Normalizzare la violenza
Viviamo in un tempo strano, un tempo di profonda disillusione, che ha tolto l’alibi dell’innocenza alle istituzioni e che comincia a mettere in crisi anche il paradigma dell’emergenza.
In Abolire l’impossibile ho provato a mostrare come il monopolio dell’uso della forza, e i suoi occasionali abusi, non rappresenta un incidente della storia delle istituzioni, ma la sua principale architettura ricorrente.
Le stesse istituzioni moderne, come il manicomio, il carcere, il confine, la polizia, nascono dentro genealogie di violenza.
Una violenza che è stata in parte abolita (nel caso della schiavitù) e de-istituzionalizzata (per quel che riguarda il manicomio), ma che oggi si trova di fronte a un processo di smascheramento collettivo che riguarda le sue modalità e le sue ragioni profonde.
Le forme democratiche di welfare, infatti, hanno mitigato (o mistificato) quei paradigmi senza pudore di esercizio della forza legittima e dei suoi abusi che oggi tornano centrali.
Dalle azioni dell’ICE a Minneapolis, alle nostre attuali e confuse vicende che attraversano le mura del carcere.
Cuneo è l’ultima in ordine cronologico, ma le condanne per tortura sono arrivate anche a Torino, a Ferrara, a San Gimignano, e sono almeno 15 i procedimenti attualmente in corso.
Per non parlare, poi, della costante violenza dei confini. Siamo sempre in un esercizio della violenza, più o meno legittimo.
La familiarità con le istituzioni, con la violenza e con i suoi meccanismi (culturali) rende naturale ciò che non dovrebbe essere, ossia la cancellazione della memoria della violenza e la sua graduale normalizzazione.
Restano i risultati di tali pratiche, spesso senza storia o senza origine: ci sembrano accadimenti, fenomeni alluvionali e non sistemici.
La forza, però, intesa come agita dai cittadini e dalle istituzioni contro altri cittadini – se si evidenzia il legame tra le “istituzioni della violenza”, così come venivano chiamate da Basaglia nel suo L’istituzione negata del 1968 –, è il principio delle forme di organizzazione sociale e di esclusione.
Opera indisturbata processi di separazione per ragioni di classe, genere, provenienza, abilità e non è una risposta episodica ed emergenziale.
Fare utopia
La poetessa svedese Karin Boyle nel 1940 parlava di “Angeli oscuri” (in La consolazione delle stelle, Iperborea, 2026, traduzione di Fulvio Ferrari):
Gli angeli oscuri con fiamme azzurre
come fiori di fuoco tra i capelli neri
conoscono le risposte a strane domande blasfeme
forse sanno anche dove si trova il ponte
dalla notte profonda alla luce del giorno
e conoscono forse il porto di ogni unità
e c’è forse nella casa del padre
una stanza luminosa che ha il loro nome.
In questi tempi oscuri, abissali, abitati proprio dall’evocazione costante degli angeli sterminatori della poesia, sono proprio questi mostri alati a conoscere le domande blasfeme e, forse, l’antidoto a questo male: il ponte dalla notte profonda alla luce del giorno.
I versi della poesia risuonano chiari, ed echeggiano le moderne parole di Pietro Gobetti, nel centenario della sua morte.
Come scriveva il filosofo e giornalista, oggi (in un tempo storico e contemporaneo) più che mai è necessario “Pensare il futuro” per ricominciare senza ripetersi.
Per Gobetti, il tempo prossimo implica abitare oggi un’ipotesi di domani, per evitare che sia un eterno presente inabitabile.
Quel ponte tra la notte profonda alla luce del giorno è quello che fa l’utopia, ed è il passaggio necessario per renderla non solo possibile, ma almeno pensabile.
Fare utopia significa, quindi, restituire una prassi praticabile all’ottimismo della volontà contro l’attuale e imperante pessimismo della ragione.
L’utopia serve soprattutto a organizzare la speranza, intesa non solo come atteggiamento ma anche come principio.
Il pensiero utopico nasce soprattutto perché l’essere umano fatica a tollerare l’idea che il mondo sia “così e basta”, che non esista uno spazio trasformativo del cambiamento.
È, in definitiva, il bisogno di immaginare altri mondi possibili. In qualche modo utopia e distopia sono sorelle. Entrambe sono originate dal rifiuto del limite, ma la prima lo rovescia in possibilità, la seconda lo rappresenta come un avvertimento.
E sono, peraltro, le due traiettorie possibili: quella in cui si asseconda la caduta del presente, e quella che insiste sulle trasformazioni.
Il matematico libanese Nicholas Nassim Taleb, studioso della teoria dei sistemi, dice che dobbiamo immaginare nuove forme di trasformazione, e ha coniato l’idea di antifragilità, al di là della resilienza e della robustezza.
Ciò che è resiliente resiste agli shock e rimane identico a sé stesso. L’antifragile migliora.
Per spiegarlo, ci dice che qualunque cosa tragga più vantaggi che svantaggi dagli eventi casuali (o da alcuni shock) è antifragile. In caso contrario, è fragile.
Utopia della realtà
Come convincerci che c’è uno spazio per il miglioramento, in un tempo che ci sembra essere abitato dalla distopia?
L’utopia della realtà insiste sull’immanenza della trasformazione, abita il qui e ora.
Si tratta di un processo già in corso, in cui esistono pratiche e relazioni capaci di incrinare l’ordine dominante, o quantomeno ne esistono dei germogli.
Il nostro principale e doveroso compito politico è quello di riconoscere le utopie, soprattutto in un presente che racconta le guerre come inevitabili, e in cui, anziché ripudiarle, le politiche esprimono un costante avvicinamento al conflitto globale.
In contesti in cui le disuguaglianze sono ritenute costitutive, in cui le catastrofi ambientali sono sminuite o negate, l’utopia della realtà diventa profondamente necessaria. È doveroso affermare che nulla è destino.
Si tratta di capire che nulla dell’esistente è naturale, e soprattutto che un altro ordine è possibile.
Nel libro ho parlato di “utopia della realtà”, ossia la capacità di scorgere nel presente i germi di istituzioni altre, di relazioni altre, di organizzazioni sociali differenti.
L’utopia serve a organizzare la speranza in forme praticabili. È un metodo, e Basaglia lo aveva capito.
L’abolizione del manicomio non è mai stata per lui un gesto simbolico, ma un lavoro quotidiano di smantellamento e reinvenzione. Ha richiesto non solo un’immaginazione audace, ma soprattutto un’azione politica paziente e costante.
Oggi forse possiamo dirlo in modo ancora più netto: non abbiamo bisogno di istituzioni forti nel senso muscolare del termine.
Abbiamo bisogno di istituzioni capaci di attraversare gli shock senza riprodurre la violenza che li ha generati, di sistemi che apprendono, che si trasformano, che redistribuiscono il rischio invece di scaricarlo sempre sugli stessi corpi: esclusi, vulnerabili, razzializzati, poveri.
Se percepiamo oggi l’erosione dei presidi democratici e delle tutele giuridiche, non possiamo più limitarci alla diagnosi. La forza prospera sul fatalismo.
L’alternativa che ci rimane è una vera e propria trasformazione strutturale. Il riconoscere che nulla è naturale, non la disuguaglianza, non la guerra permanente, non l’idea che la sicurezza valga più della dignità. L’ammettere che ciò che è stato costruito può essere ricostruito.
Tre vie d’uscita
Il “dopo” è l’ostinazione di chi, dentro le istituzioni e contro di esse, prova a trasformarle.
È il lavoro paziente di chi rafforza il diritto quando viene svuotato, difende la terzietà quando è sotto attacco, riapre spazi di dialogo quando la retorica bellica li chiude.
Il “dopo” è la decisione quotidiana di non amministrare scarti, ma di costruire legami.
Il primo movimento consiste nel chiamare le cose con il loro nome.
La nominazione è condizione di governo, pratica politica e non esercizio retorico.
Dire “detenzione amministrativa senza reato” al posto di “permanenza” o “accoglienza” non produce solo un diverso effetto stilistico; sposta l’onere della prova, riapre il giudizio pubblico e rende comparabili i costi e le alternative.
Toni Morrison, con l’idea di rememory, ci dà una seconda via d’uscita pratica rispetto a quegli attraversamenti, e riempie di senso il “fare abolizionismo”.
La memoria non appartiene soltanto a chi ricorda: resta nei luoghi, negli oggetti, nei corpi. Riaffiora anche quando non vogliamo.
Per questo il primo gesto politico è il rememory, da intendersi come un presente infestato dal rimosso, che ci costringe a scegliere se continuare a dimenticare o obbligarci a fare i conti.
Quali privilegi abitiamo come se fossero neutrali? Quali desideri chiedono libertà per noi costruendo gabbie per altri?
Il terzo movimento è istituzionale e tocca i presupposti teorici.
Rovesciare vuol dire spostare il baricentro: dalla punizione alla prevenzione, dalla segregazione all’infrastruttura di vita (casa, salute, istruzione, reddito, mobilità), dalla neutralizzazione alla responsabilizzazione.
Ogni disinnesco va accompagnato da sostituzioni credibili e più efficaci della funzione che pretendono di rimpiazzare: senza alternative, gli apparati esclusi rientrano sotto altro nome.
“Utopia della realtà” significa: cercare nel presente i germi di istituzioni altre, e farne pratica. Basaglia lo sapeva in modo quasi fisico. Arrivato a Gorizia, riconobbe nel manicomio “lo stesso odore di merda e di morte” del carcere fascista.
L’abolizionismo come metodo diventa un lavoro di recupero.
Recuperare ciò che era stato sottratto dalle gerarchie istituzionali: le possibilità di cura non disciplinare, la mediazione invece che segregazione, una giustizia che non coincida con punizione.
Le abolizioni possibili – del carcere, dei confini, della polizia – ci ricordano che nessuna istituzione è inevitabile.
Anche ciò che pareva eterno, a un certo punto è finito. Ma il nostro tempo non consente speranze private: la violenza è globale, e globali devono essere lotte e alleanze.
E allora “speranza” può essere pronunciata senza imbarazzo, ma solo a una condizione: che diventi disciplina.
Disciplina di nominazione (dire ciò che è), disciplina di rememory (ricordare ciò che si è voluto cancellare), disciplina di rovesciamento (spostare risorse e senso).
Se un altro mondo esiste già in controluce, va visto perché in un tempo di detriti, esiste ancora la possibilità di utilizzarli e provare, con quelli, a costruire ponti: dal buio alla luce, dal cinismo alla speranza.
