Giusta transizione e lavoro contro l’economia di guerra 


Articolo tratto dal N. 69 di La transizione a(r)mata: dal Green Deal al War Deal Immagine copertina della newsletter

Sotto attacco: dalla rivoluzione ecologica alla corsa al riarmo

Il Green Deal è stato il segno distintivo del primo mandato della Commissione guidata da Ursula von der Leyen. Indicava una direzione condivisibile: essere il primo continente a impatto climatico zero, la transizione ecologica in tutti i settori economici, l’inquinamento zero, una giusta transizione inclusiva ed equa sul piano sociale.

Aveva dei limiti, il più evidente quello di un’impostazione neoliberista che demandava al mercato, mentre mancavano politiche industriali, investimenti e ricerca pubbliche comunitarie e politiche e risorse per una giusta transizione. 

Ora la direzione è cambiata, il green deal viene smantellato pezzo per pezzo, con grande soddisfazione del governo italiano di Giorgia Meloni che ne è sempre stato un ostinato oppositore, svuotato e reso inefficace con la neutralità tecnologica, le semplificazioni e l’allungamento dei tempi, sostituito dalla corsa al riarmo, dagli investimenti nella difesa e dalla riconversione bellica dell’industria

Ecologia in trappola

È un cambiamento che si inserisce in un contesto internazionale estremamente compromesso, segnato dalla normalizzazione delle guerre, delle tensioni geopolitiche crescenti, dalla criminalizzazione del dissenso, dalla crisi democratica, del multilateralismo e dal venir meno del diritto internazionale.

Le spese militari globali hanno raggiunto il record di 2700 miliardi all’anno e potrebbe raggiungere una spesa tra 4700 e 6600 miliardi di dollari all’anno entro il 2035. Una deriva tragica. Il sistema capitalista dominante mostra la sua faccia più crudele: imperialismocolonialismodiscriminazioni, guerre, economia fossile e di sfruttamento, mancato rispetto dei diritti umani e del lavoro.

L’azione climatica, la tutela dell’ambiente e della salute, la sostenibilità restano sullo sfondo. Questo aggrava le conseguenze di una triplice crisi ambientale, cambiamento climatico, inquinamento e perdita di biodiversità, che produce vittime, malattie, migrazioni forzate e devastazione, ma anche gravi ripercussioni sull’occupazione.      

Il prezzo dell’inazione: clima, salute e occupazione a rischio

Il cambiamento climatico ha già conseguenze sulla sicurezza e la salute dei lavoratori e sull’occupazione: 22,85 milioni di infortuni e 18.970 decessi all’anno legate al clima (dati ILO 2023).

Circa la metà del pil mondiale dipende dalla natura e dalla gestione sostenibile dei servizi ecosistemici, fra cui 1,2 miliardi di posti di lavoro nell’agricoltura, nella pesca, nella silvicoltura e nel turismo (ILC 2023). 

Gli effetti dell’inazione sono e saranno sempre più drammatici. Dall’altra parte, invece, accelerare una giusta transizione, oltre che un imperativo urgente per la sopravvivenza e la qualità della vita, è un’opportunità enorme per raggiungere l’autonomia energetica, ridurre i costi legati all’energia, sviluppare settori produttivi strategici per la decarbonizzazione e per la cura dell’ambiente e delle persone, creare nuovo a buona occupazione, anche con l’intervento diretto dello Stato per garantire la piena occupazione, contrastare la povertà energetica e la perdita di competitività delle imprese. 

È un ragionamento globale ma che riguarda in modo particolare il nostro paese, gravato da una dipendenza energetica di oltre il 72%, da costi energetici fra i più alti d’Europa, e un tasso di occupazione fra i più bassi, segnato da precarietà e povertà lavorativa e con una produzione industriale in calo da 34 mesi. 

Giusta transizione: un’opportunità per lavoro, energia e sviluppo sostenibile

La transizione ecologica giusta è una grande opportunità. Può determinare un saldo occupazionale positivo a livello globale, e può farlo anche a livello territoriale e nazionale, se governata con politiche di giusta transizione pianificate per anticiparne gli effetti in un quadro di governance democratico e partecipato. 

In uno scenario in linea con le emissioni nette zero al 2050, l’occupazione nel settore energetico, per esempio, aumenterà di quasi 15 milioni entro il 2035 (World Energy Employment 2025 IEA).

Un recente rapporto ONU “il vero costo della pace” mette in evidenza il diverso impatto occupazionale di un investimento di 1 bilione di dollari che può creare 26700 posti di lavoro nell’educazione, 17200 nella sanità, 16800 nelle energie pulite e solo 11200 nel settore militare.

Il nuovo rapporto IRENA-ILO ci mette però in guardia segnalando un rallentamento nel settore delle rinnovabili e sollecitando un’azione pubblica più incisiva.  

La piena e buona occupazione non è una chimera ma per realizzarla serve un radicale cambiamento di sistema che, a livello globale, sposti la priorità dai profitti, e gli interessi di pochi, alla pace, l’abbandono delle fonti fossili, il benessere del pianeta e degli esseri viventi: una giusta transizione che tenga insieme giustizia sociale e ambientale, lavoro e diritti.  

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