è Alan. Vi prego, chiamatelo Alan, non rubategli il nome. Era un’esortazione, la sua, che aveva la tonalità di un’invettiva. Alan Kurdi era stato spossessato di tutto: della vita, dell’identità e della personalità e, infine, dello stesso nome. Modificare quest’ultimo o – come quasi sempre accade – ignorarlo, corrisponde a un processo di misconoscimento, meglio: di rimozione.
La vittima, deformata nel nome o privata di esso, viene precipitata nell’anonimato, nella serialità degli eventi luttuosi, nella macabra statistica delle morti destinate agli archivi e all’oblio. Quel padre ci voleva dire: Alan è Alan, è la sua piccola biografia, è la sua vita accorciata dal naufragio, e voglio serbarla nella sua pur ridotta interezza.
La “nuda vita”: quando le persone restano senza protezioni
Penso che privare Alan del suo vero nome costituisca l’ultima stazione di un processo di reificazione e di spoliazione delle vite fragili, fino a ridurle alla loro assoluta nudità. Ecco, la “nuda vita” di cui scrive Walter Benjamin in Angelus Novus continua a manifestarsi oggi in quella moltitudine di esistenze umane che si scoprono prive di qualsivoglia tutela.
Non semplicemente di presidi giuridici e di diritti politici, non esclusivamente di protezioni economiche e sociali ma di tutte, proprio tutte, le forme di riparo che intercorrono tra la sfera biologica e la vita sociale: un salvagente, un tetto, un documento di identità, un giubbotto antiproiettile, una garanzia di incolumità, scarpe antinfortunistiche, una normativa a tutela, adeguate condizioni igienico-sanitarie. Se pensiamo a questi strumenti di difesa scorgeremo immediatamente le persone e i corpi che a esse si affidano o che, piuttosto, a esse non possono o non possono ancora o non possono più affidarsi. E sono, anche solo nel nostro paese, milioni e milioni.
I nuovi vulnerabili: lavoro, carcere, sanità, migrazioni
Sono i trentaquattro bambini morti nel naufragio di Cutro nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023; sono Loris Costantini, 36 anni, e Claudio Salamida, 46, caduti dalle impalcature dell’ex Ilva di Taranto (e i tantissimi rimasti senza nome); sono le sette donne uccise dalla violenza patriarcale nei primi due mesi dell’anno in corso e i dieci detenuti che, nello stesso periodo, si sono tolti la vita in una cella; sono la folla indistinta dei senza fissa dimora – meglio l’antica definizione di senzatetto – che dormono all’addiaccio e ingrossano le file alle mense della Caritas; sono, ancora di più, quelli costretti a rinunciare alle cure e al più elementare scudo sanitario; e, infine, sono – lo scrivo nella ricorrenza dell’8 marzo – le migliaia e migliaia di donne che, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, si sottopongono ad aborto clandestino. Quanto fin qui scritto richiede qualche ulteriore considerazione.
Non siamo in presenza solamente degli effetti della crisi profonda del sistema di welfare. Questa è, piuttosto, l’aprirsi di una frattura acuta all’interno dell’organizzazione sociale che divide i non garantiti dai garantiti e che, di conseguenza, deprezza e svalorizza le esistenze – i corpi – dei primi rispetto a quelle dei secondi. Nemmeno la classificazione in “vite di serie A” e “vite di serie B” mi sembra convincente.
Non siamo in presenza, infatti, di una diversa gradazione e di una differente qualità dell’appartenenza al sistema della cittadinanza. Quelle che osserviamo, piuttosto, sono vite collocate ai margini di quel sistema, alternando appartenenza e non appartenenza, cittadinanza e apolidia sociale.
Si tratta di una condizione presente, e crescente, in tutte le democrazie occidentali, comprese quelle più avanzate.
La falsa guerra tra diritti civili e diritti sociali
Per contrastare tutto ciò si deve, innanzitutto, criticare alle radici una insidiosa truffa ideologica. È quella che attribuisce alla sinistra, quale suo massimo errore, l’aver privilegiato i diritti cosiddetti civili a tutto scapito di quelli cosiddetti sociali; e di aver concentrato la propria attenzione su gruppi minoritari e obiettivi “sovrastrutturali”: la comunità LGBTQIA+ e i richiedenti asilo, i detenuti e i malati terminali che chiedono la morte volontaria e, in generale, la sfera delle garanzie individuali e la tutela della soggettività personale.
Si tratta di una sciocchezza priva di qualunque fondamento di realtà, dal momento che si potrebbe rimproverare alla sinistra, piuttosto, di aver trascurato e i diritti sociali e collettivi e quelli individuali e soggettivi. Ma il vero punto cruciale è un altro.
Se è vero quanto si è scritto sopra, la realtà sociale – verrebbe da dire materiale – delle nostre società vede le esistenze non garantite e non tutelate diffondersi all’interno delle aree che finora si riteneva fossero protette.
La citata crisi della copertura sanitaria per un numero crescente di cittadini non solo estende la parte di società abitata da vite che diventano sempre più nude, ma fa emergere nitidamente come i diritti non siano separabili e scindibili gli uni dagli altri e che esiste uno spazio sempre più ampio dove garanzie sociali e chance individuali possono incontrarsi e combinarsi insieme.
Da qui è agevole arrivare a una domanda conclusiva, che nulla ha di paradossale: per un operaio omosessuale in cassa integrazione è forse irrilevante il riconoscimento del matrimonio egualitario, se questo può approssimarlo alla conquista di quel piccolo pezzo di felicità cui tutti abbiamo diritto?
