Se la parola pubblica non passa più da luoghi riconosciuti ma circola in modo frammentato tra piattaforme, chi costruisce oggi il pensiero critico? E soprattutto: in quali spazi e in che modo si forma davvero una massa critica?
Viviamo nella cosiddetta Platform society, come la definisce José van Dijck: un contesto in cui le piattaforme non sono neutre ma incorporano interessi economici privati che influenzano la diffusione dei discorsi pubblici. Non decidono più giornali o spazi editoriali cosa leggere e con quale ordine di priorità: oggi la visibilità è determinata dagli algoritmi e dalle logiche di mercato e viralità.
Molti luoghi di discussione – editoriali e fisici – sono andati perduti. I discorsi oggi circolano forse in più luoghi rispetto al passato, ma spesso sono spazi digitali disintermediati che non sono realmente democratici: esistono centri e periferie, persone con più o meno voce.
La grammatica della visibilità è cambiata: aziende private possono rendere visibili o invisibili i contenuti. Questo rende più difficile costruire massa critica. Il dibattito tende a muoversi “a sciami”, esposto a una quantità enorme di stimoli che rende difficile fermarsi e approfondire. È la distanza tra quella che Jürgen Habermas chiamava razionalità discorsiva e quella che oggi domina: la razionalità digitale.
I giornali oggi sono in crisi, in vendita, un oggetto ormai per pochi, non più di massa: come vedi la trasformazione del lavoro collettivo di redazione?
Quello che sta morendo è soprattutto un modello economico che sosteneva un certo tipo di lavoro giornalistico e culturale. Oggi domina l’ossessione per la quantità a scapito della qualità, un processo che le intelligenze artificiali generative stanno accelerando ma che era già in corso.
In passato molte redazioni avevano il tempo per la ricerca, per la scelta delle parole, per la verifica delle fonti, e i lettori avevano il tempo per leggere con attenzione. Oggi il problema è la sostenibilità economica: la fretta e il taglio dei costi rendono sempre più difficile il lavoro collettivo di redazione.
Questo riguarda tutto il lavoro culturale. Si perde l’artigianalità e lo spazio per quella che Cal Newport chiama Slow Productivity: la promessa di produttività tecnologica è spesso un inganno, perché ciò che ha valore nasce da processi lenti e qualitativi. Questa fretta investe sia chi produce sia chi fruisce cultura. La superficialità nella produzione genera superficialità nella fruizione e alimenta un circolo vizioso di sovrapproduzione e insoddisfazione.
È la fine del potere della sintesi e della mediazione dei giornali? Come avverrà questa mediazione e se scomparirà da cosa verrà sostituita?
La mediazione editoriale continuerà a essere necessaria: qualcuno dovrà sempre selezionare e organizzare i contenuti. Il problema è che diventa sempre più difficile proteggere la diversificazione culturale.
Probabilmente vedremo due tendenze parallele: da un lato pochi grandi editori che concentrano la produzione, dall’altro una crescente atomizzazione con giornalisti o autori che diventano editori di se stessi attraverso newsletter o piattaforme indipendenti.
Questa dinamica rischia però di ridurre la pluralità culturale. La figura dell’editore è importante proprio perché è collettiva: dietro non c’è una sola persona ma un gruppo di professionalità diverse.
In Italia manca soprattutto la possibilità per realtà indipendenti di strutturarsi in gruppi sostenibili. È un problema strutturale che dovrebbe essere affrontato anche dal settore pubblico.
Tlon ha costruito una comunità molto forte. Ma ogni comunità rischia di diventare una bolla: come eviti che il pensiero si trasformi in conferma identitaria?
Le community digitali tendono spesso a somigliare alle persone che le generano. Nel caso di Tlon, credo che la nostra comunità sia attraversata dal pensiero critico e non sia sempre d’accordo con ciò che diciamo, anche perché noi stessi spesso abbiamo posizioni diverse.
Come ricordava Francis Scott Fitzgerald, l’intelligenza consiste nel tenere insieme idee contrastanti. Anche Hannah Arendt avvertiva del pericolo di spiegare tutto con una sola chiave interpretativa.
Il rischio della conferma identitaria esiste sempre quando si ha una comunità che si fida di te. Per questo cerchiamo di costruire spazi in cui il dissenso possa esprimersi in modo argomentato e cooperativo. Questi spazi sono in parte digitali – per esempio su Substack – ma sempre più anche fisici. Credo sia fondamentale ricostruire luoghi territoriali di discussione che non siano solo commerciali, dove sia possibile confrontarsi e uscire dalla logica della bolla.
È importante costruire degli spazi in cui il dissenso, il non essere d’accordo e il discorso possano essere esercitati sempre nella dimensione della lealtà e della cooperazione, quindi senza ferire direttamente la persona, ma in una maniera argomentata.
Come si fa comunità, in digitale? In un tuo podcast analizzavi la possibilità di fare lettura a distanza: come va oggi?
Su questo tema ho provato a sperimentare, ad esempio insieme al Learning Science Institute dell’Università di Foggia per capire se fosse possibile sentirsi in comunità leggendo insieme anche a distanza.
L’esperimento ha mostrato che funziona: sapere che altre persone stanno leggendo nello stesso momento crea un tessuto narrativo condiviso e aiuta la concentrazione. In un ambiente digitale dominato dalla sovrastimolazione e dalle continue interruzioni, creare spazi intenzionali di lettura diventa molto importante. La lettura produce una forma di attenzione profonda di cui il nostro cervello ha bisogno anche per la salute mentale.
Questo accade ancora più facilmente dal vivo. In Italia esiste un forte fenomeno di social reading, studiato anche da Chiara Fagiolani. Credo molto anche nelle comunità temporanee: incontrarsi per leggere due ore in un parco o in una libreria e poi non rivedersi più può comunque generare relazioni umane profonde.
Il festival “Pensare contemporaneo” di Piacenza è un momento analogico di ritrovo e scambio: cosa cambia nell’incontrarsi?
I festival più interessanti in Italia spesso si svolgono in città di medie dimensioni, dove si ha la sensazione che l’evento culturale coinvolga l’intera città.
A Piacenza ho visto proprio questo: un clima di curiosità diffusa, anche tra chi non partecipa direttamente agli incontri. Fin dall’inizio abbiamo cercato di costruire dialoghi tra discipline e persone molto diverse, creando cortocircuiti tra visioni differenti. L’atmosfera che si crea è quella di uno spazio in cui è possibile avere idee diverse ma trovare comunque un terreno comune.
Il pubblico partecipa molto attivamente: fa domande, ascolta discipline che non conosce e anche posizioni con cui non è d’accordo. Credo che la cultura debba fare proprio questo: non rassicurare, ma stimolare curiosità. In un momento storico che spesso produce chiusura e paralisi, la curiosità è una risorsa fondamentale per immaginare un futuro collettivo.
Nei social la complessità paga poco. Quanto sei costretta a semplificare per circolare?
Negli ultimi anni abbiamo deciso di spostarci verso luoghi in cui la complessità possa essere accolta meglio, come Substack o gli incontri dal vivo.
Frequentiamo contesti diversi, adattando linguaggi e registri – dalle scuole ai convegni specialistici – ma mantenendo la stessa idea di filosofia come pratica attiva nella vita delle persone. Per questo abbiamo ridotto la presenza sui social: inseguire la visibilità per paura di non esistere produce spesso solo frustrazione.
Questo non significa chiudersi in spazi per pochi. La sfida è diversificare luoghi, linguaggi e registri per rendere i contenuti accessibili senza inseguire la semplificazione.
L’obiettivo non è semplificare, ma rendere comprensibile.
In un ecosistema dominato da velocità e frammentazione, come si costruisce un pensiero critico che possa durare?
La prima risposta è l’approfondimento: non inseguire continuamente le notizie e l’infodemia, ma dedicare tempo alla comprensione.
Molte persone oggi stanno costruendo percorsi di apprendimento autonomi – quello che su YouTube viene chiamato Personal Curriculum – cercando di studiare anche da adulti.
Il problema degli strumenti digitali è la promessa di velocità e comodità: l’idea che si possano ottenere informazioni senza sforzo. Ma la comprensione umana non funziona così. Il nostro cervello non cerca accumulo di informazioni, cerca connessioni significative che producano comprensione.
Per questo il pensiero critico nasce dall’approfondimento, dal dialogo e dalla relazione con persone diverse da noi. E anche dalla consapevolezza dei limiti della propria conoscenza. Il grande inganno del presente è credere di sapere tutto. In realtà ognuno di noi sa pochissimo: riconoscerlo è il primo passo per costruire pensiero critico.
