Alla vigilia delle elezioni parlamentari, a Budapest il sistema di dominio mediatico costruito da Viktor Orbán va in crisi, ma l’ascesa del leader dell’opposizione Péter Magyar mostra anche un rapporto ambivalente tra politica, social media e giornalismo. Due sviluppi permettono di essere ottimisti sulla democrazia ungherese scrive la direttrice di Mérték Media Monitor.
Le elezioni in Ungheria
La campagna per le elezioni parlamentari del 2026 ha preso in Ungheria una piega inaspettata. Il voto è alle porte, ma il panorama politico è già cambiato: secondo i principali istituti demoscopici, il partito di opposizione Tisza sarebbe in testa con un margine netto.
Un’evoluzione inattesa, se si considera che per anni si è dato per acquisito che il partito di Viktor Orbán (Fidesz) avesse costruito un tale dominio mediatico da consolidarne il potere e renderlo imbattibile alle urne.
Questi sviluppi stanno costringendo molti osservatori a riconoscere gli errori di valutazione del passato e a rimettere in discussione convinzioni radicate. Sembrava che il controllo dei media pubblici, gli effetti distorsivi sul mercato della pubblicità statale, la crescente presenza di investitori filogovernativi e il conseguente accentramento proprietario nel settore dei media avessero reso impossibili sia il funzionamento di una sfera pubblica democratica sia una reale competizione politica.
Oggi sappiamo invece che anche piccole isole di informazione libera possono incidere, persino in un sistema mediatico distorto, dove il potere politico controlla la maggioranza delle fonti di informazione.
Ungheria 2026: lo “scandalo della grazia” e l’ascesa di Péter Magyar
Per comprendere il riallineamento politico degli ultimi due anni, vale la pena partire dai principali fattori che lo hanno determinato e dal ruolo ricoperto dai media indipendenti. La parabola del nuovo leader dell’opposizione, Péter Magyar, comincia nel febbraio 2024, all’indomani del cosiddetto “scandalo della grazia”, in cui il presidente concesse la grazia al complice di un pedofilo.
A portare alla luce il caso fu un portale di notizie indipendente e, nei giorni successivi, altri media indipendenti ripresero la notizia, facendone emergere ulteriori dettagli. Lo scandalo favorì l’ascesa di Péter Magyar in due modi: da un lato, suscitò un’ondata di indignazione fortissima e risvegliò la società ungherese, che da tempo non mostrava un simile livello di partecipazione politica.
Dall’altro, portò alle dimissioni del Presidente della Repubblica e della Ministra della Giustizia. Quest’ultima, ex moglie di Péter Magyar e madre dei loro tre figli, era anche capolista di Fidesz alle imminenti elezioni del Parlamento europeo.
L’uscita di scena politica dell’ex moglie spianò la strada a Péter Magyar che, il giorno dopo le dimissioni, rilasciò una lunga intervista a Partizán, il canale politico ungherese più seguito su YouTube. In questa intervista rivelò dettagli sulle pratiche corrotte del partito al governo che nessuno con conoscenza diretta degli affari interni di Fidesz aveva mai raccontato prima. L’intervista divenne l’episodio più visto nella storia di Partizán, con 2,8 milioni di visualizzazioni, e segnò l’inizio di una nuova era politica.
Non sorprende che i media filogovernativi abbiano subito iniziato ad attaccare Péter Magyar con campagne diffamatorie. In risposta, il politico liquida come propagandisti i giornalisti che vi lavorano e si dilunga spesso sui meccanismi della propaganda. Molto più interessante, tuttavia, è il suo rapporto ambivalente con i media indipendenti.
Da un lato, Magyar critica regolarmente anche la stampa indipendente, accusandola di dedicare troppa attenzione ad alcuni temi e troppo poca ad altri. Dall’altro lato, rispetta le regole fondamentali del gioco: concede interviste e, quando emergono importanti inchieste giornalistiche, riconosce correttamente il merito alla testata che ha svolto il lavoro d’inchiesta.
Poco dopo il suo ingresso nell’arena politica, nella primavera del 2024, arrivò a bollare come propagandista un eccezionale giornalista investigativo e, con lui, l’intera redazione di una delle testate più note e affidabili del Paese. Da allora, però, non ci sono stati altri eccessi simili: Magyar sembra aver imparato la lezione ed evita chiaramente scontri frontali con i media indipendenti.
Un leader molto social
Tuttavia, ci sono anche segnali preoccupanti. Ai candidati e agli esponenti politici di Tisza non è consentito rilasciare interviste: a farlo è soltanto Péter Magyar. Per ora si spera che si tratti semplicemente di una parte della strategia di campagna – proteggere i candidati inesperti dalla pressione – e non di un segnale che, qualora salisse al potere, possa istituire un sistema completamente centralizzato simile a quello di Fidesz. Preoccupa anche il fatto che Magyar consideri chiaramente i social media l’arena principale della comunicazione: scelta comprensibile data la situazione attuale, ma che non gli impedisce di criticare i giornalisti colpevoli di non seguire i comizi politici che organizza – talvolta anche quattro o cinque al giorno, in città diverse – e che trasmette in diretta sui propri canali social. Questo atteggiamento potrebbe generare molte tensioni in futuro: Péter Magyar sembra voler assegnare ai giornalisti un ruolo subordinato e promozionale, mostrando scarso rispetto per le logiche proprie dei media.
Il ritorno dei media indipendenti
Per ora non possiamo sapere quale sarà l’esito delle elezioni né come cambierà il sistema mediatico ungherese. Ci sono però due sviluppi che autorizzano un cauto ottimismo, indipendentemente dalle politiche del futuro governo.
Il primo è che, nei sedici anni del regime di Orbán, il pubblico ha imparato riconoscere il valore dei media indipendenti: sia i modelli in abbonamento sia quelli sostenuti dalle donazioni si sono rivelati efficaci. Molti sono disposti a pagare per contenuti di qualità, e lo mostrano anche gli indicatori di consumo.
Il secondo elemento di ottimismo è arrivato per i giornalisti, nel pieno della campagna elettorale, da una serie di testimonianze raccolte dai media indipendenti: con il mutare del clima politico, sempre più fonti hanno cominciato a raccontare delle pressioni politiche subite, concedendo interviste a testate autorevoli. Non hanno creato canali propri sui social, né hanno condiviso le loro esperienze con influencer: hanno scelto invece di rilasciare vere interviste a veri giornalisti. È la prova più chiara che la fiducia nei media di qualità esiste ancora e che, quando la situazione si fa davvero seria, nulla può sostituire il vero giornalismo. Non sappiamo cosa porteranno i prossimi mesi o anni, ma si spera che i media indipendenti continuino a difendere professionalità e integrità e a rafforzare la fiducia che sono riusciti a preservare sotto il regime di Orbán.
