Le guerre, le diseguaglianze, i disastri climatici e l’umano desiderio di essere semplicemente liberi spingono migliaia di persone ogni giorno a cercare un nuovo inizio in terra straniera. Sta prendendo forma una nazione di stranieri, di persone che hanno perso la propria casa, che vivono «spaesate», e che per un motivo o per l’altro non possono tornare in nessun luogo. Pubblichiamo un estratto di “Stranieri come te”, il nuovo libro di Ece Temelkuran uscito a marzo per Bollati Boringhieri.
Una presenza fragile che diventa riconoscibile
Maria ha un marito e due figli. Vivono tutti in un’unica stanza.
È il massimo che sono riuscita a sapere. Quando le ho domandato che genere di stanza fosse, e dove, ha liquidato la domanda con un gesto della mano, come per dire «Quisquilie! Non ne parliamo!».
Non credeva che la mia curiosità fosse sincera, o che mi interessassero davvero i particolari minuti. Lo so, perché riconosco quel gesto: è lo stesso movimento della mano che faccio io quando mi si chiede del permesso di soggiorno, e liquido la domanda con un «Lascia stare, è troppo noioso».
Anch’io, col tempo, ho imparato che è meno umiliante non sentirsi chiedere la propria storia, che vedere l’ascoltatore perdere interesse a metà del discorso.
Nell’ultimo mese, Maria ha deciso di ricambiare il favore alla comunità che ruotava intorno al supermercato assumendosi con entusiasmo alcune mansioni: metteva a posto i carrelli abbandonati, aiutava gli anziani a portare le borse e dava una mano alle mamme che non riuscivano a destreggiarsi tra passeggino, spesa e bambini. Si era fatta un nome. Non era più definita solamente da uno spazio sul marciapiede.
Ora aveva una ragion d’essere, su quella strada. Un ruolo. La sua sopravvivenza non dipendeva più dall’occupazione di quello spazio, malgrado tutti gli sgarbi che riceveva, ma dall’imparare i nomi e ricordare le esigenze dei clienti abituali del supermercato. Era riuscita a farsi accettare come la vicina di casa, incidentalmente senza casa.
Il confine invisibile dell’accettazione
A quel punto ha commesso un grave errore: si è munita di un carrello della spesa. In effetti non riusciva a mettere tutta la roba da mangiare nel cappotto, per grande che fosse. Ma così facendo ha superato la sottile linea di confine dell’accettazione, della tolle-ranza, e il codice di comportamento non scritto degli stranieri.
Mentre uno straniero deve farsi più piccolo che può, Maria aveva osato reclamare uno spazio. Per tutta risposta, il supermercato aveva piazzato davanti all’ingresso una pseudo-addetta alla sicurezza, per di più rumena – uno degli innumerevoli scherzi di cattivo gusto del capitalismo – che aiutava le stesse persone con cui Maria faceva affari.
Il suo lavoro principale consisteva nel rimettere in riga Maria, che si era montata la testa, passando dal sostare in un punto, un quadratino di marciapiede, all’occupare un posto fisso con il suo carrello. Essendo straniera, Maria sapeva che era una mossa pericolosa e che reclamare il proprio spazio avrebbe suscitato contrarietà – intolleranza, perfino (…). È stato più o meno in quel periodo, quando il suo posto nel quartiere era appeso a un filo, che abbiamo avuto un acceso diverbio.
Mi aveva detto qualcosa che non avevo capito. Il suo inglese era scarso, ma non più del mio tedesco. Le due parole di italiano che parlavamo entrambe non erano sufficienti a discutere di generi alimentari. Alla fine, aveva rinunciato a farsi capire, e sfogando una tensione che si era andata accumulando per settimane, aveva alzato la voce: «E va bene, allora compra due Snickers!».
Aveva ragione a essere arrabbiata. L’indigenza, con il suo carico di disperazione, è una faccenda delicata che va affrontata in fretta, a bassa voce. Bisogna risolverla con gesti rapidi, sciolti, perché la vista della fame rovina l’appetito di chi ha da mangiare. Invece, il mio scarso tedesco e i miei gesti avevano richiamato l’attenzione su Maria e l’addetta alla sicurezza si era avvicinata, approfittando dell’occasione per coglierla in flagrante a «disturbare i clienti».
Il giorno seguente mi aveva fermata per mostrarmi la fotografia di un uovo sul telefono, mentre ripeteva Ei, Ei. In realtà non voleva uova: rideva in maniera un po’ esagerata solo per far vedere all’addetta alla sicurezza che eravamo amiche. Mi aveva toccato il braccio, e io avevo fatto altrettanto. Era un gesto inusuale, ma sapevamo tutte e due che era importante che la donna ci vedesse, per far capire indirettamente che Maria era inserita.
La scomparsa e il peso dell’essere “di troppo”
Il nostro sforzo congiunto doveva essere stato vano (…). Qualche giorno dopo Maria è scomparsa. Adesso siamo in piena estate e non è ancora tornata. I primi tempi, quelli che la conosce-vano, come me, si scambiavano sguardi interrogativi passando davanti al suo posto vuoto. Ma quando il supermercato ha congedato la pseudo-addetta alla sicurezza, abbiamo avuto conferma: Maria non c’era più.
Ho chiesto sue notizie al cassiere, un giovane turco. «Quelle vanno e vengono», ha risposto. Chi sarebbero quelle? Le rumene?
Le donne? Le straniere? Ha fatto spallucce, come se pensasse che per garantirsi uno spazio in città bisogna prendere le distanze da chi non ce l’ha – in questo caso, Maria.
Sarà su un aereo, in questo momento? Penso ai manifesti dell’estrema destra che vedevo ovunque, a Berlino, prima delle elezioni europee del mese scorso: «Deportation Jetzt!» Non c’è bisogno di aver studiato gli accusativi per capire il messaggio, soprattutto se è accompagnato dall’immagine di un aereo. Rispetto ai vivaci manifesti scritti a mano che compaiono nei quartieri degli immigrati, che dicono: «Non abbandoneremo nessuno» o «Siamo qui per restare», credo che i poster sull’espulsione siano più popolari nei quartieri alti.
Stasera sono invitata a una cena in uno di questi.
Ho accettato solo perché sono stufa di arrovellarmi sul permesso di soggiorno. Non voglio tediarti con i particolari, ma il tempo stringe, e non sono nemmeno sicura che me lo rinnovino. Ecco perché ho bisogno di una pacca sul braccio, come quella che ho dato a Maria, per dimenticare che anch’io sono solo un puntino, un granello di polvere. Una pacca per illudermi che sono inserita e non ho niente da temere.

