La lunga eclissi della sinistra francese


Articolo tratto dal N. 68 di Europa chiama sinistra Immagine copertina della newsletter

La crisi politica che si è acuita in Francia nell’ultimo anno, dai molti segni che ne abbiamo, non è tanto legata alle persone e alle loro scelte, quanto piuttosto a una crisi sistemica che tocca il cuore delle istituzioni.

Le due cose sono naturalmente interconnesse come sempre accade nel dipanarsi della storia poiché l’elemento individuale, ossia le scelte degli individui, singoli o associati, hanno un loro peso nel verificarsi di fatti e mutamenti. 

La Francia per la sua crisi sociale, economica e politica è un significativo campo di analisi per comprendere la crisi della sinistra, dei partiti che la compongono in uno scenario simile per certi versi a quello di altre democrazie occidentali. La sinistra francese, dopo la “debacle” seguita alla presidenza Hollande, ha faticato a riemergere come soggetto significativo nella realtà politica e sociale.

Quali le ragioni di ciò? Quali eredità sono state tralasciate e quali invece ne hanno determinato un freddo inverno relegandola ad un ruolo marginale, afasica come è stata o confusa?

La sinistra sotto la presidenza Macron 

L’arrivo al potere di Macron, costruito col grande centro e con lo slogan “ni droite ni gauche” apre una fase difficile per il Partito socialista (Ps) che era fino a quel momento il partito più forte della sinistra: sono le elezioni della disfatta perché il candidato Ps designato dalle primarie per la battaglia presidenziale, Benoit Hamon, contro Emmanuel Valls (che era l’ala moderata del partito) ottiene solo un misero consenso del 6,4% non riuscendo quindi ad accedere al ballottaggio: il risultato più basso dal 1971

Negli anni che seguono la sinistra non riesce ad unire le sue forze, né a contrastare adeguatamente alcune scelte del presidente Macron che dopo l’exploit elettorale imbarca nei suoi governi personaggi della vecchia politica contro la quale aveva costruito la sua promessa di una Francia diversa. 

Dal dissenso sociale alle urne: Gilets jaunes, pensioni e voto 

La protesta di varie categorie sociali e il tenace, inedito movimento dei Gilets jaunes non vengono colte dal PS come occasioni per riprendere il dialogo con le classi popolari, della gente comune a Parigi e nelle zone periurbane. 

Si arriva così alle presidenziali del 2022: vince Macron per un secondo mandato, sia pure con un consenso più basso della prima volta (58,55%), Marine le Pen, destra estrema (41,45%) ha un ottimo risultato, è seconda, Melenchon (FI, sinistra estrema raggiunge il 21,95%, Anne Hidalgo (PS) ha solo un il 1,75% delle preferenze, F.Russel (PCF) il 2,28%. 

La sinistra è sparpagliata, non riesce a trovare un’intesa sia pure elettorale dai tempi di Mitterrand e ne paga il prezzo.  

Ma gli eventi si susseguono ponendo alle élites politiche domande non più rinviabili; la presidenza Macron procede fra difficoltà e l’approvazione della riforma delle pensioni fortemente da lui voluta è un elemento di scontento sociale che fa abbassare il consenso al presidente rieletto. Alle elezioni europee del 2024 la lista del presidente, Besoin d’Europe ottiene solo il 14,60% dei consensi, mentre la France revient di M. Le Pen ha un grande risultato, il 31,37%; al terzo posto la lista Reveiller l’Europe di Raphaël Glucksmann, sinistra riformatrice, (13,83%), al quarto posto Melenchon (FI) con il 9,89% dei voti.

A questa cocente sconfitta Macron reagisce sciogliendo l’Assemblée nationale con il potere conferitogli dalla Costituzione (art.12), con una scelta da molti criticata per l’incertezza che questo comporta in un momento di debolezza del presidente rieletto sì nel 2022, ma con una maggioranza non più solida come hanno osservato alcuni costituzionalisti. Calcolo o azzardo? Gli eventi che seguiranno la fanno definire una “dissolution” azzardata.

Le elezioni anticipate sono indette per il 30 giugno e 7 luglio secondo le regole previste e ciò ridefinisce bruscamente il contesto politico.

È a questo punto che la sinistra dalle sparse membra realizza un’alleanza quasi insperata, il Nouveau Front Populaire composto dai vari partiti di sinistra, Lfi, Ps, Écologistes, Pc. Un guizzo l’ha unita almeno elettoralmente: esigenza di giustizia sociale, abrogazione della riforma delle pensioni, tassazione degli alti redditi, cioè una qualità diversa della democrazia. 

Una mossa importante e un risultato conseguente. Infatti la nuova formazione ha una vittoria incontestabile ottenendo 189 seggi, seguono Ensemble, il partito di Macron, con 168, il RN, destra estrema, con 143 e LR, destra tradizionale, con 46 seggi. 

Il ritorno delle divisioni 

Macron ha però continuato a praticare un potere iper-presidenziale, misconoscendo questa vittoria e ha nominato primi ministri del centro destra o suoi fedelissimi, ben cinque fino all’attuale governo Lecornu II, grande mediatore, ma ora sul filo del trapezio più alto per la difficile approvazione del budget di Stato 2026 difronte ad un parlamento arena, diviso, litigioso e dunque incapace di deliberare.

La sinistra quella gioiosa del Nouveau Front populaire è tornata nel suo letto di divisioni: il Ps ha appoggiato il governo per l’approvazione del Piano di sicurezza nazionale ottenendo in cambio il blocco temporaneo della riforma pensioni; la sinistra di Melenchon tuona contro quelli che definisce bassi compromessi, i comunisti anch’essi si defilano.

Nonostante la debolezza di Macron, ormai apertamente criticato da molti suoi sodali che remano contro, compreso il suo ex primo ministro Edouard Philippe, la sinistra francese mostra chiari segni di una crisi, mancanza di una credibile progettualità, assenza di una vera leadership, cosa che la accomuna alla situazione delle sinistre  in diversi paesi europei: Germania, Austria, Italia, ossia paesi che contano nel cuore dell’Europa, ugualmente presi nella tela insidiosa di partiti nazionalisti, populisti, con inclinazione al sovranismo, con ricadute dannose non solo in politica interna ma in politica estera. 

La Spagna è per ora un’eccezione ma non basta a fare primavera. La domanda sul perché di questa crisi non più passeggera delle sinistre europee, che viene da lontano, corre sui binari di tempi lunghi, e l’astensionismo ne è un triste termometro. 

Errori, omissioni, illusioni mal riposte, tutto ciò insieme dice una cosa soltanto: occorre rifondare un legame spezzato, tornare fra la gente, osare anche, ripensare la società nei suoi nuovi assetti ma non rinunciare ad un progetto per quella che, pur nelle trasformazioni, è stata la “classe gardée” nel patrimonio storico e nelle scelte della sinistra.  

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