Un altro mondo possibile: l’economia ecologica come un nuovo paradigma per il XXI secolo 


Articolo tratto dal N. 73 di La cura è politica Immagine copertina della newsletter

Capitalizzare la vita

Secondo le stime dell’ultimo report della Banca Mondiale, The Changing Wealth of Nations (CWON), la Terra nel 2020 valeva quasi 900 mila miliardi di dollari, segnando un aumento di ben il 65% in un quarto di secolo.

Il nostro pianeta sembrerebbe dunque uno degli asset più redditizi del sistema solare.

Da dove deriva questo “valore”? Sommando tutte le risorse rinnovabili e non – il cosiddetto “capitale naturale” – otteniamo un misero 8%.

La natura, a quanto pare, contribuisce solo marginalmente al benessere dell’umanità. 

Gli economisti più attenti potrebbero obiettare che questa percentuale dipende da una sottostima. Molte funzioni ecosistemiche non sono ancora adeguatamente contabilizzate.

Se riuscissimo ad assegnare un prezzo all’aria, all’impollinazione, ai cicli biochimici, allora potremmo finalmente scoprire il vero valore della natura.

Ma perché fermarsi qui? Perché non attribuire un prezzo anche alla funzione digestiva dello stomaco, alla capacità di filtraggio del fegato, o perfino ai pensieri che attraversano la nostra mente?  

Questa riduzione all’assurdo non è un semplice esercizio retorico. Serve a rendere visibile una logica ormai data per scontata. La trasformazione di ogni dimensione della vita in capitale, e del prezzo in criterio universale di misura e decisione.

Esiste un modo diverso di concepire il rapporto tra economia, ecologia e società? La risposta è positiva.

Da oltre mezzo secolo l’economia ecologica propone un paradigma diverso. Scienza della complessità, pluralismo dei valori, democratizzazione delle scelte economiche e attenzione alle voci marginalizzate – che spesso coincidono con la maggioranza (lo slogan del “99%” lo ha reso evidente). 

Breve storia della Scienza Triste 

Nel 1849 Thomas Carlyle, in un saggio intitolato Occasional Discourse on the Negro Question, accusò gli economisti del suo tempo di aver trasformato l’economia in una “scienza triste”, ridotta ai meccanismi di domanda, offerta e prezzo di equilibrio.  

Molti fautori della misurazione monetaria del cosiddetto “capitale naturale” ammettono che sia uno strumento imperfetto. Ma lo difendono come l’unico linguaggio di valorizzazione capace di far entrare l’ambiente nelle scelte politiche.

Ma che cosa accade se la salvaguardia degli ecosistemi non risulta “conveniente”?

La domanda rivela l’abbaglio di equiparare le funzioni della natura a servizi economici. Le prime non sono una voce di bilancio, sono la base stessa della vita e, proprio per questo, non possono dipendere da un calcolo contabile.

Infatti, le scelte metodologiche su cosa conti come “costo” o “beneficio”, e su quali interessi vengano inclusi nel calcolo, non sono mai neutrali.

Del resto, le priorità decise indipendentemente dal ritorno economico esistono già.

Quando lo si vuole, l’austerità dei bilanci pubblici può essere sospesa, per esempio per il riarmo.

Perché allora non prevedere la stessa deroga per mitigazione e adattamento climatico? 

Economia, ecologia e pluralismo 

L’economia ecologica nasce negli anni Settanta per sviluppare l’analisi economica oltre il mercato, combinando saperi diversi.

Dal punto di vista scientifico, la fisica della complessità insegna che l’economia è un sottosistema metabolico integrato nella biosfera.

Quindi, gli ecosistemi non possono essere concepiti come “capitali” sostituibili e rimpiazzabili, come fossero pezzi di un macchinario.

Inoltre, tentare di comprimere tutto in un solo numero (il prezzo) significa perdere informazioni essenziali.

È qui che entra l’incommensurabilità. Come possiamo ripagare, per esempio, l’irreversibile “bancarotta idrica globale” che ha prodotto un debito impagabile? Dove compreremo l’acqua dolce, se ce ne sarà sempre meno, e con cosa la sostituiremo?   

Sul piano etico, il mercato non si limita a misurare. Spesso cambia le motivazioni e finisce per invertire mezzi e fini.

Un esempio classico riguarda l’introduzione di una sanzione per “punire” i genitori in ritardo a scuola: la letteratura mostra che i ritardi aumentano.

E quando il disincentivo viene eliminato, non tornano ai livelli precedenti: ritardare diventa, per così dire, “gratis”.

In altre parole, un’etica della responsabilità viene rimpiazzata da un calcolo di convenienza economica. 

In politica, data la convergenza di crisi multiple, serve pluralismo. Soggetti diversi possono legittimamente seguire logiche extra-economiche: difesa del territorio, giustizia intergenerazionale, sicurezza sul lavoro.

In Ecuador, nel 2023, un voto popolare ha bloccato l’estrazione petrolifera per tutelare una foresta, mostrando che la protezione ambientale non è un lusso per i ricchi.

E il caso No Tav ricorda che una comunità può resistere per decenni pur di difendere il proprio territorio.

Infatti, come hanno spiegato Karl Polanyi e Michael Sandel, esistono limiti sociali e morali alla mercificazione. 

Quasi paradossalmente, c’è anche un argomento economico in senso stretto. Come dimostrato da Herman Daly, la crescita può diventare antieconomica quando l’aumento di produzione genera costi sociali ed ecologici che riducono il benessere.

Questo, combinato alle crescenti disuguaglianze, rischia di creare resistenza alla transizione ecologica. Nella struttura attuale la maggior parte dei costi (l’84% secondo un recente studio di Alvarez) tende a ricadere proprio sulle fasce più povere, sia a livello nazionale sia globale. 

Dopotutto eco-nomia ed eco-logia condividono la radice oikos, casa.

In un secolo in cui il capitalismo ha urtato i limiti planetari, l’economia dovrà trasformarsi adottando logiche compatibili con gli ecosistemi: cicli, soglie, cura, reciprocità, rigenerazione.

Facendo eco a un recente articolo uscito sul Guardian ci viene spontaneo porci una domanda. Un sistema architettato per crescere indefinitamente, con l’unico fine di aumentare i profitti, può davvero essere compatibile con la logica del vivente? 

Fortunatamente, l’umanità sembra avere ancora immaginazione per pensarsi oltre il capitalismo, energia per lottare per un mondo migliore e cuore per riconoscere rispetto e dignità alla vita umana e non umana. 

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