Per oltre un secolo il lavoro è stato la bussola della sinistra: dalle lotte operaie alla costruzione del welfare, fino all’idea europea di diritti sociali come argine alle disuguaglianze. Oggi, tra salari che non tengono il passo, precarietà diventata regola e nuove forme di controllo digitale, quella bussola sembra smagnetizzata. “La Strada è il Lavoro” prova a rimetterla in mano al campo progressista con una piattaforma in undici mosse, le #11ESSE, pensate come impegni misurabili.
Il punto di partenza è un dato che pesa: mentre in Europa le retribuzioni crescono mediamente del 3–5% annuo, in Italia il potere d’acquisto ha spesso fatto marcia indietro; nel 2022, ricorda il testo, i salari reali sono crollati del 7,3%. Da qui la prima “S”: salario minimo come soglia di dignità per chi oggi resta scoperto, da affiancare alla contrattazione collettiva per evitare dumping e paghe da povertà.
Da questo snodo, la bussola continua a girare e indica altre dieci direzioni, tutte legate a una domanda che è insieme concreta e politica: che cosa significa davvero lavorare oggi, in un Paese dove il tempo è diventato più fragile, i percorsi professionali più intermittenti e la promessa di “salire” socialmente meno credibile di un tempo?
Sapere digitale e smart
C’è la “S” del sapere continuo, perché nell’economia attraversata da transizione digitale ed ecologica non basta più avere una competenza “una volta per tutte”: la formazione, se diventa accessibile e permanente, può essere la differenza tra restare agganciati al cambiamento o esserne espulsi, soprattutto per chi parte da condizioni più svantaggiate. E c’è la grande partita del tempo, che entra in scena con settimana corta e silenzio digitale, cioè l’idea che la produttività non debba coincidere con un logoramento senza fine e che la reperibilità non possa trasformarsi, quasi senza accorgersene, in un dovere continuo che divora il resto della vita.
In questo quadro si inserisce lo smart working, che non può restare una zona grigia fatta di prassi diverse, regole implicite e aspettative contraddittorie: o diventa un diritto regolato, con strumenti, orari e tutele chiare, oppure rischia di ridursi a un’agevolazione intermittente, capace di scaricare costi e isolamento sulle persone.
La “S” di società equa allarga poi lo sguardo alle disuguaglianze che attraversano il lavoro e lo determinano ancora prima di cominciare, perché senza parità reale nelle opportunità, nei carichi di cura, nelle carriere e nei salari, il mercato continua a riprodurre divari come se fossero un destino inevitabile.</span
Le sfide del nostro tempo
Il futuro, però, non passa soltanto dai contratti: passa anche dai dati e dai criteri con cui si valutano le persone. È qui che entra la “S” della sorveglianza artificiale, che illumina il lato opaco del lavoro guidato dagli algoritmi, tra ranking invisibili, monitoraggi continui e decisioni automatizzate che possono diventare controllo, selezione o ricatto senza trasparenza.
E mentre la crisi climatica smette di essere un orizzonte lontano e impone scelte immediate, la “S” della sostenibilità ambientale lega transizione e occupazione, ricordando che riconversione, investimenti e nuove competenze devono produrre lavoro buono, e non nuove marginalità sociali.
Spazi di sicurezza
Resta, infine, un nodo che nessuna retorica dovrebbe coprire: non è accettabile che lavorare significhi esporsi al rischio. Con spazio sicuro la questione della sicurezza torna al centro come dovere collettivo, fatto di prevenzione, responsabilità e controlli, e non come semplice elenco di tragedie a cui ci si abitua.
Le ultime “S” chiudono poi il cerchio sulla precarietà, perché parlare di stabilità contrattuale e di stage retribuiti significa, in sostanza, provare a rimettere ordine nel passaggio tra studio e lavoro e nel modo in cui si entra — e si resta — nel mercato, senza normalizzare l’idea che il lavoro gratuito o intermittente sia una tappa obbligata.
Scendere in campo e cambiare passo
Le #11ESSE non vogliono essere un manifesto da applaudire e poi archiviare, né l’ennesimo elenco di buone intenzioni: sono una chiamata a scendere in campo e a cambiare passo, perché in un Paese in cui la precarietà rischia di diventare destino, in cui si può lavorare senza riuscire a vivere e perfino morire sul lavoro, ridare centralità al lavoro non è un’opzione ma un’urgenza democratica.
Undici proposte, come undici giocatori in campo, per presidiare il territorio delle disuguaglianze, proteggere chi è più vulnerabile e rilanciare chi è rimasto indietro, con la consapevolezza che — alla fine — la qualità del lavoro diventa la misura della qualità della democrazia, e che per tornare davvero progressisti serve una cosa semplice e difficile insieme: il coraggio di giocare in avanti.
