Il risveglio di una generazione, questo è stato il momento nel quale il quotidiano La Repubblica ha preso corpo a metà degli anni 70. Quello che milioni di italiani e italiane sentivano come un bisogno sociale e politico, prima che informativo, invade le edicole e lascia il passato alle spalle.
Un giornale controcorrente
Tre semplici linee guida aprono uno scenario inatteso, che per decenni ha accompagnato un processo di emancipazione e di verità che prima non aveva spazio.
1) Innanzitutto, una linea editoriale non genuflessa al potere: tutti i giornali e media di massa all’epoca erano funzionalmente critici ma fondamentalmente supini alla classe dirigente dominata dal blocco democristiano/atlantico. La Repubblica apre le porte del potere e vi si introduce per nome e per conto di lettori e lettrici. Questo significa non adeguarsi alle veline di Governo, rivendicare indipendenza, praticare uno dei fondamenti della democrazia, la libera informazione, non per conto del potente editore o politico di turno, ma assecondando il bisogno di chi legge di fidarsi, e di utilizzare il quotidiano per formarsi un’opinione propria.
2) Secondo principio: il giornale rappresenta tutte e tutti, non ha una sede, se non convenzionalmente Roma, ma ha l’aspirazione di essere autenticamente nazionale e con un forte radicamento territoriale perché tutti i dorsi diano dignità ai molti volti del Paese. La Repubblica, quindi, non s’intesta la torinesità degli Agnelli, la milanesità del potere finanziario, la romanità della politica o dei palazzinari ma guarda al bisogno dei lettori, ancora una volta il cambio di prospettiva, di vedersi rappresentati tutti, senza dover subire un’egemonia ma rendendo la complessità del Paese una fonte di eclettismo e di profonda necessità di opporsi ad ogni forma di omologazione.
3) Infine, la cultura: non è più un ghetto, qualcosa destinata ai colti universitari o a chi lo è stato ergendosi a classe dirigente, escludendo tutti gli altri. La cultura forma lo spirito critico della Nazione, fornisce opportunità infinite non solo di manifestazione creativa ma di confronto tra diversità ed emersione di piccole e grandi gemme portate all’attenzione di tutte e tutti con linguaggio semplice e inclusivo, la cultura non è una sola, non è l’elzeviro cui inchinarsi ma l’alto e il basso, la critica e il pop, l’analisi storica e la strada, la musica e il teatro.

Il primo esempio di community nazionale
La Repubblica sdogana gli indipendenti, include gli esclusi, abbatte i muri, interpreta il presente come pretesto per un confronto acceso e mai banale capace di costruire il futuro rappresentando il primo e più luminoso esempio di costruzione di community.
Editori, direttori, giornalisti famosi, nuove leve dello scrivere veloce e accattivante, editorialisti, lettrici e lettori hanno una piattaforma in comune sulla quale convergere ogni mattina, dalla quale muovere il proprio impegno quotidiano, qualunque esso sia. Non solo un giornale di informazione ma un’identità collettiva di cui essere fieri, a buon mercato, distintiva e di massa.
La Repubblica si afferma piano piano, contende il primato al Corriere, vende milioni di copie al giorno, fa maturare il paese, inaugura la trasformazione digitale dell’informazione, traghetta le generazioni degli anni 70 e 80 negli anni duemila, sostiene il centrosinistra, lotta per la libertà di informazione e contro ogni forma di corruzione nel ventennio berlusconiano, si perde, si ritrova, sbanda, chissà dove andrà, ma è ancora oggi un’idea di stare al mondo, che non smetterà di mostrarsi urgente finché si crederà nell’importanza della conoscenza e dell’informazione libera per far reggere alla democrazia la prova del tempo. Ne abbiamo tutti un grandissimo bisogno.
